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INCROCI 2018 | Un tumultuoso fiume d’umanità. Eraldo Affinati: insegnare e scrivere per integrare
di Delphine Trouillard   
marted́ 03 aprile 2018
eraldo-affinati.jpg«Quante persone vivono ancora oggi in una lingua che non è la loro? Oppure non conoscono neppure più la loro e conoscono male la lingua maggiore di cui sono costretti a servirsi? È il problema degli immigrati […]. È il problema delle minoranze […] e anche di noi tutti» (Kafka. Per una letteratura minore, G. Deleuze e F. Guattari). La società italiana, da poco abituata a ricevere i flussi migratori e invece, per antica tradizione, propensa a farne parte in ogni angolo del mondo, si trova nella situazione di accogliere e integrare un numero sempre maggiore di migranti. Un’opportunità da cogliere, secondo Eraldo Affinati, per il loro doppio sguardo sul nostro Paese, al contempo da dentro e da fuori, e soprattutto «perché loro ci danno un’energia molto forte, una sensibilità nuova. Una linfa nuova».
Affinati, scrittore e insegnante romano, protagonista insieme allo scrittore di origine malese Tash Aw di uno degli incontri del Festival di Letteratura Incroci di Civiltà, venerdì 6 aprile al T Fondaco dei Tedeschi, affronta nei suoi libri i temi dell’ibridazione e dell’intersezione delle culture e delle lingue. La sua vocazione pedagogica e la sua esperienza d’insegnamento alla “Città dei ragazzi” lo portano a fondare, insieme alla moglie Anna Luce Lenzi, la scuola Penny Wirton — una scuola «senza classi, senza voti, senza burocrazie» — per insegnare la lingua italiana ai migranti «come se parlare, leggere e scrivere fossero acqua, pane e vino» e per ridare a loro la fiducia nella possibilità di un riscatto.

 

Com’è nata l’idea della scuola Penny Wirton?
La scuola Penny Wirton è nata a Roma ma abbiamo ormai una presenza cospicua su tutto il territorio nazionale. Ci sono 36 scuole, tra cui una in Veneto, a Chioggia, appena nata e già molto attiva. Il nome della scuola richiama il titolo di un grande romanzo per ragazzi di Silvio D’Arzo, uno scrittore italiano poco noto ma molto importante, sul quale sia io che mia moglie abbiamo scritto la tesi di laurea. Il protagonista di questo romanzo è un bambino povero e disprezzato, il quale non conobbe mai suo padre, come molti dei nostri studenti. Dopo una serie di prove, il giovane, nonostante innumerevoli fatiche, conquista la propria dignità, grazie anche all’aiuto del supplente della scuola del villaggio. Gli studenti della Penny Wirton sono minorenni non accompagnati, venuti da tutto il mondo. A volte sono analfabeti nella lingua madre e non hanno mai tenuto una penna in mano. Per noi queste scuole sono indispensabili alla loro integrazione, perché creano un modello virtuoso: l’insegnamento si basa sul rapporto uno a uno, tra il volontario e lo studente.

Oltre all’integrazione dei ragazzi, mira a risolvere anche il problema identitario a cui può essere soggetto chi si trova in una “terra di mezzo”, consapevole di dover rinunciare all’identità originaria senza averne ancora acquistata una nuova?
Certo. Senza la lingua del Paese in cui vivono, non potrebbero mai imparare a conoscere loro stessi. È un passaggio fondamentale, ma questa lingua va insegnata in un modo particolare. Se i ragazzi frequentassero una classe di una qualsiasi scuola italiana, probabilmente sarebbero percepiti come corpi estranei, perché non potrebbero comprendere fin dall’inizio gli insegnanti. È importante avere per loro soprattutto un’accoglienza umana, profonda, basata sul sorriso. Solo dal momento in cui riescono a comprendere e a parlare l’italiano, possono affrontare il tema identitario. La lingua non è solo un mezzo di comunicazione ma rappresenta “la casa del pensiero”.

Quale legame si crea tra la sua attività di insegnante e quella di scrittore?
Il problema della lingua mi interessa moltissimo sia come insegnante di italiano agli immigrati sia come scrittore. In particolare, il mio ultimo libro, Tutti i nomi del mondo (Mondadori, 2018), rappresenta una sorta di Babele linguistica in cui si confrontano le identità delle persone. Prende spunto dall’esperienza delle scuole Penny Wirton e si configura come un grande appello, dalla A alla Z: un professore chiama i suoi allievi — tutti immigrati — che rispondono raccontando la loro storia. Ognuno parla nella lingua di cui dispone, per cui c’è il nigeriano che parla la sua lingua con qualche parola d’inglese, l’algerino che mescola l’arabo e il francese… Il romanzo è anche scritto in dialetto romanesco, spesso usato dall’ex allievo preferito del professore che lo accompagna lungo questo viaggio alfabetico.

C’è uno scambio tra il professore e i suoi studenti. Si può, quindi, evincere che c’è una reciprocità tra gli italiani e gli immigrati?
Il problema della lingua porta con sé il problema dell’identità, non solo dell’immigrato ma anche di chi lo accoglie. Si crea una sorta di osmosi. È da poco che l’Italia si confronta con il tema dell’accoglienza, che altri paesi invece affrontano da tempo. Ma è l’Italia che ha inventato l’Umanesimo. È qui che è nato il Rinascimento e lo spirito critico. Quindi, il tema del confronto con gli altri ci dovrebbe garantire una possibilità ulteriore. Uso il condizionale perché purtroppo non è sempre cosi: esistono delle resistenze, frutto della paura, dell’insicurezza, del timore del confronto. Ed è per quello che un lavoro come il nostro può essere utile, perché può aiutare a conoscere la persona che abbiamo di fronte e non analizzarla solo come una statistica sociologica. È anche per questo motivo che ho intitolato il mio ultimo romanzo Tutti i nomi del mondo: perché il nome di una persona in qualche modo richiama il suo volto.

Questi “nuovi italiani” sentiranno forse il bisogno, talvolta disperato, di comunicare la propria esistenza, di raccontarla. È successo ad esempio in Francia, con l’emergenza di una narrativa francofona. Crede che questo fenomeno potrebbe arrivare in Italia e aprire gli occhi dei lettori italiani su altri mondi?
La letteratura purtroppo è minoritaria. Certo è fondamentale, può aiutare a percepire sensibilità diverse e portare nuova linfa nel nostro mondo linguistico però il lavoro da fare è sul piano umano, relazionale e sociale. Questo è il primo passo da compiere nella realtà quotidiana, si arriverà poi inevitabilmente alla scrittura e alla forma artistica.

 

 

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TUTTI I NOMI DEL MONDO
(Mondadori, 2018)
Fare l’appello delle persone che abbiamo incontrato nella nostra vita, capire in quale senso sono state importanti e perché hanno lasciato un marchio indelebile: l’insegnante protagonista di questo romanzo compie un gesto consapevolmente rischioso che tuttavia lui sente necessario, quasi ineludibile. Ad accompagnarlo nell’impresa, con l’ingenua volontà di proteggerlo, per fortuna c’è Ottavio, suo ex alunno ripetente che si esprime soltanto in romanesco. Rispondono 26 nomi, quante sono le lettere dell’alfabeto: individui provenienti da ogni parte del mondo, giovani profughi, antichi amici dispersi, nonni paterni e materni, adolescenti pieni di speranza, a volte sventurati.