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Home arrow ARTE arrow C’è posta per te. L'incredibile installazione di Elisabetta di Maggio al T Fondaco dei Tedeschi
C’è posta per te. L'incredibile installazione di Elisabetta di Maggio al T Fondaco dei Tedeschi
di Mariachiara Marzari   
venerdì 06 aprile 2018
dimaggio_phmatteodefina.jpgUn lavoro che ha richiesto un tempo lungo di realizzazione, precisione, finitezza e rigore; una durata che in qualche modo contrasta con l’attimo velocissimo in cui l’opera potrebbe distruggersi. Greetings From Venice è il nuovo lavoro di Elisabetta Di Maggio che diventa mostra, curata da Chiara Bertola e fortemente voluta e sostenuta da T Fondaco dei Tedeschi, che la ospita con un allestimento studiato ad hoc nell’Event Pavilion dal 6 aprile al 25 novembre.
Nell’opera di Elisabetta Di Maggio resiste qualcosa di antico, rinascimentale, pregno di senso, di magnificenza. Il tempo e lo spazio sono i temi centrali di un mondo che sembra sospeso, che se si ha modo di fermarsi dona la possibilità di entrare attraverso il particolare nell’universale. Per l’installazione del Fondaco l’artista ha utilizzato tutti francobolli usati – in fondo era come se ritornassero nella loro “casa di origine”, dato che il Fondaco dei Tedeschi è stato il Palazzo delle Poste Centrali di Venezia – ricomponendoli in qualcosa di diverso e ugualmente vitale: un pavimento monumentale. Elisabetta Di Maggio e Chiara Bertola, artista e curatrice, in dialogo per condurci in una nuova originalissima dimensione del contemporaneo: è l’arte bellezza! 

 
Come è nata la collaborazione con il T Fondaco dei Tedeschi?
CB: L’installazione Greetings from Venice al T Fondaco dei Tedeschi è la prosecuzione della collaborazione che ha permesso alla Fondazione Querini Stampalia di restaurare e aprire in maniera permanente una piccola stanza del Museo, fino ad allora chiusa al pubblico. La stanza era un guardaroba del Settecento, che custodiva tutte gli oggetti più piccoli appartenenti alla Famiglia Querini, oggetti difficilmente esponibili. Il restauro della stanza da parte del Gruppo DFS/T Fondaco dei Tedeschi, che si è occupato di renderla fruibile al pubblico, si è rivelato un’occasione ideale per lavorare sul concetto di “display”, di archivio, di stanza dei segreti e delle meraviglie. Elisabetta Di Maggio ha realizzato in questa stanza qualcosa di magnifico: ha messo in mostra il suo archivio, i suoi appunti, le note delle cose che osserva nell’architettura, nella natura, nella scienza, le foto di cellule, di sinapsi, i suoi disegni, che mostrano grovigli, relazioni, tessiture, che rappresentano il rapporto tra cultura, natura e scienza, una rete connessa che ricorda l’insieme di elementi che compongono il corpo umano; una struttura meravigliosa e complessa, non visibile ma che regge la nostra vita. Allo stesso modo Elisabetta taglia e cuce ‘semplicemente’ per mettere in evidenza un’architettura, la struttura che sostiene il tutto. Il suo è un modo di tirare fuori quello che non siamo in grado di vedere, ciò che sta sotto pelle, dentro la visione più spettacolare della realtà. Elisabetta si è trovata in relazione con un display antico, il guardaroba del Settecento cucito insieme al suo archivio. Con il suo modo di lavorare, che ricorda quello degli antichi perché fa sempre tutto da sé, Elisabetta riesce a creare composizioni e installazioni che lasciano a bocca aperta, che non colpiscono a prima vista ma solo dopo uno sguardo più attento, nel momento stesso in cui ci si accorge della cosa incredibile che si ha di fronte, interamente realizzata a mano. Il mio problema, come critica e curatrice che lavora da tantissimi anni con Elisabetta, è portare lo sguardo del fruitore e del pubblico a credere che quello che sta vedendo è autentico, fatto a mano, non riprodotto. Una volta era un processo assolutamente normale questo, mentre oggi un’artista come Elisabetta è costretta a confrontarsi continuamente con la dimensione della tecnologia, della virtualità e del ‘falso’.
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La sinergia con la Fondazione Querini Stampalia e ora con il T Fondaco, da cui la nascita di questo nuovo progetto. Sembra lo sviluppo naturale di uno stesso inevitabile fluire di idee...
CB:
Le cose crescono sempre come conseguenza una dell’altra. Lavoro da tantissimi anni con Elisabetta e da tempo avevamo il desiderio di allestire una mostra dentro il Museo della Fondazione. Anni fa, nel 2008, mentre seguivo i lavori di restauro del vecchio Museo della Querini la invitai a intervenire sulla parete dove ancora rimaneva uno strato d’intonaco bianco, che i restauratori avrebbero pulito di lì a poco. Elisabetta cominciò a incidere la parete con il bisturi affilato, realizzando una decorazione disordinata, ispirata alle vecchie tappezzerie di quella casa. Lentamente cominciarono a emergere, dai trafori che apriva sull’intonaco, le stratificazioni delle pitture precedenti stese su quel muro: verde acqua, rosa pallido, giallo chiaro... I buchi di quel suo inusuale “ricamo” avevano aperto una breccia sul passato. Allora avevo pensato che l’intervento di Elisabetta su quel muro era un perfetto esempio di progetto site specific. La mano di un artista contemporaneo si era infilata sotto la pelle dei muri alla ricerca della loro storia, riannodando il filo del tempo antico a quello presente.
Abbiamo continuato milioni di volte ad attraversare lo spazio di questo Museo per germinare nuovi progetti. Un giorno Elisabetta mi ha chiesto cosa ci fosse dietro una porta e abbiamo aperto quella piccola stanza.
DT (Delphine Trouillard): Tra la Fondazione Querini Stampalia e il T Fondaco dei Tedeschi vi era in essere una collaborazione di tipo istituzionale. Il Gruppo DFS infatti utilizzava spesso l’Auditorium per esigenze di lavoro e rappresentanza. Questa presenza frequente negli spazi della Fondazione ci ha portato ad entrare ‘in confidenza’ e il passo verso una collaborazione più progettuale è stato breve. Il progetto legato alla piccola stanza-guardaroba del Museo ci è parso molto vicino al progetto di restauro che era stato operato al Fondaco. In entrambi i casi, naturalmente con proporzioni diverse, si trattava di riportare alla luce cose che finora erano rimaste nascoste restituendo un pezzo di storia alla città di Venezia. Dopo questo primo intervento di sponsorizzazione, proprio durante la sua inaugurazione, abbiamo deciso di promuovere un altro progetto con Chiara Bertola e portare Elisabetta Di Maggio a realizzare un’opera site-specific per il Fondaco. 

Lo spazio che la ospita, lo spazio da scoprire. Ci racconti come vive questo dialogo con lo spazio in relazione al Fondaco.
EDM: Per me è fondamentale capire come un lavoro possa dialogare con il luogo nel quale deve essere posto. Il Fondaco è stato il vecchio Palazzo delle Poste Centrali di Venezia, un luogo della memoria molto importante per la città. Il filo che ci tiene legati al passato, alla storia e alla tradizione è un elemento fondamentale del mio lavoro, ma è altrettanto importante riscoprirlo, reinventarlo e ri-attualizzarlo nel luogo stesso, cercando di creare un dialogo forte capace di restituire questa memoria e al contempo di costruirne una nuova.
01_elisabetta-di-maggio_greetings-from-venice_ph.jpgCB: Non si tratta di arredare o decorare l’antico con il contemporaneo, che è quello che purtroppo vediamo ovunque in questa città. Il lavoro di Elisabetta al Fondaco dei Tedeschi – ma anche di tanti bravissimi artisti che hanno lavorato a Venezia – è porsi in relazione con le ragioni, con la memoria, con la struttura e la misura spaziale del luogo, di entrarci ‘dentro’ e da lì tirare dei fili concettuali e simbolici, metaforici e storici, fino a costringerci a una rilettura non banale, perché aggiuntiva, impreziosita dallo sguardo dell’artista e dalla sua riconnessone. Quando realizzano opere come questa non resta che dire: “grazie”!
Una cosa emersa alla Querini e anche qui al Fondaco, che nel lavoro di Elisabetta è molto importante, è il suo insinuarsi ‘sotto la pelle’, il penetrare delicatamente ma in maniera assolutamente virale. A tal proposito mi è venuto in mente il concetto di “intruso”, cioè un elemento che entra dentro e altera i rapporti più significativi di spazio e tempo. Quando Elisabetta entra dentro lo spazio di un Museo che è ‘congelato’ da sempre introducendovi un essere vivente come l’edera, crea necessariamente uno shock temporale. Lo stesso vale per il Fondaco, dove l’opera s’insinua, si costruisce sopra un pavimento nello spazio completamente ridisegnato da Rem Koolhaas. Elisabetta sembra l’undicesimo dei 10 personaggi dell’installazione di Kabakov, dove dieci abitanti delle “case comuni” dell’Unione Sovietica, ognuno dalla propria stanza, cercano di uscire dalla chiusura di quel mondo: c’è il collezionista di opinioni altrui, c’è quello che si lancia dallo spazio dal proprio appartamento, c’è il collezionista di francobolli
EDM: La cosa veramente singolare che ricorre sempre nel mio lavoro è che io non ho mai la visione ultima di ciò che sarà prima degli altri, perché il mio progetto è vivo, continua a crescere e prenderà le sue dimensioni e la sua forma solo nel luogo dove verrà installato.
CB: La modalità di Elisabetta è assolutamente performativa, di tipo sonoro quasi al pari di un concerto. La sua è un’esecuzione, nel senso che quando va a comporre l’opera, nonostante abbia in mente una vaga struttura, non ha veramente idea di quello che sarà il risultato, perché deve confrontarsi con lo spazio finale che può variare tutti i valori. Invitata al Fondaco dei Tedeschi a intervenire nello spazio al quarto piano l’artista ha capovolto il concetto di site specific e invece di togliere, per svelare la stratigrafia del tempo, come aveva fatto in Querini, aggiunge uno strato alla struttura architettonica del palazzo, in modo da ricostruire e restituire il ricordo del passato. Svolge la bobina del tempo al contrario, creando un fittizio cantiere archeologico in cui si è scoperto un immaginario pavimento nato negli interstizi di quello spazio. Un pavimento che non tiene, che non resiste, ma che, come tutte le sue opere, perturba, sconvolge, rende increduli mentre spalanca memorie.
EDM: Il lavoro alla Querini è stato importantissimo e difficile perché il Museo è pieno di capolavori, è già ‘occupato’. Quindi inserirvisi con un ulteriore segno, per di più contemporaneo, non è stato semplice. Anche se per ragioni contrarie, lo spazio del Fondaco è stato a suo modo anch’esso assai difficile da affrontare. Cercare di mantenere una linea, la cifra distintiva del mio lavoro, in due dimensioni così opposte e complesse è stato impegnativo ma di grande soddisfazione. Il timore era di snaturare il mio lavoro, perché per la prima volta ero chiamata ad affrontare un progetto di questo profilo. Chi conosce la mia arte è abituato a vederla sempre in maniera rarefatta, mentre questa volta l’impatto dell’opera sarà molto forte. Apparentemente è un’opera che quasi non c’entra con le mie precedenti, tuttavia racchiude al suo interno l’intera mia arte. Non rinnega niente del mio ‘stare’ nel lavoro; sia concettualmente che nella pratica se ne ritrovano gli elementi ricorrenti: il tempo di lavorazione, che è stato enorme; il materiale, sempre carta, un elemento che ha una fragilità e una durata limitata; il riferirsi a un creare artigianale che porta al recupero della tradizione; il continuo cercare un filo con la storia...
CB: La questione dei materiali è molto importante. Ogni volta nell’opera di Elisabetta vi è il ribaltamento del significato del materiale, sia semantico che semiotico: prima, da lontano, sembrano materiali resistenti, duri – come marmo, vetro o pietra –, poi man mano che ci si avvicina non solo si rivela sempre più il significato concettuale dell’opera, ma anche la natura stessa del materiale allestimento_phmatteodefina.jpgdi cui si compone. Progressivamente ci si accorge che sono tutti francobolli e si pensa: “non è possibile!”. Osservando da vicino l’opera si nota ogni singolo francobollo che racchiude a sua volta un proprio mondo e una rappresentazione diversa. Guardando sempre con più attenzione compaiono i timbri postali ed è stupefacente concludere che sono francobolli usati, tutti inviati, tutti protagonisti di un proprio viaggio... Allontanandosi di qualche passo ecco che appare la conformazione di un tracciato di schemi decorativi e disegni, che arrivano a configurare la mappa di un’ipotetica geografia, una trama complessa di percorsi che non portano da nessuna parte, circuiti che non indicano una via ma che ricalcano l’ordinato e inesorabile flusso del tempo. Un mondo che si ricompone dentro una visione diversa, entro nuovi confini. L’immensa installazione di Elisabetta è un ‘immaginario’ pavimento di mosaici ispirato a quello della Basilica di San Marco. L’artista ha tenuto presenti i disegni dei pavimenti marciani e ha realizzato negli spazi del Fondaco un mosaico dove al posto delle tradizionali tessere di vetro o pietra sono 100.000 francobolli a comporsi, uno accanto all’altro, delineando insospettabili armonie cromatiche. Il risultato è un interminabile e inimmaginabile disegno visionario, che tiene insieme un sapere antichissimo e una riflessione sul concetto di tempo contemporaneo. Utilizzando il francobollo fa affiorare alla memoria le modalità della comunicazione precedente Internet, in cui era fondamentale il tempo dell’attesa; fa emergere la vita che ruotava intorno alla “missiva”, al suo viaggio, alla sua destinazione. Ancora la memoria, dunque, il tempo, ma anche i legami che esistono nello spazio e tra gli spazi, in questo caso due luoghi di Venezia: la Basilica di San Marco, con la sua magnificenza e grandezza, e il Fondaco dei Tedeschi, ex Poste Centrali, luogo del quotidiano per eccellenza, delle relazioni e di una comunicazione che oggi non esiste più. A saldare e tenere insieme le memorie di questi due luoghi così lontani è la ricchissima trama che si dipana su un pavimento.

Come sarà possibile cogliere tutte queste stratificazioni di memorie e di luoghi? Come avete coniugato questo binomio fondamentale del tempo e dello spazio rendendolo fruibile al pubblico?

CB: Il Fondaco con grandissima generosità ci ha permesso di realizzare un nuovo pavimento rialzato non solo nella porzione di 53 mq corrispondente al mosaico realizzato da Elisabetta, ma per l’intera superficie – circa 300 mq – dell’Event Pavilion. La luce radente, poi, e la possibilità di vedere con lenti d’ingrandimento rendono la visione più concreta possibile.  

Il suo lavoro penetra in profondità e pone delle domande. Dagli inizi a oggi la sua ricerca è sempre stata “lineare”?
allestimento1_phmatteodefina.jpgEDM: Ho iniziato con l’Accademia di Belle Arti, qui a Venezia, studiando scenografia, perché il teatro mi affascinava. Per anni ho studiato danza classica, che consideravo il mio vero talento, la mia vocazione, che porto ancora oggi nella mia arte. Realizzare questi lavori richiede una fatica fisica non indifferente – la potremmo anche definire una sorta “body art” –, perché lavoro dalla mattina alle nove fino alla sera alle sette ininterrottamente, con una breve pausa per il pranzo. Questi sono i miei ritmi. Reggere questo ritmo necessita di un allenamento, perché comunque è uno sforzo fisico, una fatica che non si percepisce poi nei lavori. Esattamente come nella danza: quando vai a vedere un balletto non percepisci la misura dell’esercizio e della lunga costruzione che realmente nasconde. Se riesco a realizzare queste opere è perché ho avuto un’impronta di quel genere, una disciplina mentale e fisica che mi viene naturale. Se dovesse vivere questo mio approccio, questa mia disciplina come un sacrificio, una costruzione costrittiva, penso che non reggerei, perché significherebbe lavorare e vivere in una dimensione quasi reclusoria. In questo senso parlo di “talento”, di un’attitudine che per fortuna, o per sfortuna, ho.
Tornando all’Accademia e alla mia specializzazione in scenografia, ritengo che la relazione con lo spazio e un certo tipo di spettacolarizzazione, non urlata, derivi da ciò. Il fatto di mettere in scena o provare a dare una forma a un’idea che non sia sempre solo l’oggetto, ma l’oggetto in relazione al luogo, e quindi allo spazio, per me è fondamentale.
CB: Sono delle idee, dei pensieri, che si espandono e si possono moltiplicare in termini infiniti. Questo pavimento, come poi lei lascia intuire da questi frammenti non finiti, rispetto alla porzione che si vede potrebbe continuare all’infinito. L’edera che Elisabetta ha fatto entrare alla Querini era assolutamente vera, viva e poteva germinare nel tempo. Più tempo lasci a Elisabetta, più lei fa. Il lavoro finirà solo quando il tempo finirà. La sua arte è germinativa ed esponenziale, può andare avanti all’infinito: un continuo rapportarsi con il tempo e con lo spazio in maniera esistenziale.
EDM: L’idea è proprio di andare a sovrapporsi con il tempo che abbiamo. Quanto tempo abbiamo? Non lo sappiamo, nessuno lo sa... I miei sono lavori che puoi riprendere in qualsiasi momento per farli continuare ancora, un po’ come le relazioni con le persone: capita di interromperle e di riprenderle dopo tempo. È tutto qui. Il concetto dell’infinito è la continuazione di un frammento dopo l’altro, dove ogni singolo frammento si espande e apre nuovi orizzonti.

Quali sono i suoi riferimenti, i suoi Maestri, o meglio, gli artisti che sono per lei ispiratori?
EDM: Penso prima di tutto all’Arte Povera. A Boetti naturalmente, come non tenerne conto! Anche se credo che il mio sia un approccio diverso, ho sempre guardato a quei Maestri e continuo a guardarli tutt’oggi.
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Avete parlato di circolarità. Sembra che questo progetto dimostri questa circolarità anche nella sinergia tra Querini, Fondaco e Elisabetta Di Maggio. Al contempo vi siete inseriti nel ‘tessuto’ artistico della città, connettendovi direttamente per la realizzazione di questa monumentale opera. Come si è sviluppata questa parte del progetto?
EDM: Nel Rinascimento e nel Medioevo Venezia lavorava nei cantieri, dall’Arsenale a quelli dedicati all’architettura e all’arte. Siamo partiti da quest’idea e dalla volontà di ricostruire un vero cantiere rinascimentale applicato all’arte contemporanea. È la prima volta che lavoro con degli assistenti in questo modo. Di solito lo faccio in solitaria, ma chiaramente la dimensione del progetto e il fatto di doverlo realizzare entro un tempo stabilito non mi permetteva di realizzarlo da sola; ho dovuto dunque cercare aiuto. Sempre nell’ottica del cantiere, abbiamo deciso di coinvolgere attraverso l’alternanza scuola-lavoro i ragazzi del Liceo Artistico Marco Polo di Venezia.

Il Fondaco è entrato in contatto con il Liceo e con un’insegnante illuminata, Susanna Fiori, che ha subito accolto con entusiasmo il progetto e organizzato un’intera classe di ragazzi che cinque alla volta, tutti i giorni, dal lunedì al sabato, sono venuti a lavorare con me al progetto per cinque ore. Inizialmente avevamo a disposizione una bellissima aula, poi con l’occupazione della scuola abbiamo dovuto liberarla e spostarci nel mio studio, che è poi casa mia, ma fortunatamente questo è successo verso la fine del lavoro. Alcuni ragazzi stanno continuando a venire con orario più ristretto; altre ragazze vogliono essere partecipi all’installazione, ci tengono in maniera davvero particolare. Mi hanno richiesto e farò una lezione al Liceo. Insomma, spero e credo che per gli studenti sia stata una bella esperienza, perché hanno toccato con mano un progetto reale dall’inizio alla fine.

 

 

E per lei come è stata questa esperienza di condivisione?
EDM: In parte è stato faticoso avere a che fare con tutti i ragazzi, trovare un ritmo comune, però sono una persona che quando si mette poi va.
CB: Per lavorare con Elisabetta bisogna trovare infatti un ritmo particolare, saper entrare nel suo tempo e questo richiede una tale concentrazione da portarti quasi in una dimensione astratta, proprio come durante una meditazione.
EDM: Infatti credo che questa per i ragazzi sia stata la cosa più difficile, perché richiedere tale concentrazione per un quarto d’ora è un conto, mantenerla per cinque ore è un altro! Soprattutto in un lavoro che, come ho sottolineato fin dall’inizio, non è un workshop, bensì la creazione di un’opera vera e propria, quindi gli studenti dovevano essere coscienti e responsabili di ogni gesto che facevano. Ognuno aveva i suoi attrezzi e noi abbiamo cercato di aiutarli a trovare un proprio metodo di lavoro. Per alcuni è stato facile, per altri un po’ meno, però sono stati bravi e soprattutto senza di loro non ce l’avrei mai fatta.

_32a3694.jpgCome ha materialmente costruito quest’opera? Incuriosisce molto la quantità enorme di francobolli: come ne avete recuperata una tale quantità? E in che modo sono stati posti uno accanto all’altro?
DT: Il Fondaco ha procurato per così dire ‘la materia prima’, comprando un primo quantitativo di francobolli on-line la scorsa estate, circa diecimila, per permettere a Elisabetta di scegliere forme, colori, tipologie. A quel punto abbiamo potuto fare il maxi-ordine per l’opera. Come già detto, più di centomila pezzi.
EDM: Quando mi hanno coinvolta in questo progetto ho provato a pensarci e ho parlato della mia idea per la prima volta solo con Chiara. Lei mi ha detto che era molto interessante. Ne abbiamo parlato con Delphine Trouillard e Andreina Forieri del Fondaco e a loro l’idea è piaciuta. A quel punto, però, sono entrata in crisi io, perché dovevo trovare il modo di realizzarla e non era facile. Mi hanno chiesto di cosa e di quanto tempo avessi bisogno, ma non lo potevo ancora sapere, dovevo ancora creare tutto. Quando sono arrivati i primi diecimila francobolli, che erano naturalmente tutti mescolati, mi sono detta: “bene, ora bisogna capire cosa farne”. Ho cominciato così a visitare i vari luoghi dei mosaici a Venezia, soprattutto San Marco, ho comprato libri, me li sono ridisegnati, ho compiuto una ricerca approfondita. Poi mi sono dedicata ai francobolli, catalogandoli per provenienza, tema e tavolozza di colore.
CB: Mi ricordo quando hanno dato i primi francobolli a Elisabetta quest’estate; il problema è stato trovare un metodo per creare una catalogazione che rispondesse alle esigenze dell’opera. 
Alla fine la geografia ha tenuto insieme le tavolozze e questo è interessantissimo.
EDM: Si notavano le similitudini ma anche le differenze tra come si presentavano i diversi paesi del mondo. Nel centimetro quadrato di un francobollo ogni Paese mostra la propria estetica, quelli che ritiene i propri punti di forza. Chi ha tanto, come l’Italia ad esempio, esibisce monumenti e suoi capolavori, mentre chi ha poco patrimonio storico-artistico ricorre a immagini di fiori, animali, elementi naturali.
Nelle scatole c’erano tutti i colori: la scatola dei rossi, dei verdi, dei blu. I disegni ripresi dai mosaici, alcuni ricostruiti con forme nuove da me, venivano ingranditi in modo da farli diventare a dimensione di pavimento e infine, per ogni disegno che si decideva di ricostruire, iniziava il grossissimo lavoro, forse il più difficile, della scelta dei francobolli da usare. Dovevamo essere sicuri di averne a sufficienza, di avere tutte le serie e stare attenti a non usarne alcune che sarebbero poi potute servire in seguito per altro. Dovevo avere una visione piena e completa, dal macro al micro.
CB: Certamente il disegno di San Marco riprodotto da Elisabetta è stato fondante per dare la struttura, però spesso nel riempimento erano i francobolli a dare la costruzione del disegno. Per cui, ad esempio, con i fiori di tutto il mondo Elisabetta ha creato un rosone magnifico, una specie di “giardino mondiale”.
EDM: Siamo impazziti per realizzarlo, perché trovare il materiale corrispondente che faccia funzionare l’idea non è facile; non sempre si ha tutto a disposizione, né tanto meno la possibilità di andare ad acquistare, che so, una serie solo di fiori. Anche i ragazzi durante il lavoro si sono appassionati e hanno avuto, per esempio, l’idea di rappresentare le quattro Stagioni rese attraverso una serie di cromie e sfumature in grado di portare alla mente l’estate, la primavera, l’autunno e l’inverno.
CB: Il più delle volte Elisabetta ha cercato di rispettare il francobollo senza mutarne la forma – infatti la trama resta visibile –, altre volte non è stato proprio possibile e sono stati tagliati per seguire la forma del disegno. Il francobollo, però, doveva sempre essere riconoscibile, per cui la dentatura tipica del bordo è fondamentale ed è sempre presente.

dimaggio-bertola_phmatteodefina.jpgIl titolo Greetings from Venice, come è nato?
EDM: Un giorno eravamo in Querini con Chiara e Andrea Cortellessa, che era venuto a trovarci, e si discuteva sul titolo – io non sono brava a trovare i titoli, come si può notare dai miei numerosi “Senza titolo” –. Loro hanno pensato a Saluti da Venezia, una frase che chi non ha mai scritto su una cartolina?
CB: Il titolo è il riassunto massimo di quest’opera, perché si tratta veramente di francobolli partiti da tutto il mondo che adesso ritornano a ‘casa’, al Fondaco, che rappresenta da sempre l’incrocio delle culture. La cosa interessante è che ora è Elisabetta che ci manda i suoi Saluti da Venezia, dalla sua città, con una profondità che va oltre la “cartolina veloce”. Questo è il messaggio importante da far passare.

Come vive il rapporto con le sue opere?
EDM: Sono come dei figli: gli dai tutto quello che puoi ma prima o poi se ne vanno, continuano il loro corso e anche se non sai come, speri sempre bene.

Durante il periodo della mostra vi saranno a latere degli eventi?
DT: Il 6 aprile per il Festival di letteratura Incroci di Civiltà T Fondaco ospita l’incontro tra lo scrittore malese Tash Aw e l’autore italiano Eraldo Affinati. È bello e interessante constatare come il primo evento ospitato da questa mostra sia un evento di Incroci di Civiltà, con due autori che vengono da Paesi diversi e che parlano di letteratura in inglese sopra un mosaico di francobolli da tutto il mondo. Proseguirà poi il programma culturale del T Fondaco, rassegna che da ottobre scorso ha preso il titolo Diamoci del tempo, proprio nell’attesa di quest’opera di Elisabetta Di Maggio, che ha ispirato e ispirerà tutte le attività culturali del T Fondaco nei prossimi mesi.

«Elisabetta Di Maggio. Greetings from Venice»
6 aprile-25 novembre 2018

Event Pavilion, T Fondaco dei Tedeschi, Rialto - Venezia
www.tfondaco.com