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Home arrow ARTE arrow INTERVISTA | Dentro una buona luce. Il dialogo tra classico e contemporaneo di Francesco Candeloro
INTERVISTA | Dentro una buona luce. Il dialogo tra classico e contemporaneo di Francesco Candeloro
di Fabio Marzari   
lcr_26963.jpgIl veneziano Francesco Candeloro ha fatto delle trasparenze una ragione di stile. Il suo è un percorso immersivo nell’arte, partendo dalle nuvole. I suoi lavori con il plexiglass hanno impreziosito spazi ‘inviolabili’ e la sua delicata, ma ferma, convinzione circa una sapiente invasione della luce nel rimodulare gli spazi ha creato suggestioni e non ha sfigurato di fronte a capolavori dell’arte classica. Un esempio tra tutti la sua recente mostra al MANN di Napoli, uno dei più importanti musei archeologici al mondo, in cui i lavori di Candeloro hanno impreziosito e inglobato capolavori di ogni tempo, tra cui il pregiatissimo Supplizio di Dirce, rendendo le antiche civiltà concatenate in mondi futuribili. Come ha scritto il Direttore del MANN Paolo Giulierini, «La materia scelta per le opere, rigorosamente in dialogo con quelle antiche, gioca anche con la luce, determinando una metamorfosi continua dei contesti, diffondendo un’energia vitale nelle sale dedicate alla statuaria, suggerendo quel colore che spesso le sculture ebbero in antico [...]».
L’occasione è di raccontare un percorso artistico importante, fatto anche di pittura e fotografia, con all’attivo mostre personali e collettive in molte città del mondo. Il suo viaggio nel tempo della luce porta Francesco Candeloro a esplorare sempre nuovi confini.

 

Come è nata la sua vocazione per l’arte?
È nata ufficialmente attraverso la scelta di un indirizzo preciso di studio: prima l’Istituto d’arte e poi l’Accademia di Belle Arti. All’Accademia ho iniziato a creare il mio percorso e i primi due anni sono stati decisivi per determinarlo. Tuttavia già nel mio immaginario di bambino vedevo le concatenazioni casuali dei disegni nelle piastrelle di marmo del pavimento trasformarsi in figure di nuvole. Pur non avendo consapevolezza a quell’età di voler fare l’artista, la mia fantasia era colpita da un mondo che si potrebbe configurare come artistico, fantasioso, immaginario. In età più adulta ho però deciso di non guardare troppo le nuvole – il rischio era di perdersi completamente in una dimensione surreale – imponendomi di ritornare alla realtà. È interessante avere queste visioni continue, ma bisogna sempre calarle nella realtà.
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La luce è un tratto saliente nelle sue opere.
La luce sicuramente è sempre stata presente nel mio lavoro, partendo dai disegni in formato maxi che facevo nel 1995: bianchi e neri o colorati o sanguigni, era tutto un immaginario, volti che apparivano, chiaro-scuri a tratteggiare la fronte o gli occhi. Le ombre da sempre fanno parte del mio lavoro, ma in maniera diversa; cambiando infatti la materia è l’intensità della luce che riesce a cambiare il lavoro. Nel plexiglass la luce che lo attraversa permette di vedere tutto questo micro-mondo attraverso i raggi che colpiscono la materia, ma in modo del tutto diverso, è una luce veramente artificiale. La luce, eletta a mezzo espressivo spaziale e pittorico, accende teatralmente i colori dal di dentro, creandone di nuovi attraverso un intervento in grado di declinare in scultura ad esempio il tema del paesaggio, solitamente relegato alla pittura.

Quali sono stati i suoi Maestri?
Lucio Fontana in primis, un artista che ho amato e che amo moltissimo, anche se all’inizio non è stato così, quasi lo odiavo. L’ho poi affrontato studiando più a fondo il suo lavoro ed ho finito con l’amarlo. Quando frequentavo l’Accademia c’era ancora l’ASAC (Archivio Storico Arte Contemporanea) a Ca’ Corner della Regina. Ci andavo molto spesso e questo ha aiutato la mia formazione, avendo una panoramica completa dell’arte da poter ‘sfogliare’. Naturalmente ci sono poi i Maestri classici veneziani che hanno dettato legge nel mio percorso di crescita, penso a Tiziano e Tintoretto in primis. Quando ero in Accademia andavo ogni giorno a vedere almeno un quadro: nella Pietà di Tiziano tutta quella materia un po’ incerta, quel lavoro di lui ormai vecchio, mi catturava moltissimo, perché anche quella era una luce di Venezia. Poi, in altro modo, c’era Carpaccio nella sua narrazione che mi entusiasmava, soprattutto nella Crocifissione e apoteosi dei diecimila martiri del monte Ararat. La materia di Tiziano, la narrazione di Carpaccio, certo, poi però il giorno dopo andavo alla Guggenheim a vedere Pollock o Rothko... Insomma, studiare a Venezia mi ha davvero aiutato; avevo a disposizione da un lato la parte storica, e che storia!, dall’altro il top della modernità, senza poi considerare la centralità del contemporaneo delle Biennali.

I suoi lavori non sono definibili rispetto alle categorie cui siamo abituati. Cronologicamente lei è un artista contemporaneo, ma i suoi interventi vanno a creare una particolare identità dove vengono installati, penso ad esempio in Piazza Cordusio a Milano nel Palazzo di Unicredit o alla porta d’acqua di Palazzo Fortuny a Venezia.
lcr_26796.jpgOgni mio lavoro è una relazione con il vissuto delle persone e dei loro luoghi, come nel progetto Città delle Città, articolato in una serie di grandi opere – lastre di plexiglass di due metri tagliate a laser e stampate a raggi UV – in cui i temi dell’architettura, della città e dell’ambiente si legano a fotografia, scultura e segno creando un percorso/labirinto. Un progetto nato a seguito di un percorso di viaggio durato cinque anni, durante i quali, attraverso l’osservazione “dal vero” e la conseguente raccolta di immagini e appunti, ho ricostruito “percettivamente” le peculiarità di alcune città geograficamente distanti tra loro. Io faccio installazioni, ma lavoro anche con la pittura, o anche e solo con la fotografia e proprio la fotografia è oggetto della mia mostra di Amsterdam alla Red Stamp Art Gallery, visitabile fino al 7 aprile. In questo caso la fotografia è la luce che crea l’immagine. Scatti notturni, immagini lavorate semplicemente dalla luce, un’immagine fotografica, molto più semplice anche rispetto a una finestra, che diventa ambientale e cambia la forma, cambia il segno, perché è la luce che si espande nell’opera tramite il sole che penetra nello spazio. Il Paesaggio è protagonista: vedute pure, silenziose, nel loro essere aliene da ogni presenza di figura umana, in cui la notte a volte si avvicina al giorno per intensità luminosa, catturate in ore notturne o di temporalità liminali e indefinite di albe o tramonti. In mostra si evidenzia un universo liquido, dilatato, attraverso una lucentezza accesa che manda in estasi i nostri occhi, oramai assuefatti ai colori lucidi e scintillanti degli schermi dei telefoni, tablet, ecc. Offro un’inedita visione dello spazio e del tempo; le distanze sembrano annullarsi, plurimi panorami di diverse località a varia scala coesistono e la terra ci appare grande e minuscola insieme.


p1030835-70x52.jpgChe differenza c’è tra il lavoro con il plexiglass e la fotografia?
Cambia nel segno stesso. Sono segni diversi, in base alla materia muta l’approccio; anche se l’idea di partenza è simile, il risultato è tutt’altra cosa. Della fotografia mi interessa l’aspetto della luce, il lavoro che compie la luce sull’immagine. Nei lavori in plexiglass, invece, si manifestano visioni, quasi apparizioni in cui la materia si dissolve nella radiazione di colori sintetici o dove è piuttosto la luce a concretizzarsi in diaframmi che solidificano emanazioni luminose e artificiali. Imprescindibile è il rapporto con la luce dell’ambiente, naturale o artificiale che sia: nella sua interazione con le trasparenti superfici crea proiezioni mobili e aure di ombre colorate che collocano gli elementi e gli spazi in una sorta di dimensione sospesa e galleggiante, dove la temporalità, evidenziata dalle trasformazioni operate dal mutare della fonte luminosa nel corso delle ore e delle stagioni, emerge nella sua natura misteriosa di incessante presente multidimensionale insito nell’apparente ordinario trascorrere del quotidiano.

Non ha avuto paura di trovarsi a confronto con capolavori assoluti dell’arte come nel caso di Napoli?
Il direttore del MANN, a proposito della mostra Proiezioni (Oltre il Tempo) in cui si accostavano i miei lavori a capolavori dell’antichità, mi ha detto da subito, a fronte del mio timore più che reverenziale verso tali giganti, che gli autori erano contemporanei al loro tempo, così come lo sono io adesso rispetto al mio. Vivere questa differenza, porre due contemporaneità a confronto, creando un dialogo con questi mostri sacri, è stato bello, soprattutto nel cercare l’equilibrio delle cose, di due contemporaneità, per l’appunto.

 

www.francescocandeloro.org