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How does it feel? A Jesolo, il mito Dylan
di Massimo Macaluso   

bob-dylan.jpgA volte mi chiedo a cosa sia dovuto il successo che ha portato Bob Dylan dagli anni ‘60 al terzo millennio. Lui, l’artista più inavvicinabile, l’imperscrutabile, così difficile da analizzare, così difficile da capire, da interpretare, da paragonare, da commentare, insomma, tanto impossibile da decifrare e comprendere. Sicuramente non a quella sua voce un po’ gracchiante, spesso querula, che sembra prendere delle volte in giro chi lo ascolta. Una voce che una volta si sarebbe definita “sporca”, ma non ruvida come quella del Boss. Di certo c’è che ha scritto pagine di poesia, anche se il grande De Andrè una volta, citando Benedetto Croce, disse che «Fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore».

 

Non so se Dylan si consideri un poeta o un cantautore, e non lo reputo importante. Fatto sta che le sue canzoni sono state studiate a scuola dai ragazzi da un buon mezzo secolo, proprio come quelle di De Andrè. Soprattutto sono entrate nell’immaginario collettivo, che poi è quello che realmente conta, se vuoi lasciare ai posteri una traccia di te e del tuo passaggio.

 

 

 

136910086.jpgLe immagini del Vietnam, dell’America degli anni ‘60 saranno per sempre legate alla sua voce un po’ nasale, come alle grandi adunate studentesche e ai movimenti di protesta nelle strade e nelle università. Anche se forse non tutti sanno che la sua canzone più universalmente conosciuta, Blowin’ in the wind, in realtà era una cover di un canto tradizionale molto antecedente dei lavoratori neri dei campi di cotone. Autore, poeta, amato da molti, non da tutti e non per tutti. Anche se chi lo ama e lo segue nei concerti lo fa con fede cieca e assoluta, aspettando ogni volta l’ennesima riproposizione del brano di turno, che con una sorta di civetteria Bob camuffa in modi delle volte buffi e improbabili, solo per il vezzo di sorprendere ancora i suoi fans dopo 50 anni suonati di carriera. E ci riesce alla grande, anche se esegue una stralunata versione reggae di Just like a woman. In definitiva Bob Dylan ha costruito in circa sessant’anni la strada del folk e del rock.

 

Ha cambiato decine di volte la sua figura, il suo genere musicale. Ha reso furiosi i critici, pronti a smentire il suo stile con l’album successivo. Come scrive Carlo Molinari: «Il re della parola, lo è sempre stato, e il suo modo di scrivere ha sconvolto prima, e condizionato poi, il mondo non solo della canzone d’autore, ma anche i sentimenti, lo spleen, di almeno due generazioni di giovani. Se l’universo di Leonard Cohen, per fare un confronto tra due grandi crooner della recente storia musicale, è sempre stato nascosto, sofferto, rauco, trafitto e sanguinante, quello di Dylan era lì ad urlare, in prima fila, acido e sporco, reale da non crederci. Lui che, plasmando un nuovo Adamo dalle costole di Woody Guthrie e Pete Seeger, ha creato la figura del cantautore». Non a caso nel 2016 è arrivato il Nobel, per «aver creato una nuova espressione poetica nella tradizione della canzone americana». E non si irritino i falsi e invidiosi puristi, quelli che hanno storto il naso per Dario Fo. Non è dono di tutti saper mescolare così bene le lettere dell’alfabeto e intrecciarle in musica.

 

Bob Dylan

26 aprile Palazzo del Turismo-Jesolo

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