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INCONTRO | Bentornato Presidente! Canova accompagna Washington negli Stati Uniti...
di Fabio Marzari   

washington.jpgUn progetto che parte da un piccolo paesino adagiato nei colli asolani – Possagno – che ha dato i natali ad Antonio Canova, un genio della scultura, che approda a New York alla Frick Collection, ex residenza del magnate dell’acciaio Henry Clay Frick, affacciata su Central Park, che ospita la sua preziosissima raccolta d’arte, passando per Venezia, dove una donna vulcanica e capace di non arrendersi davanti a qualsivoglia ostacolo ha saputo creare un ponte tra due Continenti unendo Canova e la sua arte con George Washington. Nel 1816 a Raleigh, capitale dello Stato della North Carolina, il Parlamento commissionò una statua a figura intera di George Washington da collocare nella sala del Senato. Thomas Jefferson, convinto che nessuno scultore americano fosse all’altezza dell’incarico, propose il nome di Antonio Canova, all’epoca uno degli artisti più acclamati del mondo.

 

La statua, prima e unica opera eseguita da Canova per gli Stati Uniti, su suggerimento di Jefferson rappresentava il primo presidente della nazione nelle vesti di un condottiero romano mentre stila il proprio discorso di commiato. L’opera venne svelata nel 1821 e il plauso fu tale da richiamare visitatori da ogni dove. Solo un decennio più tardi un tragico incendio divampò nel Palazzo del Parlamento riducendo la statua a un ammasso di frammenti. Il calco in gesso della statua, conservato al Museo canoviano di Possagno, a distanza di quasi due secoli torna ora in America come ospite d’onore della Frick Collection nel contesto del progetto Canova’s George Washington, esposto al pubblico di New York dal 22 maggio al 23 settembre 2018.

 

 

 

Franca Coin, anima di Venice International Foundation, è il dominus di questa importante operazione culturale che ricostruisce un pezzo di storia americana nata in Italia. Quando lo scorso anno a Palazzo Balbi, sede della Giunta Regionale del Veneto, fu presentato il progetto, tre furono i soggetti che parlarono dell’operazione: Franca Coin, Mario Guderzo e Xavier Salomon. Franca Coin, Presidente della Fondazione Canova onlus, è un esempio di mecenatismo pragmatico, più propensa alle sfide che alle tartine nei party, capace di entusiasmare e coinvolgere gruppi di lavoro con la sua proverbiale forza, creando connessioni culturali e umane che portano Venezia e il suo territorio nel mondo. Una donna minuta, ma dal piglio d’acciaio, immaginifica e determinata nel suo lavoro, in grado di sognare e di volare alto, senza cadere nel sordo chiacchiericcio tipico dei nostri tempi instabili, segnati da like nei social più che da concretezza. Mario Guderzo è il direttore del Museo Canova di Possagno, che comprende la Gypsotheca, dove è esposta la totale produzione di modelli e calchi delle opere di Antonio Canova, la Casa Natale, dove sono conservati i dipinti, i disegni e gli abiti dell’artista, il Parco, la Biblioteca e l’Archivio. Guderzo vive la quotidianità con le opere del Maestro e si può affermare che è l’unico autorizzato a dare del tu a Canova, tanto profonda è la conoscenza dell’artista e dell’uomo, colto e abile nelle relazioni. Xavier Salomon, capo curatore della Frick Collection, studioso di Paolo Veronese e autore di moltissimi saggi è stato a 33 anni curatore per la parte europea del Metropolitan di New York. Nato a Roma e vissuto in Italia è la dimostrazione di come lo studio dell’arte non sia solo riservato ai ‘giurassici’, ma possa anche trovare in giovani esperti un rigore scientifico e un appeal non solo accademico. A pochi giorni dall’apertura a New York abbiamo chiesto ai tre protagonisti di raccontare il loro Canova.

 

Com’è nata la folgorazione di Franca Coin per Canova?

F.C. Mi piace moltissimo il termine “folgorazione”, credo riporti esattamente l’idea e il sentimento ch73023-02_franca_coin_dsc9918_photo_credit_lino_zanesco_per_.jpge l’ha animata. Si è trattato di una ‘inevitabile conseguenza’ delle tante suggestioni che dalle più diverse direzioni convergevano su di me. Anni fa negli Stati Uniti ho ottenuto per la Venice International Foundation lo status fiscale di organizzazione no-profit, secondo la sezione 501(c)(3) che concede l’esenzione fiscale alle organizzazioni no-profit. Il tutto è avvenuto in tempi molto rapidi; ne sono rimasta quasi spiazzata. Accingendomi a intraprendere questo progetto a New York, ho deciso di procedere per gradi, secondo un metodo che applico a ogni iniziativa in cui decido di impegnarmi. Divenuta Presidente della Fondazione Canova di Asolo, sono tornata a visitare la bellissima Gypsotheca di Possagno, una gemma immersa in un paesaggio ancora in parte incontaminato e ho scoperto con grande stupore il modello in gesso di “Giorgio” Washington, come recitava – suscitandomi non poca tenerezza – il cartellino identificativo della statua. Ho immediatamente pensato che questo potesse rappresentare il mezzo migliore per entrare in America attraverso una raccolta fondi: portare l’arte di Canova negli Stati Uniti, organizzando qualcosa di davvero significativo e duraturo. Ecco allora la storia che si delinea sempre di più, a partire dagli avvenimenti di quegli anni, quando Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, volle assolutamente che fosse proprio Antonio Canova, il più costoso artista di allora nel suo momento di più grande splendore, a realizzare la statua dedicata al primo Presidente. Mentre seguivo questa traccia, altri avvenimenti hanno incrociato i nostri destini a quelli di Canova: il restauro realizzato da Venice Foundation delle Stanze a lui dedicate al Museo Correr e quello delle nuove Sale canoviane nell’ala palladiana delle Gallerie dell’Accademia a Venezia, il collegamento Palladio-Canova grazie alla mostra Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo curata da Guido Beltramini e Fulvio Lenzo e allestita a Vicenza tra settembre 2015 e marzo 2016. Posso affermare che tutte queste iniziative mi hanno piacevolmente ‘provocata’…

 

Come e quando è nato il progetto Canova’s George Washington?

F.C. Circa sei anni fa. Una sera, in occasione dell’inaugurazione del restauro che avevamo promosso alle Gallerie dell’Accademia, ho incontrato il curatore della Frick Collection di New York, Xavier Salomon, e quella è stata un’altra ‘puntata’ della folgorazione che si è propagata negli anni, quasi inseguendo un tracciato segnato dalla conoscenza e dalla curiosità, che ancora oggi mi accompagna a ogni passo, e dalla possibilità di unire le persone costruendo dei progetti. Xavier è poi tornato in Italia varie volte e abbiamo proseguito un lavoro di confronto e arricchimento reciproci. La Frick è davvero una collezione straordinaria e molto amata. Lavorare in simili contesti mi fa sentire in tutto e per tutto una civil servant privilegiata per il fatto di poter lavorare a contatto con la bellezza impegnandomi nella sua tutela e diffusione. Ho coinvolto nel progetto poi il Consolato Generale d’Italia a New York, per realizzare in parallelo una mostra di fotografie di Fabio Zonta dedicata a Canova, e l’Istituto Italiano di Cultura, per l’esposizione Canova e la danza sulle sue tempere. Essendo Washington il primo Presidente degli Stati Uniti volevo che anche la politica potesse essere in qualche modo coinvolta attraverso la conoscenza e la bellezza, vero orgoglio italiano. Ho portato avanti, quindi, un lavoro quasi di sartoria che mi ha riempito di gioia e soddisfazione, mettendo assieme tutte le diverse componenti in un unico ‘vestito’, che verrà tra l’altro arricchito nel 2021 da una mostra già in preparazione a Washington. Ovviamente non ho inventato nulla, ho semplicemente colto le suggestioni che hanno incrociato il mio percorso in questi anni e che provenivano da Asolo, Possagno, New York, Venezia… Sono nata a Trieste e da bambina la mia mamma ci cantava la canzone Vento portami via per non farci spaventare dal vento. Ho vissuto sempre con un’idea molto bella legata al vento, che mi permetteva di sognare e volare in luoghi lontani. Questa metafora poetica del vento è un po’ un sogno: la folgorazione per Canova era nell’aria, ho colto questo ritorno al Neoclassico come una cosa necessaria per non essere sopraffatti dalle vicissitudini quotidiane che bisogna affrontare. Un progetto legato al “volare oltre”, un po’ più alto, non con spocchia bensì con la volontà di ritrovare una visione più ampia, non corrotta dalle mille, spesso inutili, polemiche del quotidiano.

 

06_2000.jpgGeorge Washington permette di collegare ancora una volta il nostro Paese e gli Stati Uniti, in un momento in cui questi risultano essere per certi aspetti più ‘chiusi’ verso l’esterno rispetto al passato. Pensiamo alla lezione delle Scuole Grandi veneziane, esempio per qualche Padre Fondatore americano...

F.C. La lezione del passato ritorna sempre e non ci devono spaventare le idee di chiusura del presente…i Presidenti passano! Proprio le Scuole Grandi rappresentano un’altra folgorazione di cui mi occuperò sicuramente in futuro. Dopo che questo progetto su Canova si sarà compiutamente avviato, sarà proprio sulle Scuole Grandi che concentreremo il nostro pensiero, primo esempio di collaborazione proficua tra privato e pubblico ed esperienza capace di attirare la curiosità e l’entusiasmo miei e di tutte le persone con cui lavoro.

 

Il Canova a New York: un modo concreto per ricordare quanto grande fu l’influsso del nostro Paese e anche della nostra Regione nella storia degli Stati Uniti. Può l’arte, con progetti come questo, essere ancora un collante di cultura, scambio e crescita nei rapporti tra l’Italia e l’America?

F.C. Il progetto Canova’s George Washington è stato presentato in Regione un anno fa, a Palazzo Balbi, per un motivo ben preciso: portare ancora una volta Venezia nel mondo, attirando l’attenzione anche e soprattutto sul territorio in cui Venezia si trova e ribadendo ancora come questa città sia un vero e proprio megafono capace di parlare al mondo. Non è un caso che il marchio della Regione Veneto abbia sostituito “The Land of Venice” al preesistente “Tra terra e cielo”, proprio per identificare al meglio l’insieme dei settori e delle eccellenze della nostra terra, dal turismo all’enogastronomia, dalla produzione artigianale a quella agricola, ma anche, attraverso l’evocazione di Venezia, per offrire un efficace strumento di geolocalizzazione dell’intera Regione e delle sue varie e diverse componenti dell’offerta turistica e non. Il lavoro da fare rimane tanto, tantissimo. Penso a quello che i francesi riescono a fare con i propri Castelli e a quello che invece il Veneto ancora non riesce a fare con le proprie Ville, pur potendo contare su figure del calibro di Veronese, Palladio, Giorgione, Carlo Scarpa e Canova stesso. Vivere immersi nella bellezza ci porta automaticamente a cercare la bellezza, a prescindere dalla nostra condizione economica: uno dei miei sogni, e spero uno dei prossimi progetti, è quello di istituire l’ingresso gratuito ai musei. Ovviamente si tratta di un’operazione difficilissima da realizzare e che dovrebbe per forza di cose essere graduale, ma che è già realtà in alcune parti del mondo, tra cui la Gran Bretagna. Non sarà una passeggiata, ma ci proveremo.

 

Il mecenatismo nell’arte è un aspetto fondamentale per la crescita culturale di una nazione. Lei è da sempre in prima linea nei comitati per la salvaguardia di Venezia. Quali le realizzazioni che le hanno dato maggiori soddisfazioni e quali invece i progetti non ancora realizzati che ha vivi e presenti nel cuore?

F.C. Sono assolutamente d’accordo nel considerare il mecenatismo come uno snodo cardine per lo sviluppo culturale e sociale di ogni paese civile. Il percorso si presenta ai nostri occhi come pieno di insidie e di brutture, ma ognuno con le proprie competenze deve dare il proprio contributo per non soccombere alla volgarità: “grazie”, “prego” e “scusa” devono essere le parole di un ideale manifesto che mi piacerebbe diffondere, assieme a “bellezza”, “conoscenza” e “gentilezza”. Le soddisfazioni sono state tantissime, anche se lasciano presto spazio a nuove idee, a nuovi progetti da realizzare. Mi sarebbe piaciuto collaborare in maniera ancora più approfondita con il Patriarcato per il restauro della Cupola della Creazione a San Marco, un restauro che non ha avuto secondo me il risalto che merita. Il restauro effettivo è durato quattro anni ed è stato finanziato attraverso il progetto Sulle ali degli Angeli – avviato nel 2006 in occasione del decennale di Venice Foundation – con quattro concerti organizzati proprio in Basilica. Il titolo del progetto, tra l’altro, mi era stato suggerito da un libro best seller negli Stati Uniti in cui un giornalista americano raccontava di aver letto su un muro di Venezia la scritta “Attenzione, caduta angeli”. Ecco, io volevo che Venezia non venisse ricordata come una città in cui cadono gli angeli, ma come un luogo in cui potessero piuttosto ritornare a volare. Ovviamente si può sempre fare di più e bisogna essere sempre tesi al miglioramento, ma credo sia importante lanciare suggestioni che magari possano essere prese come esempio e sviluppate attraverso la collaborazione con altre persone. Penso allo stesso Salomon, che si è spinto fino a Raleigh, capitale della North Carolina, dove nel 1831 un incendio distrusse la statua di Washington, riducendola in migliaia di frammenti. Frammenti da lui poi analizzati e studiati attentamente, assieme a lettere e documenti dell’epoca. Il pezzo di marmo recante la firma di Canova verrà esposto in mostra.

 

Ritorniamo, dunque, a Canova attraverso le parole di Mario Guderzo. La Gypsotheca di Possagno raccoglie la testimonianza dell’opera di un grandissimo personaggio della storia dell’arte, chi era Antonio Canova?

M.G. Canova era una persona molto semplice, munito di uno spiccato senso della diplomazia. Partito dal minuscolo paesino di Possagno ha raggiunto il successo grazie alle importanti relazioni che ha saputo stringere durante il percorso della sua vita. La Roma che lui incontra è una città ostile verso artisti che arrivano dall’esterno, soprattutto verso gli artisti veneti, generalmente considerati pittori più che scultori. Canova sceglie Roma perché aveva capito che a Venezia poco avrebbe potuto fare come scultore e lì incontra le persone giuste. Mi preme sottolineare che Canova è stato il primo Ministro dei Beni Culturali dello Stato della Chiesa: è grazie a lui se il Papa e il Cardinale Consalvi alla fine firmeranno quel documento che stabilisce come ci si regola con un bene culturale di grande valore per una nazione, ed è sempre merito suo se ancora oggi il Consiglio dei Beni Culturali italiano ragiona su questi contenuti. In seconda istanza, Canova è colui che incontra Napoleone per due volte: va a Parigi su incarico del Papa a ritirare le opere portate via dall’Imperatore francese e riesce a far ritornare nel nostro Paese capolavori come i Cavalli di San Marco, il Laocoonte e molti altri ancora. Talleyrand lo chiamava “Monsieur l’imballeur”, perché era sempre pronto ad imballare opere che sperava di riuscire, in gran numero, a far tornare in Italia, con esito positivo in moltissimi casi. Canova fu in questo fondamentale. Il terzo merito di Canova è quello di essere stato un grande viaggiatore. Si reca a Dresda, a Berlino, a Vienna, due volte a Parigi, a Londra... , divenendo un grande esponente della scena diplomatica e culturale europea. Ricordiamo sempre Rubens, Van Dyck e gli altri ambasciatori dei sovrani europei e non mettiamo allo stesso livello Canova, capace di confrontarsi come pochi altri con successo con il Governo francese. Il quarto merito di Canova, secondo me, è quello di essere riuscito a convincere gli inglesi che i marmi di Elgin non potevano essere ricostruiti, contrariamente a quanto avrebbero voluto, perché la scarsa conoscenza dell’arte greca li portava a disprezzare ciò che Elgin stesso aveva portato via da Atene. Canova spiega tranquillamente loro che è impensabile ricomporre figure che sono state danneggiate in partenza nell’atto della rimozione con le corde dai frontoni del Partenone, facendo così in modo che gli inglesi infine recepiscano il suo suggerimento. Se oggi al British Museum sono esposti questi capolavori è proprio perché Canova insistette sul fatto che in ciò che Fidia realizzò non sarebbe davvero stato possibile in alcun modo interferire. Va detto che la bottega romana di Canova era l’unico luogo in cui chi acquistava reperti archeologici – che ovviamente non fossero destinati ai Musei Vaticani o alle Collezioni pontificie – poteva ottenere la licenza di esportazione. Tutti dovevano passare di lì e in quel momento entravano in contatto immediato con l’arte contemporanea dell’epoca, ossia l’arte prodotta, per l’appunto, da Canova. Lui non restaura, non copia, lui produce la propria opera. Studia gli altri, come diceva sempre, ma produce i suoi soggetti; questo fa sì che molti suoi lavori finiscano nelle grandi Collezioni europee. Il caso di San Pietroburgo è emblematico: quattordici marmi di Canova esposti nella collezione del Museo più grande del mondo, fondamentali acquisti a favore di ambasciatori, ma soprattutto di Josephine de Beauharnais, del figlio Eugenio, del figlio Massimiliano e dello Zar Alessandro. Direi che Canova va prima di tutto valorizzato in questo senso complessivo del suo lavoro. Finalmente c’è una grande attenzione dal punto di vista della storia artistica verso questo personaggio unico, perché negli ultimi vent’anni è stata compiuto uno straordinario sforzo di ricerca e di ricostruzione di quello che è lo studio del Neoclassicismo, periodo determinante su cui prima si tendeva a sorvolare e di cui Canova fu protagonista assoluto. Oggi si può dire che è uno degli artisti tra i più ricercati al mondo, le sue opere sono nei più importanti musei internazionali e la fortuna di Possagno è costituita dal fatto che qui sono conservati i modelli, non le copie! Il pubblico continua a chiedersi dove siano le copie, ma in realtà i marmi sono le copie dei modelli di Canova e non il contrario. È vero che il marmo è più avvincente nella resa espositiva, ma il gesso è infinitamente più interessante dal punto di vista storico, se si pensa che è prodotto per primo rispetto al soggetto in marmo. Riusciamo a portare a Possagno ben cinquantamila visitatori l’anno, di cui un trenta per cento stranieri, il che significa che vi è una straordinaria attenzione da ogni dove nei confronti di questa particolare realtà.

 

blob_off.php.jpgIn effetti è un piccolo gioiello, uno di quei musei, mi passi la parola, “esperienziali”, dove si capisce l’animo più intimo dell’artista, l’idea di armonia e il senso della bellezza del suo lavoro. Trovo che il Museo di Possagno, nonostante gli importanti numeri dei visitatori, sia ancora un posto abbastanza ‘segreto’, un luogo che vale la pena consigliare, far vedere sempre di più. Quando ci si riferisce alla scultura si va sempre con la mente alla grandezza dell’opera di Michelangelo, ma non si pensa a quanto altrettanto grande sia stato Canova. È un personaggio straordinario, sia come uomo che come artista, ed è bello che voi lavoriate incessantemente in questa direzione, valorizzandone al meglio la cifra e il portato artistico.

M.G. Forse non è ancora arrivato il momento, ma credo che ad un certo punto, presto, ci si accorgerà plasticamente di tutto questo. Il vangelo che predichiamo è volto a valorizzare il grande capitale umano che è ancora nascosto a fronte della conoscenza dell’opera. In realtà Canova è stato un protagonista determinante dell’Europa dell’Ottocento, considerato anche i legami assolutamente profondi stretti con gli inglesi, che pagheranno perfino i viaggi di ritorno delle opere in Italia. Nel diario di Farrington si racconta come gli inglesi accolsero Canova nel novembre del 1815, quando si recò a Londra dopo il Congresso di Vienna: grandi manifestazioni vennero fatte alla Royal Academy, e non solo, per accoglierlo come il più grande scultore europeo del momento. Poi Canova ha subito purtroppo la denigrazione di qualche autorevole critico italiano, in primis Roberto Longhi, che lo definì “lo scultore nato morto”. Potrebbe esser arrivato davvero ora il momento opportuno di realizzare un grande film, un documentario, o, perché no, una serie sulla sua intensissima vita e la straordinaria opera. Se si pensa al modo in cui agì per riportare in Italia le opere, potrebbe essere d’ispirazione per un Commissario Montalbano nel mondo dei palazzi del potere e dell’arte…

 

Come venne stabilito il contatto tra la committenza americana e Canova?

M.G. In questo caso il merito è di Thomas Jefferson, che di fronte alla proposta di dedicare un monumento a George Washington si oppose al fatto che a realizzarlo fosse un artista americano con marmo anche questo americano. Fu lui che diede i suggerimenti fondamentali per progettare la Casa Bianca, affascinato e fortemente ispirato da Palladio e dall’arte italiana. Ci sono alcune sue lettere che raccontano questi passaggi. Jefferson disse agli americani di andare a Roma a parlare con il vecchio Canova, l’unico scultore in grado di affrontare un tema così importante, dando indicazioni anche sul marmo da usare, ovvero il marmo statuario di Carrara. Tutto ciò renderà eternamente merito a Thomas Jefferson per un verso e allo scultore italiano per l’altro. Addirittura Jefferson suggerisce a Canova come rappresentare Washington. Sappiamo che il rapporto dell’America con l’Impero Romano è sempre stato molto vivo, quindi il “condottiero” in questo caso diventa un’icona fondamentale. Jefferson dà a Canova le sue indicazioni, gli fa avere la maschera funeraria di Washington e tutti gli strumenti necessari per produrre la nuova rappresentazione. Alla fine l’iconografia che Canova sceglie per rappresentare George Washington a mio avviso, pensando ad alcuni reperti archeologici antichi, richiama nella postura e nella figura l’Imperatore Claudio Augusto restituito in un un marmo ritrovato durante gli scavi archeologici di Ercolano, oggi conservato all’interno del MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Infatti l’Imperatore Augusto è seduto nello stesso atteggiamento, gestisce le mani e il movimento allo stesso modo del Presidente americano e questa è la prova che Canova ha sempre tratto ispirazione dalla visione di sculture classiche. Perlomeno io ho sempre sostenuto questa tesi, l’ho proposta anche ad alcuni miei colleghi e anche loro convengono con la mia idea; non andrei a confrontare Canova con Michelangelo nelle Tombe Medicee, né a pensare che la postura di Washington possa derivare da lì. Canova dice che bisogna guardare le sculture antiche, studiarle, assimilarle, “mandarsele in corpo” e alla fine produrre il proprio messaggio, che è un messaggio nuovo e fondamentale per riuscire a concentrarsi su una nuova visione iconografica. La corrispondenza con il pensiero di Canova è evidente anche guardando alla statua di Paolina Borghese: sono le veneri di Giorgione e di Tiziano quelle a cui guarda Canova per la rappresentazione di quel soggetto.

 

Che conoscenza aveva Antonio Canova degli Stati Uniti e di George Washington?

M.G. Canova aveva la sua biblioteca e usava farsi leggere testi mentre lavorava, studiava, si confrontava. Tuttavia la sua conoscenza degli Stati Uniti non era molto profonda, ma questo non era poi così importante. Era fondamentale, invece, che avesse ricevuto la maschera funeraria e i ritratti di Washington realizzati da un artista francese, elementi che lo aiutarono molto nella costruzione del volto. Non andò poi mai negli Stati Uniti, ma allo stesso modo rimane lo “scultore italiano internazionale” per eccellenza! Michelangelo ha soltanto un marmo fuori dall’Italia, la Madonna con Bambino di Bruges, per il resto si tratta di acquisti di musei avvenuti molto di recente. Nessun altro scultore italiano ha lavorato nel suo tempo in presa diretta con gli Stati Uniti; solo Canova ci è riuscito e questo gli ha dato un fortissimo profilo internazionale.

 

I74411-_02_xavier_salomon_photo_marcofuriomagliani02.jpgl nostro viaggio giunge dunque a destinazione, a New York, alla Frick Collection, dove abbiamo il piacere di poterci confrontare con Xavier Salomon. Canova rappresentò un esempio importante di artista da esportazione, potremmo definirlo un precursore del “made in Italy”.

Cosa significò la sua lezione per l’arte in America? Quale fu la rilevanza culturale e politica che la statua di Washington ebbe allora negli Stati Uniti?

X.S. È una domanda interessante, perché il corso degli eventi subiti dalla statua potrebbe anche portare a pensare che la scultura non abbia goduto di alcuna fortuna, visto il destino avverso che le toccò. La statua rimase a Raleigh, capitale della Carolina del Nord, il cui Parlamento ne aveva commissionato l’esecuzione. L’arrivo della scultura nel suolo americano creò tuttavia un’enorme aspettativa, con una grandissima eco mediatica a cui però non corrispose una grande fortuna: si tratta di un’opera d’arte che attraversò la storia americana come un lampo, apparendo e scomparendo in uno strettissimo intervallo di tempo. Nel 1831 divampò un terribile incendio nel Capitol Hill di Raleigh e il lavoro di Antonio Canova andò distrutto. Negli anni successivi ci fu il tentativo di restaurare la scultura, ma la persona incaricata scappò con i soldi, lasciando il lavoro incompiuto. I frammenti furono spostati da un luogo all’altro. Oggi la statua originale in marmo di George Washington ha le sembianze di un Torso Belvedere: appare molto rovinata, troppo a lungo i frammenti sono stati lasciati all’aperto e da ultimo abbandonati in più luoghi. Sulla rilevanza culturale va invece ricordato che di sicuro le sculture create negli Stati Uniti tra gli anni ‘20 e ‘40 dell’Ottocento tendevano verso il Neoclassico, ma, proprio a causa della breve ‘vita’ della statua di Washington, quello di Canova non poteva essere considerato come un modello di larga fruizione, come un esempio fondamentale per lo sviluppo dell’arte americana.

 

La Frick Collection è uno straordinario esempio di collezionismo illuminato. Che tipo di relazione avete costruito tra il George Washington di Canova e gli altri capolavori della Collezione? X.S. Alla Frick abbiamo un ritratto del Presidente Washington realizzato da Gilbert Stuart, famoso ritrattista del Presidente in America, precisamente una versione autografa del primissimo ritratto di Washington che è successivamente andato perduto. Questo rappresenta di sicuro il primo collegamento diretto di una mostra che ha come soggetto principale il gesso di Canova. Noi alla Frick siamo soliti fare delle mostre- dossier, su questo ci sentiamo particolarmente esperti. Il percorso espositivo sarà comunque materialmente scollegato dalla Collezione; si svolgerà in stanze separate, ma questo non impedirà in alcun modo il dialogo ideale che vogliamo s’instauri anche con la quantità piuttosto considerevole di opere italiane qui presenti, che vanno dal Medioevo al ‘600, rafforzando ancora di più il dialogo ad ampio raggio tra Italia e America. In mostra si trova tutto l’apparato preparatorio alla statua, vale a dire i disegni che arrivano da Bassano e i bozzetti tridimensionali di terracotta e di gesso, altri materiali di  confronto, come i ritratti di Washington realizzati da Stuart e da altri artisti, quello di Canova ad opera di Thomas Lawrence nel 1815, anno in cui lo scultore inizia a lavorare sulla statua di Washington, oltre a tutte le stampe che mostrano l’opera prima che venisse distrutta. L’idea è proprio quella di raccontare la storia dell’opera nell’ottica più ampia possibile, partendo dalla genesi della scultura per arrivare alla sua distruzione.

 

Quali furono le indicazioni date a Canova per la realizzazione dell’opera?

X.S. In realtà non esiste un modello imposto in maniera vera e propria. Anzi, la committenza dello Stato della Nord Carolina risultò la più libera e meno vincolante che si potesse immaginare. Il budget era praticamente illimitato e tutte le decisioni di stampo iconografico e di soggetto vennero delegate al console americano a Livorno, Thomas Appleton. Fu lui a prendere molte delle decisioni che risulteranno fondamentali nella realizzazione dell’opera, facendo da tramite con l’artista. Appleton mise al corrente i committenti delle decisioni prese, che furono puntualmente approvate, senza nessun tipo di ostracismo. Canova si ricollega a una vasta serie di modelli classici, non solo relativi a imperatori, ma più genericamente a figure ritratte in quella particolare posizione e quindi non riconducibili a un unico soggetto, a una singola opera ispiratrice.

 

La statua piacque al Presidente Jefferson?

X.S. Altro aspetto surreale della storia che raccontiamo è proprio questo: Jefferson non vide mai la statua! Il Presidente ne sentì ovviamente parlare, ma il suo alla fine risultò un fondamentale ruolo di intermediazione, sotto tutti i punti di vista. Egli consigliò allo Stato del North Carolina di rivolgersi a Canova senza averlo mai conosciuto o senza mai aver visto una sua opera dal vivo. La scultura giunse in America qualche anno prima che lui morisse e non riuscirà, quindi, mai a vederla. Quello tra Jefferson e Canova fu un rapporto interamente basato sul “sentito dire”, discorso che si può applicare anche al rapporto che il Presidente ebbe con Palladio, altra personalità artistica che di riflesso entra in questa storia e di cui tuttavia Jefferson non ebbe modo di ammirare i capolavori architettonici in occasione del suo unico viaggio in Italia, nel corso del quale visitò Genova, Torino e Milano, senza però mai recarsi né a Roma, né in Veneto. Tutto ciò che Jefferson conosceva di Palladio derivava dallo studio su libri o pubblicazioni, senza mai aver potuto vedere dal vivo un edificio da lui progettato.

 

img20170424102808315_900_700.jpegCome è stato organizzato il trasporto del gesso a New York?

X.S. Il gesso è ovviamente un materiale fragile, ma come può esserlo una tela, un disegno o qualsiasi altra opera d’arte. Al trasporto, quindi, è stata riservata la maggior attenzione possibile, seguendo scrupolosamente le indicazioni date dalla Gypsotheca di Possagno: sono loro a decidere, in collaborazione con numerosi restauratori e la Soprintendenza, come spostare l’opera e noi ci mettiamo ovviamente a completa disposizione in tal senso. Siamo pronti a ricevere questo illustre ‘ospite’, imballato dal loro staff nelle forme ritenute più opportune. Alcuni nostri collaboratori sono a Possagno per seguire le fasi di imballaggio e della predisposizione al trasporto, per fare in modo che tutto si svolga nel migliore dei modi costruendo un ottimo clima di collaborazione tra loro e noi.

 

Lei si è recato personalmente in North Carolina per visionare i resti della statua rimasti dopo l’incendio.Qual è la storia di questi frammenti?

X.S. Si sapeva che questi pezzi si trovavano da qualche parte in North Carolina, anche se non si capiva bene il luogo preciso; le diverse pubblicazioni davano in tal senso esiti discordanti. Tutti i frammenti appartengono allo Stato del North Carolina, ma sono custoditi in quattro sedi diverse, tra cui un magazzino in cui alcuni pezzi sono lì depositati più che conservati, senza alcuna reale cura. Uno dei nostri auspici è che dopo questa mostra le rovine della statua possano essere valorizzate come meriterebbero. In mostra di pezzo ce ne sarà solamente uno, di marmo, appartenente alla base della statua e su cui Canova incise la propria firma. Altri pezzi provenienti dal dorso o dalle gambe non saranno esposti anche perché non di particolare interesse ai fini espositivi.

 

Una mostra che intende probabilmente anche rendere giustizia alla figura di uno scultore non amato quanto avrebbe meritato, stroncato da importanti settori della critica, a partire da Roberto Longhi…

X.S. C’è da dire che Longhi è praticamente l’unico critico in Italia a non apprezzare Canova e, vista l’alta considerazione di cui questo critico gode forse non in maniera del tutto meritata, si tende a pensare che la sua posizione rispecchiasse quella di tutta la critica italiana. Canova non è di certo un artista inutile e tanto meno “nato morto”, ma uno degli scultori più importanti e significativi che la storia dell’arte italiana abbia mai prodotto, da includere nel quartetto dei “fondamentali”, a fianco di Donatello, Michelangelo e Bernini. Tra i quattro, Canova è di sicuro quello di stampo più internazionale: gli altri tre lavorano in Italia o appena fuori, entro confini molto circoscritti. Le sue opere viaggiano invece attraverso la Polonia, la Russia, l’America, l’Inghilterra, la Spagna, l’Irlanda… Il fatto stesso che Jefferson sia raggiunto dalla sua fama fa capire quanto il suo nome fosse sinonimo di scultura in tutta Europa, nonostante la presenza di altri soggetti del tutto meritevoli, quali Bertel Thorvaldsen in Danimarca o John Flaxman in Inghilterra. Senza contare poi l’importanza che Canova ricoprì nel 1815 nelle contrattazioni post Congresso di Vienna. Senza il suo apporto fondamentale moltissime opere appartenenti al patrimonio italiano sarebbero rimaste a Parigi e, con tutta probabilità, si troverebbero ancora lì. Se a Roma e a Venezia possiamo ammirare il Laocoonte o i Cavalli di San Marco, il merito è tutto suo. Si tratta di un artista dalle grandi emozioni, per certi aspetti difficile; il suo lavoro va capito anche attraverso l’antichità, a cui mi sento di dire che gli italiani devono molto. La speranza è che questa mostra gli renda giustizia e possa far conoscere negli Stati Uniti anche quello splendido museo che è la Gypsotheca di Possagno.