VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow [INTERVISTA] United Arts. Luciano Benetton, imprenditore e filantropo urbano
[INTERVISTA] United Arts. Luciano Benetton, imprenditore e filantropo urbano
di Massimo Bran, Fabio Marzari   

luciano-benetton_09.png

L’occasione era di quelle ghiotte, incontrare e intervistare un personaggio di caratura mondiale: Luciano Benetton, capitano d’industria, la cui fortuna, partita con i maglioni coloratissimi di lana, spazia dalla finanza, quella dai numeri stellari, e si espande in molte altre attività, mantenendo tuttavia un sincero, appassionato, fortissimo legame con il suo territorio e la città di provenienza, Treviso. C’è stato un momento in cui Treviso e Benetton quasi si sovrapponevano, Fabrica era un laboratorio della tolleranza e del rimescolamento dei ruoli prestabiliti, l’apertura verso il mondo era massima e malgrado gli anni della politica scellerata di chiusura verso il nuovo e l’esaltazione dell’iperlocalismo, compiuta dal sindaco sceriffo, il lavoro a favore della collettività da parte della famiglia Benetton non è mai venuto meno. Restauri importanti, iniziative culturali non demagogiche, dallo spessore solido e non monodirezionali, ed ora l’operazione delle Prigioni, in cui un luogo di reclusione diventa un moltiplicatore di libertà espressive, di mondi lontani e differenti che si uniscono nel dialogo universale dell’arte. Un “giovanesignore d’altri tempi, pacato, elegante, saggio e non altezzoso, pieno di vitalità ed entusiasmo, capace di mettere a proprio agio i suoi interlocutori e di conversare senza l’assillo dell’orologio, malgrado i molteplici impegni delle sue giornate, soprattutto ora, ritornato saldamente alla guida del Gruppo, dopo la gestione dei manager esterni. Il tema dell’incontro era la passione per le sfide, la cultura non imposta, ma proposta, il mecenatismo contemporaneo. Ne siamo usciti soddisfatti, anche e soprattutto umanamente.

 

«La tenebra non può scacciare la tenebra. Solo la luce può farlo» (Martin Luther King). Gallerie delle Prigioni, da luogo di reclusione e sofferenza a luogo di apertura, incontro, confronto. Ma lei signor Benetton si rende conto che ancora una volta sta andando contro corrente, in un momento di muri, dazi, sospetti? Detto con stupita e sincera ammirazione, chi glielo fa fare?

Non è detto che la mia sia un’iniziativa così rivoluzionaria. Chi si trova nella mia posizione, con disponibilità economiche e vuole affrontare il mondo dell’arte, di solito inizia col costruirsi una collezione personale di opere. Cosa che in effetti ho fatto anch’io. Poi ho avvertito la necessità di fare qualcosa in più, perché possedere opere che hanno una storia è importante, però è altrettanto importante avere un approccio curioso a taglio più ampio sulla contemporaneità. Lo spunto mi è stato dato da un artista ecuadoregno a cui avevo chiesto il biglietto da visita pensando a una futura collaborazione; lui mi regalò una piccola opera che misurava dieci centimetri per dodici. L’ho trovato un gesto molto generoso. Ne ho poi ricevute altre e così ha avuto inizio questa avventura. Desideravo promuovere gli artisti che mi donavano queste opere, anche se non sapevo come, se con delle mostre o con dei cataloghi, però sapevo di doverlo fare nel modo più ampio possibile. Il progetto Imago Mundi è nato e si è sviluppato dalla curiosità e dall’entusiasmo che mi davano le opere che ricevevo dai curatori coinvolti nei vari paesi. Sono partito principalmente dai luoghi che conoscevo meno, dell’Africa ad esempio, di cui avevo frequentato quasi esclusivamente i paesi del Nord come la Tunisia, dove abbiamo importanti attività produttive. Per questo ho voluto esplorare questo continente in modo più ampio attraverso l’arte. Poi progressivamente ci siamo mossi in molte altre direzioni, arrivando naturalmente anche in Europa, un contesto già più ‘domestico’, diciamo così. È stata una bella esperienza, perché dai nostri cataloghi e dai nostri incontri abbiamo disseminato e restituito dei riferimenti oltre che temporali, anche umani, sociali, economici, geografici, in un’ottica al tempo stesso globale e locale.

 

Dietro a ognuno dei piccoli quadri di Imago Mundi esposti nelle Gallerie si possono cogliere le storie dei singoli individui e i collegamenti che esistono tra di essi, è possibile disegnare un percorso geografico, quasi a preparare il terreno al tema per la prossima mostra...

Si prepara il terreno al tema successivo, sì, come per la mostra ora in corso o per la precedente, Rotte Mediterranee, che abbiamo proposto a Palermo per la Biennale Arcipelago con 21 collezioni esposte, o ancora per quella allestita lo scorso agosto a Venezia, Great and North, sui Paesi del Nord America. È un percorso fluido, in cui si incrociano radici, linguaggi, idee, mostra dopo mostra, artista dopo artista, in un fertile scambio in cui scorrono piccole e grandi visioni del mondo, espressioni di creatività che valorizzano le diverse identità e, nello stesso tempo, sembrano eliminare le frontiere.

 

Il progetto è connotato da una mappatura che si espande, verrebbe da dire, di giorno in giorno. Come si è andato a costruire nel tempo questo processo e quali sono le aree del mondo che ancora non avete coperto su cui vi piacerebbe operare?

Per realizzare un progetto di questa portata è indispensabile una collaborazione molto forte a livello locale: occorrono dei curatori che conoscano il contesto artistico del proprio paese – possono essere direttori di musei o critici d’arte – con cui costruire un’ampia rete di collaborazioni per far fronte a un lavoro di raccolta delle opere che possano rappresentare al meglio l’arte contemporanea di quel paese. Ci sono dei paesi in cui è difficile operare. In Somalia, ad esempio, ci ha aiutato nella nostra ricerca anche un operatore delle Nazioni Unite che accompagnava con il suo camioncino il curatore per proteggerlo dai rischi. Anche in Libia non è stato facile; siamo riusciti a operare lì solo due o tre anni fa, così come in Siria. La collezione siriana contiene anche una installazione con 35 telefoni cellulari che contengono video di un minuto con le testimonianze di artisti inviate dalla Siria. È un progetto di forte impatto. Abbiamo lavorato anche con i curdi di tutti e quattro i paesi in cui sono storicamente insediati: Iraq, Iran, Siria e Turchia. In quel caso abbiamo realizzato un catalogo in quattro lingue: italiano, inglese e due dialetti curdi, di cui uno arabo. È stato un lavoro di stesura e traduzione complesso che abbiamo cercato di restituire nel contenuto e nella forma i più compiuti possibili, adeguandoci ai tempi lunghi necessari per realizzare il catalogo con la massima cura e il massimo equilibrio. Ne è nato un volume dalle plurime articolazioni, in cui ogni minima sfumatura ha un suo profondo peso specifico. Per questo progetto non ci sono davvero limiti teorici per quanto riguarda la mappatura. Volendo non ci sono limiti. Adesso dipende da noi fin dove spingerci. Per ora vogliamo terminare il primo tempo del ‘film’ arrivando a circa 200 cataloghi entro il 2019, compresi anche i 27 o 28 realizzati in Cina. Dopo aver visto la mostra all’Isola di San Giorgio, curatori cinesi hanno chiesto di collaborare al progetto proponendoci di realizzare una collezione che comprendesse opere provenienti da tutte le 56 etnie della Nazione. La Cina è un paese unico, i confini sono definiti, ma al loro interno coesistono molte differenze. Abbiamo naturalmente accettato e la mostra è prevista per il prossimo anno in occasione del settantesimo anniversario della Rivoluzione Cinese.

 

Questo dimostra ancora una volta quanto l’arte sappia andare oltre gli steccati eretti da ostilità etnico-culturali. Con i curdi, in Libia, in Siria, ma ora anche in Cina, siete andati a fotografare delle situazioni delicatissime trascendendo il più possibile il mero dato politico e geopolitico, evidenziando come l’arte e la cultura parlino alla fine un linguaggio davvero universale.

Sicuramente. Se ci fosse più spazio per l’arte, ce ne sarebbe molto meno per le guerre.

 

Quale è stata la molla che ha fatto scattare in lei il desiderio di restituire alla sua città un luogo così insolito e di indubbio fascino come un antico carcere asburgico?

Questo luogo era chiuso dagli anni Cinquanta, cioè da quasi settant’anni, e quando l’ex Tribunale, che si trova di fronte, è divenuto sede del nostro Gruppo, si è pensato come prima cosa di metterlo in sicurezza, rifacendo il tetto e bonificando la base, senza avere chiara la nuova destinazione d’uso. Poi le idee e le soluzioni spesso nascono un po’ per volta, col tempo.

 

Lei ha lavorato con grandi architetti, da Tadao Ando a Tobia Scarpa. Come vive e come è cresciuto in lei il rapporto con l’architettura non solo in riferimento agli edifici, ma anche al paesaggio? Pensiamo naturalmente in questa ultima direzione anche al Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino…

Ci sono delle storie, delle frequentazioni che vengono da lontano, come il rapporto che mi lega all’architetto Tobia Scarpa. Eravamo tutti e due giovani, con pochi mezzi a disposizione e lui era stato scelto per progettare la nostra prima fabbrica a Ponzano Veneto. Il primo incontro è stato nel 1963, sono cinquantacinque anni che ci conosciamo. È un rapporto per me stupendo, spero lo sia anche per lui, naturalmente. Tobia lo considero, e questo lavoro lo conferma, un Maestro straordinario. È un architetto che ama profondamente il recupero, che conosce e rispetta i materiali, capace di parlare alla pari con artigiani del marmo o del legno. Quando c’è questa stima alla base e si ha piena fiducia reciproca si dà carta bianca. Non ho mai pensato di poter suggerire a un architetto il suo lavoro; io faccio un altro mestiere, ma ho sempre cercato di avere accanto lo specialista migliore. Ricordo, per esempio, quando abbiamo realizzato l’asilo a Ponzano. Per la didattica sono andato a vedere come lavoravano nei paesi del Nord Europa, credendo che fossero più avanti in questo ambito, invece, dopo varie ricerche, ho scoperto che le strutture migliori erano qui in Italia, a Reggio Emilia. In questa città ho trovato che la didattica delle sue scuole per l’infanzia fosse di ottimo livello, mentre l’architettura semplice ed elementare si poteva migliorare. Abbiamo quindi fatto ricerche tra i professionisti che realizzavano scuole e abbiamo scelto un architetto di Madrid, Alberto Campo Baeza: con lui abbiamo costruito l’asilo di Ponzano e ne siamo molto fieri.

 

Fondazione Benetton Studi Ricerche, Fabrica, Gallerie delle Prigioni, il recupero importante di San Teonisto... Treviso in potenza ha più luoghi di cultura di Salisburgo, eppure per la vetrina mediatica è quasi esclusivamente la città degli Impressionisti di Goldin. C’è una spiegazione a questo paradosso?

Parto sempre dal presupposto che sono fondamentali la partecipazione e il coinvolgimento di tutti. Trovo che non basti una sola soluzione; ne occorrono tante, magari distribuite nel tempo, non tutte contemporaneamente. A questo ho sempre pensato e creduto, perché se per caso uno è primo in un pensiero o in una azione può fungere da stimolo e da esempio per altri. Quindi mi auguro che Treviso sia ancora migliore nei prossimi anni. È stata una fortuna che sia partita la Fondazione Cassamarca ad organizzare delle mostre molto importanti, creando una sorta di ‘scossone’ che ha fatto conoscere la città. Rispetto e stimo chiunque abbia fatto qualcosa per Treviso. Per quanto ci riguarda in tema di mostre credo dobbiamo diventare ancora più bravi per metterci non in alternativa, ma in contemporanea con le altre proposte, perché abbiamo la possibilità di elaborare e realizzare progetti espositivi di ampio respiro, con tanti temi a disposizione, quasi senza limiti. Per questo stiamo già raccogliendo grandi soddisfazioni a livello internazionale anche grazie alla collaborazione con importanti musei e fondazioni.

 

L’impressione che si ha quando si entra qui, nonostante in passato fosse un luogo di reclusione, è quella di trovarsi precisamente in un hub, un luogo di mostra aperto, dove i muri smettono di esistere per quanto il vostro progetto è capace di andare oltre. Quindi rispetto alle mostre più commerciali, diciamo così, a parte il target, che è completamente altro, credo che il suo progetto coinvolga anche in modo diverso la città e il territorio, attirando persone da tutto il mondo e creando un incrocio di culture. È vero che i players debbono esserci tutti, ma stiamo comunque parlando di due cose totalmente differenti: la sua non è semplicemente l’ennesima mostra a Treviso, dietro c’è una visione globale. In questa prospettiva si inserisce, ad esempio, anche il recupero della Chiesa di San Teonisto. Ci racconti un po’ come è nato questo ulteriore progetto e per quali ragioni.

Anche questo progetto è nato di fatto casualmente, quando la Chiesa è andata all’asta. In seguito ai bombardamenti del 1944 le opere d’arte che si erano salvate sono state ospitate in vari musei civici di Treviso e di altre città. La Chiesa ha passato varie vicissitudini fino a essere adibita a deposito. Un altro caso di abbandono. Nell’opera di restauro Tobia Scarpa ha lavorato anche sulla pavimentazione installandovi una tribuna a scomparsa per accogliere il pubblico durante gli eventi e i concerti. Ha trasformato con intuizione e resa felici uno spazio tradizionale in un luogo d’arte polifunzionale.

 

Fabrica è una fucina di idee, un pensatoio importante dove la creatività è al servizio delle buone idee, che poi possono anche essere occasione di business. Quanto crede nel rilancio di questa factory del nordest sia per quel che riguarda la ricaduta in termini di immagine e di contenuti di comunicazione per la Benetton, sia in assoluto per quel che concerne il ruolo di stimolo, di crescita culturale contemporanea che questo straordinario laboratorio può rivestire con rinnovata energia per qualificare al meglio questo territorio in cui viviamo?

Abbiamo ripreso il percorso con Oliviero Toscani, lui ha una energia forte e inesauribile. Va considerato un po’ come un architetto; nel settore della comunicazione è un uomo che ha dato e ha ancora tanto da dare, ha sempre tante idee interessanti. Io sono molto contento che sia tornato qui con noi e mi aspetto da lui cose sempre nuove. Non è che ci siano dei temi particolari sul tavolo: l’idea che accomuna me e Toscani è che Fabrica deve essere un ambiente in un certo senso rivoluzionario, sovversivo, dove non ci sia alcun timore di osare, di indagare nuove frontiere del comunicare. E di sicuro a lui la carica sovversiva non manca, mai. La vocazione di Fabrica è quella che è sempre stata e che oggi si vuole fortificare rivitalizzandola: produrre idee. Produrre i temi della comunicazione, i temi sociali, artistici, culturali in relazione sempre viva con il presente, con il vissuto delle persone.

 

words-of-revolution_takwa-barnosa-performance-2.pngIl ritorno del tandem Benetton/Toscani fa pensare a...“due bravi ragazzi” che hanno voluto rimettersi in gioco, dimostrando che le buone idee non hanno scadenza o età. Alla fine il dialogo tra generazioni lontane riesce a essere più dinamicamente fertile nel rinnovamento dei linguaggi contemporanei rispetto a idee schematiche e banali che fanno del “giovanilismo” fine a se stesso la chiave esclusiva per dare del tu al futuro. Come state vivendo questo ritorno in presa diretta sia nel brand Benetton che nella factory Fabrica?

È difficile andare contro la propria origine, la propria cultura. Quelli che sono vissuti lavorando nei vari settori dell’industria e della cultura negli anni Sessanta e Settanta hanno un approccio all’innovazione completamente diverso da quello di chi solo oggi entra nel mondo del lavoro, in particolare poi quando ci si riferisce al mondo della comunicazione e della creatività. Il carico di esperienza di quegli anni è qualcosa di difficilmente ripetibile, perché sono momenti in cui la storia una volta ogni cent’anni produce delle accelerazioni talmente forti da cambiare il mondo radicalmente quasi in un respiro. Non a caso qualifichiamo queste scosse epocali con il termine un po’ generalista di “rivoluzione”. Spesso chi ha vissuto in prima persona quegli anni rischia di scivolare nella presunzione di credere che nulla potrà mai essere come ciò che si è vissuto allora. Se ci si rinchiude in questa cappa di nostalgia, però, l’esito è la sterilità. Ciò che è nostro compito, invece, è trasmettere questa esperienza ai giovani di oggi trovando dei trait d’union virtuosi, costruendo dei percorsi di dialogo, di confronto che permettano alle nuove generazioni di esprimere al massimo il loro sapere vorticoso, figlio delle nuove tecnologie, dei nuovi media, assorbendo la linfa delle radici di quegli anni, quando la contemporaneità è nata. Per costruire un buon dialogo è necessario però che tutti siano disposti a rinunciare a qualcosa, a partire dai giovani che, vivendo in un’illusoria dimensione di onnipotenza che deriva da questa rivoluzione digitale, rischiano dibastarsi’, di non riuscire a trovare lo spazio dell’ascolto; il dato stringente che va loro trasmesso è che il tutto non è ora, bensì la somma virtuosa di ieri, oggi e domani. Parlare a un pubblico di giovani non è sempre facile, però è potenzialmente sempre stimolante ed è comunque una sfida necessaria per noi che vogliamo rinnovare le nostre prospettive aziendali, le nostre dinamiche di sviluppo. Certo, oggi con il mondo a portata di mano si avverte nei giovani un’apparente minore fame di crescita, di voglia di aggredire positivamente il proprio futuro. Noi a vent’anni eravamo voraci di tutto ciò che di nuovo potevamo apprendere e vivere. Leggevo su un quotidiano locale di un importante industriale tipografico alla ricerca di operai che ha ricevuto i curricula di mille candidati, ma per la maggior parte non disposti a partecipare a una rotazione del turno di notte. Potrebbero anche avere delle ragioni parzialmente condivisibili, però se per caso fossero disoccupati allora sarebbe uno sbaglio. Ecco, negli anni Settanta questo non sarebbe successo, anzi, in quegli anni non c’erano nemmeno i disoccupati... Per cui viene anche da chiedersi come mai oggi, dato che siamo più ricchi, più benestanti, più intelligenti, dotati di tutte le tecnologie, siamo capaci di inciampare in un gradino alto un centimetro e mezzo.

 

Al di là dei molti interessi e progetti che negli anni ha sviluppato nella sua città, qual è il rapporto con Venezia di uno degli uomini che hanno fatto ‘esplodere’ il nordest, un nordest che con la Serenissima non riesce ancora a vivere una relazione ben strutturata e sinergica? E dal punto di vista del progetto che sta sviluppando sull’arte e sui nuovi linguaggi del contemporaneo le piacerebbe costruire un’interazione migliore con le varie Biennali globali di Venezia?

E a chi non piacerebbe? Venezia è il punto di riferimento più importante per noi, tra l’altro comodo e vicino. La prima mostra dedicata alla Cina di cui parlavo, prevista per il 2019, sarà allestita con un migliaio di opere di artisti cinesi contemporanei in una sede veneziana che stiamo individuando. Venezia è l’ambizione di tutti, sia dei nuovi turisti cinesi che non ci sono mai stati, ma anche di chi la conosce bene come noi, perché il ruolo di incrocio culturale e artistico che interpreta è quasi unico, anche pensando alle grandi capitali internazionali. Certo, sarebbe interessante che la regione che le sta attorno riuscisse ad attivare azioni e progetti con maggiore pianificazione e continuità. Si fanno comunque molte cose ma credo che il margine di crescita in questa prospettiva rimanga amplissimo.

 

Siccome la Biennale Arte in particolare sta comunicando questa idea di creare dei luoghi da loro definiti “collaterali”, come Forte Marghera per esempio, sarebbe interessante vedere in questo senso coinvolte le Gallerie delle Prigioni, proprio per il profilo spiccatamente contemporaneo di questo recupero e della conseguente sua nuova destinazione artistica sia in un’ottica espositiva che produttiva.

Ci sarebbe certamente il desiderio di organizzare qualcosa a Treviso in contemporanea con una Biennale o un Festival del Cinema, al di là anche di una connessione strettamente ufficiale con queste grandi kermesse veneziane. Tra l’altro da un punto di vista turistico-culturale sarebbe una connessione intelligente e virtuosa per entrambe le città offrire ai visitatori percorsi più distribuiti sul territorio anche sul terreno delle arti contemporanee. Se solo pensiamo che l’aeroporto di Treviso è di fatto un terminal succursale di Venezia la cosa dovrebbe venire da sé. Purtroppo in Italia fare sistema non è mai semplice, ma qualcosa io credo si possa fare. Non abbiamo la presunzione di far concorrenza a Venezia, ci mancherebbe, però siamo a disposizione, questo sì, in un’ottica di complementarietà, o comunque sia di interazione. 

 

Pur rispettando i paletti dell’intervista culturale, non possiamo non chiederle tuttavia che idea lei ha di questo Paese oggi. Rispetto a quando lei con i suoi fratelli ha iniziato uno dei più incredibili progetti aziendali a livello mondiale che processo di evoluzione ha percepito nel tempo nel nostro sistema-Paese e quali direzioni di oggettiva involuzione? Anche proprio da un punto di vista culturale, di approccio mentale verso il proprio presente, il proprio spazio collettivo da condividere.

Gli italiani sono fatti così, non hanno il senso della comunità. Manca questo tratto civico e fa un enorme dispiacere, oltre a rappresentare un oggettivo, strutturale problema nel processo di maturazione collettiva del Paese. Però è anche vero che il nostro è un Paese capace di evolversi seppur non in maniera progressiva, diciamo così. Lo fa in maniera più anarchica, imprevedibile; ama sorprendere, ecco. Se solo pensiamo agli enormi passi avanti fatti in un secolo di modernità, prima nel triangolo industriale Milano-Genova-Torino, poi, molto dopo e, quindi, recentemente nell’Italia centro-settentrionale e nel nordest in particolare, diciamo che ci troviamo di fronte probabilmente al più grande exploit in termini di crescita in un tempo così rapido di tutto il Continente europeo. Chiaro che una crescita così tumultuosa richiede tempo per raggiungere la “normalità”; se poi a questo aggiungiamo il fatto che il nostro è un Paese unito da poco più di un secolo e mezzo, allora meglio si possono comprendere queste difficoltà nel farsi società compiuta che condivide con partecipazione un sistema di regole funzionanti. Ci sono dei momenti in cui si rischia di farsi vincere dallo sconforto, soprattutto in un presente come il nostro in cui chi fa impresa, chi lavora nelle professioni, chi studia e fa ricerca gira il mondo come un tempo si girava una provincia, e può avere a portata di mano esempi di sistemi più virtuosi in Paesi a noi culturalmente prossimi. Però io credo che sia sempre necessario elevare lo sguardo dal vissuto presente, cercando di contestualizzare il momento che si vive in un processo storico lungo. Solo in questo modo si possono misurare i risultati raggiunti, i divari effettivi da colmare, le speranze concrete da coltivare. Sul piano economico e imprenditoriale l’Italia comunque ha saputo esprimere esempi di straordinaria visionarietà anche sorprendenti a proposito di quanto appena detto. Perché se è vero che il nostro è un talento spontaneista, che fa della creatività e dell’adattabilità i suoi assi vincenti, è anche vero che non è solo nella rapidità dinamica che abbiamo lasciato dei segni importanti nella società. Ci sono aziende che hanno saputo dotarsi di visioni aperte, internazionali, che hanno saputo articolare il proprio percorso in una crescita composita, sviluppandosi in più settori, costruendo anche servizi importanti per la collettività. Anche la nostra famiglia ha cercato di crescere con la sua impresa in questa direzione, cercando di andare oltre l’immediato dotandosi di una progettualità internazionale, in linea con la contemporaneità più viva. Certo, rischiando sempre e comunque, e tenendo ben stretto il rapporto con le proprie radici, con il proprio territorio. Quello che abbiamo fatto per lo sport e per la cultura e i linguaggi artistici, ad esempio, è stato un modo per esprimere un’idea di fare impresa che introiettasse l’urgenza, la necessità di contribuire alla crescita della società in cui ci si è sviluppati industrialmente. Noi a Treviso abbiamo da sempre cercato di lavorare in questa direzione, perché siamo stati fortunati a nascere in questa zona; abbiamo avuto successo partendo da qui ed è un dovere per noi restituire qualcosa alla nostra terra. Normalmente, tuttavia, non c’è mai nessuno che ti ‘sorrida’ troppo, ma di questo ce ne si fa una ragione quando sono poi i risultati a sorriderti. Quindi, per ritornare al punto, io credo che il nostro Paese si sia evoluto molto negli ultimi 50, 60 anni, raggiungendo un benessere diffuso prima impensabile. Ora, forse, siamo giustificatamente insoddisfatti perché sul terreno della maturazione civica viviamo una fase di lungo stallo. Un mio rammarico forte, ad esempio, è che riusciamo a integrarci poco, anche tra di noi, ed è un vero peccato. Credo che sia ora, quindi, di investire oggi più decisamente e sostanziosamente nella crescita culturale: investire sulla scuola, sulla formazione, produrre riforme vere per svecchiare la burocrazia. Tutte azioni che nel loro insieme costituiscono un processo fondamentale per produrre un salto di qualità decisivo in termini di mentalità, virando verso un’idea più forte di condivisione e di comunità. Questa è la vera sfida del futuro su cui tutti dovremmo impegnarci, in primis chi qui ha avuto fortuna e quindi ha un debito di riconoscenza sentito verso la propria terra. Noi su questo ci siamo, oggi più che mai.

 

 

vista-sul-cortile-dalle-prigioni.pngGallerie delle Prigioni

Nel sito delle ex carceri asburgiche di Treviso sapientemente restaurate da Tobia Scarpa, un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea e all’integrazione tra le culture visive di tutto il mondo, nella filosofia di Imago Mundi, il progetto globale e no profit di Luciano Benetton.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fabrica.pngFabrica Circus 24/7×52

Un’arena aperta a tutti dove celebrare l’immaginazione, un luogo di riferimento culturale dove confrontarsi con maestri nazionali e internazionali, una bottega dell’arte rinascimentale che stimola il confronto e suscita domande, mettendo al centro “l’arte del fare”. Cultura umanistica, comunicazione, food, cinema, arte, poesia, giornalismo, design, spiritualità, natura, musica, politica, economia, neuroscienze, psicologia, scrittura, teatro e un ciclo continuo di conferenze, performance, “confessioni”, workshop, concerti, mostre.

 

 

 

 

 

   

 

 

f02_santeonisto_nicolettaboraso-kipf-u46050798305779tr-3543x2362corriereveneto-web-veneto.png

Chiesa di San Teonisto

Fondazione Benetton, in collaborazione con il Teatro del Pane e la Casa Circondariale di Treviso, organizza nella Chiesa di San Teonisto, uno spettacolo e un reading per riflettere sul tema del lavoro e sulla sua importanza nella vita delle persone. Due le date: il 25 giugno alle ore 21 Il tempo senza lavoro con Massimo Cirri, Rita Pelusio e Mirko Artusi; il 27 giugno sempre alle 21 Mastica e sputa. La fatica di un lavoro con Pino Roveredo e Alessandro Mizzi.