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[INTERVISTA] Essenzialmente Laurie. Laurie Anderson, musicista e artista sperimentale
di Massimo Bran   

20180131_laurieanderson_ebruyildiz_4.pngIncontrare Laurie Anderson significa, in una sola parola, incontrare l’essenza. Non mi viene in mente davvero null’altro di più stringente di questo termine per restituire il condensato di poesia, sperimentazione, suoni, semplicità, visionarietà che contraddistinguono in tutte le sue declinazioni espressive e relazionali di questa Artista davvero unica del nostro tempo. Incontrarla è emozionante e al contempo un’esperienza distensiva, in cui la soggezione che necessariamente può derivare dal fatto di trovarsi al cospetto di un vero e proprio gigante della cultura contemporanea si dissolve in un secondo, in un sorriso, il primo con cui ci si avvicina e con il quale tutto si relativizza, collocando il dialogo in una dimensione di altissima normalità. Dimensione quindi extraordinaria se solo raffrontata all’approccio che la maggior parte di star e starlette hanno quando abitualmente indossano gli abiti delle loro recite pubbliche.

 

La musicista newyorchese era a Venezia a metà di maggio invitata dal Center for the Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari Venezia, nuovo soggetto culturale diretto e guidato da Shaul Bassi, docente di Letteratura Inglese nell’Ateneo veneziano, che ha inaugurato quest’anno le sue attività che hanno come scopo quello di promuovere progetti di ricerca sul pluralismo culturale, prestando particolare attenzione ai temi del cambiamento climatico e ai suoi rapporti con arte e cultura.

Il primo, importante momento di questo nuovo Centro culturale aperto alla città si è svolto ad aprile con Back to Life in Iraq. Arte, distruzione, rinascita, mostra che ha visto come protagonista il settantaquattrenne pittore iracheno Matti al-Kanun, le cui opere erano state criminalmente sfregiate dall’ISIS nelle parti raffiguranti figure umane, per la nota, ignobile iconoclastia che caratterizza le imprese di questi veri barbari dei nostri tempi. Un progetto realizzato grazie all’impegno e alla documentazione raccolta lì dove i fatti si sono svolti dal giornalista e fotoreporter Emanuele Confortin, che è culminato, per l’appunto, prima nel restauro di queste opere, poi nell’esposizione delle stesse al pubblico, accompagnate da un documentario di Confortin, all’Isola di San Servolo, luogo per eccellenza di “incroci di civiltà”.

 

Secondo atto di questa giovane, promettente progettualità ecco, quindi, la presentazione del nuovo volume di Laurie Anderson All the Things I Lost in the Flood. Essays on Pictures, Language and Code. Un libro a dir poco intrigante, che riflette sulla dimensione della perdita, della mutilazione della propria memoria materica, conseguente alla distruzione di oggetti e beni personali derivata da una catastrofe naturale, e sulle conseguenze che questa stessa perdita di beni fisici produce nella memoria in senso astratto, quella che si alimenta solo della mente, della capacità di rivivere cerebralmente le cose perdute, necessariamente mutandone i connotati rispetto alla loro originaria fisionomia oggettuale. Un momento che potrebbe essere solo il primo di una fertile, lunga collaborazione dell’artista americana con il Centro, viste le evidenti convergenze di finalità sul fronte dei diritti umani, dell’ambiente, della salute della Terra nel senso più esteso possibile. Se così fosse, come speriamo, incominciamo a prepararci, perché le sorprese, le rivelazioni, i lampi crossover della migliore contemporaneità potrebbero presto regalarci frammenti di non intuibile futuro in linea con la sua proverbiale vocazione a sparigliare, a costruire, contaminando, nuove dimensioni percettive. 

 

All the Things I Lost in the Flood nasce dal disastro procurato da una grande catastrofe naturale, l’Uragano Sandy, nell’intimo recinto della propria, individuale storia. La reazione sembra vivere in una sorta di urgenza per il recupero della fisicità, della matericità perduta attraverso il registro della memoria. Che cosa recupera, che cosa aggiunge, che cosa sottrae l’utilizzo di questo registro all’accumulo del vissuto nella sua rappresentazione fisica perduta?

Il libro parla di lingua e la chiave del processo che descrivo è la sostituzione. Ad esempio nelle prime pagine, quando inizialmente parlo di ciò che ho perduto nell’alluvione, arrivo al punto in cui l’elenco delle cose distrutte, il nominarle, è più importante delle cose stesse, più importante di averle, di possederle fisicamente. La lingua crea un’icona di un oggetto, il che è assai interessante; è una forma di sostituzione e può riguardare oggetti così come caratteristiche degli oggetti. Uno dei primi esempi su cui mi soffermo è il tema del colore. Puoi avere qualcosa di giallo o puoi scrivere: giallo; nella tua mente si forma comunque la stessa idea. Ciò che intendo dire è, sostanzialmente, che l’esperienza che abbiamo del mondo è nella nostra mente.

 

Il contestuale album con il Kronos Quartet, Landfall, sembra un processo in parte solidamente strutturato, in parte pervaso da un’evidente narratività emozionale, teso a un’elaborazione per così dire del lutto, quasi che questa ferita intima porti a un saggio fatalismo al cospetto di una natura che vanamente presumiamo di poter controllare in ogni nostro, e suo, istante. Quasi un atto di fede, insomma, alla madre Terra.

Landfall è un lavoro sui linguaggi e sulle storie, in particolare sul finale delle storie. Adesso, per esempio, stiamo vivendo una storia dal finale molto incerto: nessuno è ancora riuscito a scrivere il finale della storia del cambiamento climatico. Potrebbe anche portare all’estinzione di noi tutti, ma non è certo questa la storia che vogliamo raccontare. Noi vogliamo vivere. Che storia è se non c’è nessuno a cui raccontarla? Se non rimane nessuno è ancora una storia? E anche il concetto di fede non ha per me una grande rilevanza. Io sono buddista e mi interessa molto la natura della mente e il modo in cui vediamo le cose. Ciò che mi attrae del buddismo in primo luogo è che nella sua pratica non è prevista alcuna gerarchia di comando, non vi sono autorità precostituite a cui riferirsi, nessuno che ti dica cosa fare, e questo per un artista è bellissimo. Nel buddismo ognuno è Buddha. Non c’è un capo che decide chi ha ragione e chi ha torto e questo mi piace molto. Non gradisco essere giudicata da chicchessia. C’è qualcosa di divino nell’essere un artista perché noi creiamo: prima non c’era e adesso c’è. Creare è un processo fantastico e non ci piace che sia qualcun altro a dirci che cosa dovremmo creare. Insomma, non ho fede, io ho curiosità. E anche empatia, comprensione, spero. Amo il mondo, amo le persone. Ma fede no, nemmeno nella natura.

 

Inutile dire che l’elemento acqua qui a Venezia non è mai un tema astratto su cui cimentarsi, dato che è l’essenza della vita quotidiana secolare della città. È al contempo ragione della sua ricchezza ed esclusiva bellezza e insidia permanente al suo r-esistere, alla sua tensione a perseverare emersa. Come percepisce questa dimensione dicotomica, questa frizione di tensioni contrastanti anche in relazione al tema del suo libro?

L’acqua va e viene nel libro. Autori americani hanno spesso usato l’acqua come metafora della prospettiva: ci si allontana via acqua e si guarda indietro, alla terra, per apprezzarla da quella prospettiva. Vale per il mare aperto (Herman Melville, Ernest Hemingway) ma anche per i fiumi (Mark Twain, con il Mississippi). Acqua come prospettiva. Qui a Venezia è così, normalmente, quotidianamente. Andare e venire sono cose che io sento molto in profondità perché per ogni spostamento c’è un passaggio in acqua, un’immersione in un altro mondo. Non è come attraversare la strada; usare l’acqua lascia un segno molto più sentito. L’emozione di lasciare la terra, di andare e venire in questo modo, sottolinea i momenti e crea delle nostalgie bellissime. Ognuno di questi momenti è teatrale tra salve e arrivederci, terra e acqua…

 

Oggi il termine multimediale è talmente abusato da essere divenuto quasi inservibile. Pochi in realtà possono davvero qualificarsi autenticamente artisti multimediali. Inutile dire che lei è da sempre tra questi, tra l’altro sin da anni in cui la capacità di connettere tecnologie e linguaggi diversi era tutt’altro che alla portata di chiunque. Venezia ha un’istituzione unica al mondo che al suo interno esprime e promuove le espressioni artistiche basilari della contemporaneità, ossia la Biennale. Lei l’ha attraversata spesso questa casa del contemporaneo, negli ultimi anni in particolare attraverso il mondo delle immagini, del cinema, prima col suo intimo doc Heart of a Dog, poi l’altr’anno con la sua installazione Sand Room, premiata nella nuova sezione dedicata alla Realtà Virtuale della Mostra del Cinema. Che esperienze sono state? Che cosa dobbiamo aspettarci davvero da questa nuova, virtuale frontiera espressiva del fare cinema, ma più estesamente del fare immagine?

La Mostra del Cinema di Venezia è di gran lunga il festival più importante dove presentare i lavori di realtà virtuale. Il fatto è che molti produttori mal sopportano la realtà virtuale. Dicono: il cinema è il cinema! E noi, invece, che facciamo realtà virtuale chiamiamo i loro film “piatti”. Una volta erano semplicemente film, adesso sono film piatti. Due dimensioni. Il futuro del cinema è questo: si entra nel film. E accadrà anche con la musica: entreremo nella musica. La tecnologia ci ha reso molto più mobili e siamo immersi in essa. Quello che prima aveva uno spazio dedicato ora è tutto intorno a noi, in questo caso parliamo di immagini. Non è nemmeno detto che l’interazione debba essere parte integrante di questo processo, ma sicuramente vedremo sempre di più le storie dal di dentro.

 

È sempre intrigante cercare di entrare nel suo processo creativo, che sembra spesso in bilico tra la sofisticazione tecnologica più futuribile e un minimalismo fatto di radici prime del suono, quasi cercasse di intraprendere attraverso l’approfondimento assoluto delle nuove tecnologie un processo di sottrazione, di recupero vivo, viscerale dell’origine espressiva primaria. Un elastico tiratissimo, un’apparente polarizzazione esperienziale. Come vive oggi questa tensione e dove si sta dirigendo?

Non so se descriverei proprio così il mio sound. Quello che so è che continuo ad aggiungere tecniche e stili al mio repertorio. In questo momento sto facendo molta improvvisazione e molto jazztanta immaginazione e poca programmazione. A un festival di jazz l’estate scorsa abbiamo suonato riducendo tutto ai minimi termini, zero elettronica, e mi è piaciuto più di quanto potessi credere. Ho suonato con Christian McBride, uno dei migliori bassisti di questo tempo, al festival di Newport. Che avventura per me, che non c’entravo nulla con quel mondo! Non c’entro nulla con un sacco di mondi, però prendo e ci vado lo stesso.

 

Lo spazio. Un tema che coinvolge ogni attimo del nostro vivere, inteso sia nella dimensione della terra, del territorio che viviamo e plasmiamo quotidianamente, sia nella dimensione dello spazio extraterrestre. La Biennale Architettura si interroga quest’anno specificamente su questo tema sin dal suo titolo, Freespace. A che punto è arrivato oggi il suo rapporto con l’idea di spazio nella sua elaborazione artistica?

C’è stato un tempo in cui davo poca importanza allo spazio, ma mi sono dovuta ricredere. L’atmosfera che lo spazio riesce a creare è una dimensione importantissima del nostro vivere. Una buona parte di ciò che fai quando realizzi musica è dovuta allo spazio. La sperimentazione attraverso il coinvolgimento di altre discipline è un processo creativo incredibilmente produttivo. Pensare al concerto come un evento in cui entri-ti siedi-ascolti-applaudi è superato concettualmente ed emotivamente. A un concerto puoi portare i tuoi strumenti, puoi scrivere in una lavagna che cosa stai provando, puoi fare Tai Chi, puoi ballare. Entrare nel soundscape, nell’atmosfera sonora, ti cambia a livello corporale. Ci sono cose che il corpo non può dissimulare, una risata ad esempio, il che significa che l’autenticità risiede nel corpo. Qui è dove ho fiducia: mi fido della reazione di un corpo libero, un corpo che non si è venduto e che non ha perso la capacità di emozionarsi.