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Home arrow TEATRO arrow BIENNALE DANZA 2018. La danza dei sensi. In dialogo con Meg Stuart, Leone d'Oro alla carriera
BIENNALE DANZA 2018. La danza dei sensi. In dialogo con Meg Stuart, Leone d'Oro alla carriera
di Loris Casadei   

meg_stuart_c_eva_wurdinger_3.jpgMeg Stuart, raffinata coreografa e danzatrice, mai stanca di privilegiare esperienze nuove e di ricerca colta che trascende il lavoro classico sul corpo per entrare in nuovi settori della performance artistica e della pratica sensoriale.

 

Non a caso attiva nelle manifestazioni di arte contemporanea come Documenta a Kassel, dove è stata presente nel 1997 con l’installazione site-specific Splayed Mind Out insieme al visual artist Gary Hill – che mi riporta alle performance di Vito Acconci e Bruce Nauman degli inizi degli anni Settanta.

 

Per lei e la sua opera un critico ha riportato una celebre frase del pittore minimalista Frank Stella: «ciò che vedi non è sempre ciò che vorresti vedere». L’arte visiva come medium autonomo è impiegata da Meg Stuart con il duplice scopo di ausilio per abbattere la quarta parte tra performer e spettatori e per significare l’importanza di questo mezzo nella società dello spettacolo.

 

Nelle ultime produzioni tuttavia Stuart amplia la sua indagine esplorando il tatto e la voce. Questa molteplicità di ricerca è alla base dell’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera da parte della Biennale che nelle motivazioni infatti le rende merito per «aver saputo sviluppare un nuovo linguaggio e un nuovo metodo ad ogni creazione, collaborando con artisti appartenenti a differenti discipline e muovendosi tra danza e teatro.

 

Attraverso l’improvvisazione [...] la Stuart ha saputo esplorare stati fisici ed emotivi e il ricordo degli stessi. Cercando sempre nuovi contesti e nuovi territori in cui muoversi il suo lavoro si ridefinisce costantemente».

 

Se dovesse inventare una nuova definizione per descrivere l’arte della danza oggi come reciterebbe?

La danza contemporanea è in continua evoluzione. È nella natura stessa della danza rifiutare definizioni univoche per ricordare che l’esperienza umana è in perenne movimento. Questa instabile transitorietà richiede molteplici punti di vista e un condiviso sentimento di tensione verso l’ignoto.

 

Il suo libro Are we here yet? del 2010 è un itinerario della sua esperienza artistica da Disfigure Study del 1991 (ndr. integrale su Vimeo) a Maybe Forever del 2007. Quali nuove esperienze da allora?

In questi ultimi undici anni la compagnia ha realizzato molti nuovi allestimenti: Violet (2011), Built to Last (2012), Sketches/ Notebook (2013), Hunter (2014), Until Our Hearts Stop (2015). Il lavoro è stato ad ampio raggio. Violet ha riaffermato un linguaggio astratto con movimenti forti e ripetitivi creando geometrie ritmiche e pulsanti. Until Our Hearts Stop ha esplorato il tatto e il codice linguistico del contatto nella duplice direzione della sensualità e dell’ossessione. Sketches/Notebook ha proposto una utopia, un rituale di ricerca di energia in una girandola di musica, luci ed immagini. Built to Last (che inaugurerà il 22 giugno questa edizione del festival, ndr.) e il mio assolo Hunter guardano al passato come ad una forma e permettono alla nostra libertà immaginativa di poter riscrivere la nostra stessa storia. In generale penso che il mio lavoro si sia avvicinato ancora di più alle arti visive, discostandosi dalle forme narrative, lasciando le immagini in movimento risuonare in spazi ibridi per significato ed esperienza. Anche il lavoro di gruppo continua a essere molto importante.


Quali sono i suoi suggerimenti per un giovane che si voglia dedicare alla danza o alla coreografia oggi?

Danzare ogni giorno con altri, leggere voracemente e imparare da ogni altra forma artistica, studiare le tecniche somatiche, improvvisare quando non ci sono testimoni, inventare i propri rituali e non cercare risposte negli studi, non accettare mai una cosa mediocre, aver fiducia nei propri collaboratori, abbracciare il caos e il mistero, ricercare esperienze dalla vita reale, finire ogni progetto e non credere mai di poter capire la danza guardando i video su YouTube.


Con quale parte del corpo umano le piace lavorare di più oggi? La sua preferenza è cambiata nel corso del tempo?

La voce. Nel mio ultimo lavoro, Celestial Sorrow (2018), abbiamo permesso alla voce di direzionare il materiale coreografico guidando le emozioni. Abbiamo esplorato le forme armoniche superiori del canto e delle recitazioni, distendendo e alterando la voce. Vorrei continuare a esplorare la voce come pratica collettiva e trascendente. Inoltre, come artista, mi sembra di aver migliorato molto l’articolazione e l’espressione delle mie idee. 

 

arewehereyet_f.jpg

 

 

ARE WE HERE YET?

Meg Stuart (2010), edito da Jeroen Peeter (versione inglese o francese)

www.damagedgoods.be

 

Un libro di osservazioni sul fare e sull’eseguire, di discussioni sull’improvvisazione e sul teatro, di saggi sui contributi visivi. Un manuale di esercizi e una selezione di documenti e di testi da rappresentare. Are we here yet? è un contenitore colmo di ricordi, proiezioni, riflessioni e immagini vicine alla pratica coreografica di Meg Stuart, una varietà di materiali che hanno un proprio peso e una propria risonanza e non mancheranno di sollevare nuove domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leone d'Oro alla carriera

22 giugno h. 12 - Ca' Giustinian (cerimonia di consegna)

www.labiennale.org