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Le elementari esigenze della cultura. Biennale 1948: tra Peggy e gli Impressionisti
di Giandomenico Romanelli   
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La XXIV edizione della Biennale, nel fatidico 1948, vive di una a suo modo esaltante polarità: nel padiglione della Germania (impegnata allora in ben più gravose attività) le 98 tele della mostra degli Impressionisti e, nel padiglione della Grecia, paese che non riesce a partecipare a questa prima rassegna postbellica, le 136 opere della collezione newyorkese di Peggy Guggenheim. Quasi un atto riparatorio nei confronti della cultura internazionale e della stessa grande tradizione biennalesca dopo le avvilenti edizioni autarchiche (o peggio: nazifasciste) degli anni bellici.

 

«Per completare il quadro dei movimenti artistici contemporanei, la Biennale espone la collezione di Peggy Guggenheim di New York, ricco campionario di tutte le tendenze estremiste dell’arte, dal Cubismo al Surrealismo. Anche in questo caso offrire la lettura diretta  di opere di Ernst, Dalì, Kandinsky, Tanguy, Archipenko, Mondrian, Léger, Brancusi, ecc. significa venire incontro alle elementari esigenze della cultura». Curioso annuncio in inconscio décalage, questo di Rodolfo Pallucchini, segretario generale della XXIV edizione della Biennale, che compare nel catalogo ufficiale dell’esposizione: tutte le tendenze “estremiste” dell’arte mondiale pareva che si fossero date appuntamento, come per un sabba esoterico, nella Collezione della stravagante Peggy! E lei, da brava strega traghettatrice di tanto insolito convegno, si prendeva ora la briga di condurlo sulle lagune, pare per un’intuizione di Giuseppe Santomaso in rapporti di amicizia con la grande collezionista, a far bella mostra di sé.

 

Più spoglie, facendo sommesso sfoggio di un qualche non spregevole sentimento di understatement, le poche righe della stessa Peggy che si misura in una specie di elenco da manuale: la mia collezione «riunisce opere dell’arte non realista dal 1910 ad oggi. Essa può essere, storicamente, più o meno completa, ma ha il merito di offrire esempi di tutte queste scuole artistiche» e di seguito vien snocciolando cubisti, astrattisti, prunisti, simultaneisti, neo plasticisti, costruttivisti, suprematisti ecc. ecc.

 

Fortunatamente a redigere il breve saggio critico preposto all’asciutto elenco delle opere venne chiamato Giulio Carlo Argan, che in una fulminante perfetta paginetta traccia il percorso dell’arte contemporanea, condotto con lucidità insuperata, mettendo in evidenza i temi chiave della crisi della cultura figurativa post impressionista: «innestandosi sulle posizioni teoriche del Cubismo e dell’Espressionismo» ed «escludendo ogni relazione tra il fatto artistico e la natura, considerano l’opera d’arte non come rappresentazione di oggetti ma come oggetto essa stessa». Dentro a una tale dinamica, Argan definisce una mappa dell’estetica contemporanea proprio a partire dalla messa in crisi dell’intero campo e fare artistico: concetti, strumenti, materiali, forme, colori, disegno, linee, ideologie in una sorprendente diramazione di itinerari, in intrecci e diversificazioni di percorsi, in superamenti e recuperi, annoverando protagonisti e movimenti che vanno dal Futurismo, al Dadaismo, dal Surrealismo al Fauvismo, all’Espressionismo e a molto altro ancora.

 

In questo straordinario esercizio, le 136 tele di Peggy (che, ma è superfluo ricordarlo, non è ancora sbarcata a Venezia: cosa che farà solo negli anni immediatamente successivi quando acquisterà l’incompiuto Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande) offrono ad Argan una sorta di eccezionale repertorio di esperienze e di immagini o, se si vuole, la opportunità di verificare ‘dal vivo’ l’assunto critico che in quegli anni egli veniva tanto ingegnosamente e sapientemente fabbricando. È tipica di Giulio Carlo Argan (né i suoi critici si asterranno dal sottolinearlo) una tale attitudine metodologica: prima la coltissima e geometrica costruzione del suo impianto teorico – del suo ideologico approccio, sempre secondo i suoi critici! –, per passare poi al montaggio di un repertorio di linguaggi e di opere destinate a incastrarsi, come in una perfetta tavola degli elementi periodici di Mendeleev, nel modello in tal maniera prefigurato.

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L’altro polo della XXIV Biennale, quello dell’Impressionismo che già abbiamo evocato, si sviluppa in senso quasi diametralmente opposto a questo relativo alla collezione di Peggy: il curatore, Raymond Cogniat, Ispettore Principale delle Belle Arti di Francia, tesse invece l’elogio della qualità rivoluzionaria della pur variegata esperienza di quel movimento, facendone derivare quasi automaticamente tutto lo sviluppo dell’arte moderna e contemporanea. Cogniat non è così ingenuo da iscrivere Van Gogh e Gauguin, presenti nella sua mostra, tra gli impressionisti (come fa qualcuno ancora oggi qui da noi) arrivando a scrivere, correttamente, che «l’opera di Gauguin fu la prima reazione importante contro» gli impressionisti. Ma va sottolineato per altro che proprio Gauguin fornisce per primo gli elementi di quella ribellione antinaturalistica di cui parla Argan nella sua pagina di presentazione alla collezione di Peggy e che proprio attorno a questo concetto e a questa coincidenza possiamo oggi dire che nella Biennale del 1948 si è avverata la più straordinaria delle convergenze culturali e artistiche cui si potesse por mente per un’ineguagliabile operazione critica e didattica. Il dittico espositivo Impressionisti-Peggy ci appare allora come un corpo a clessidra, unito e diviso dall’istmo Gauguin (Van Gogh).

 

La Biennale del 1948 offriva anche molto altro: dalla pittura metafisica alle prove dei maggiori artisti dell’avanguardia italiana, da mostre monografiche di artisti internazionali a lungo censurati dalle dittature europee fino a rassegne straniere di grande impegno e novità che non possiamo evocare in questa sede. Una volta di più, quindi, la Biennale (ne era primo meritorio presidente post-fascismo Giovanni Ponti) di fatto veniva incontro alle “elementari esigenze della cultura” (secondo le parole di  Pallucchini) con un’intuizione di gran classe e con una impeccabile esemplare realizzazione.

 

Come sempre, e come in molti oramai scriviamo da tempo, storia e sviluppo dell’arte italiana (e forse qualche cosa di più) non avrebbero avuto la qualità e il dinamismo che conosciamo senza le ricorrenti sollecitazioni della vecchia ma insostituibile Esposizione Internazionale Artistica della Città di Venezia

 


«1948: La Biennale di Peggy Guggenheim»

Fino 25 novembre 2018

Projects Rooms, Collezione Peggy Guggenheim - Venezia

www.guggenheim-venice.it