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Home arrow ZOOM arrow 16. BIENNALE ARCHITETTURA | Spazi di altra libertà. La carcerazione tra architettura e società
16. BIENNALE ARCHITETTURA | Spazi di altra libertà. La carcerazione tra architettura e società
di Delphine Trouillard   

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URUGUAY

 

Chiedete a chiunque di elencare le infrastrutture urbane necessarie al funzionamento di una città – ideale o reale che sia – e vi parlerà di scuole, di palestre, di ospedali, di giardini pubblici provvisti di panchine, di centri culturali, musei e luoghi aperti al dialogo e al ritrovo tra cittadini.

Raramente, per non dire mai, verrà citato un tribunale, un carcere o qualunque struttura che testimoni l’esistenza dell’errore umano. Eppure un carcere ci deve essere, appunto perché l’errore è umano.

 

La costruzione di spazi destinati alla reclusione costituisce oggi una delle principali sfide dell’architettura. In Sorvegliare e punire (1975), una delle opere più note sul tema carcerario, Michel Foucault delinea una storia della nascita della prigione, dal Panopticon ipotizzato da Jeremy Bentham nel 1791 al carcere moderno. Il suo saggio si conclude sulla strumentalizzazione che fin dall’inizio del ‘900 viene fatta della nozione di pericolosità da parte delle autorità giudiziarie, politiche e medicali per giustificare la neutralizzazione di individui mediante la loro identificazione, divisione e reclusione. Parlare di pericolosità rafforza il senso di insicurezza e contribuisce allo sviluppo di misure eccessive che conducono alla marginalizzazione di chi ha commesso un errore.

 

Ma lo scopo della prigione è quello di isolare o quello di rieducare? Proprio questa domanda è il centro del progetto del padiglione Uruguay per la Biennale Architettura 2018, Prison to Prison, an Intimate Story between two Architectures, che attraverso un’installazione di luci e video mette a confronto due carceri: una prigione impersonale e astratta, edificio più grande eretto nel 2017 in Uruguay, e un carcere-villaggio che riesce a portare “l’esterno al suo interno”, costruito a Punta de Rieles, nella periferia di Montevideo. Quest’ultimo è nato dall’iniziativa di Luis Parodi di fare fronte ai numerosi episodi di violenza tra detenuti in America Latina.

 

La sua filosofia liberale offre una visione alternativa di come le strutture di correzione e reclusione possono essere gestite. «Se il contesto cambia, l’uomo cambia», dichiara Parodi, che crede fermamente in una possibilità di riscatto se tra le mura della prigione si viene uno “spazio di libertà”. Dati i risultati positivi ottenuti da questa strategia, si potrebbe estenderla ad altre realtà chiuse ed emarginate che oggi costituiscono le grandi sfide della società moderna, un esempio fra tutti i campi profughi, la cui gestione viene spesso definita in base alla percezione del pericolo di chi li guarda da fuori.

 

 

«Prison to Prison, an Intimate Story between two Architectures», 2018

Giardini - Venezia