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Hospital poetry
di Renato Jona   

th-1527001880.jpgMalattia, poesia: due parole che sembrano veramente distanti, quasi antitetiche. Quando una persona è colpita da un morbo, quando improvvisamente sente di non poter essere più se stessa, essere cioè la “solita” persona, da sempre involontario oggetto della propria conoscenza, subisce una tremenda scossa psicologica, causata dalla perdita di riferimenti usuali, dall’ignoto, dalla limitata percezione della propria nuova realtà, dagli immediati interrogativi sul proprio futuro. In questi casi cosa accade? Non resta che affidarsi a una visita medica, un ricovero ospedaliero per accertamenti, analisi, per ricerche ragionate utili a definire la nuova situazione, al momento sconosciuta. In questi momenti, durante il ricovero e le prime indagini cliniche, a tutto si può pensare fuorché alla poesia, che appare come qualcosa di troppo poco concreto, appartenente addirittura a un altro mondo, più tranquillo, armonioso e non traumatico.

 

Invece Elena Veronese, giovane veneziana, specialista di Design degli Interni, Art Director e Graphic Designer, che si è formata a Milano, a Hannover, a Berlino e a New York, fotografa per vocazione e necessità, si è trovata improvvisamente a percorrere l’itinerario “malattia”, ma ha reagito in modo singolare, straordinario, e ha saputo indicarci una strada incredibile. Anziché abbandonarsi all’ansia, come sarebbe naturale, si è volutamente distratta, si è concentrata sulla realtà ospedaliera che la circondava, osservando con un’attenzione davvero professionale i “particolari” che le stavano attorno e approfondendo il loro significato umano.

 

Ha voluto creare una incredibile relazione con il mondo ospedaliero, notando, ad esempio i corridoi vuoti, le pinze, le siringhe, i cerotti, i colori, le lampade, le attrezzature, le sedie, considerate sia come forme sia nella loro funzionalità, e persino nella loro disposizione (sale d’attesa): in tal modo è apparso concreto, all’improvviso, un intero mondo, normalmente invisibile, che circonda il paziente (così “tecnicamente” definito l’ammalato); quelle sedie, quelle prese di corrente, quei vassoi vuoti del pranzo (sembra quasi di sentire l’odore della mensa!): chi c’era prima, che ha provato le stesse sensazioni, timori, ansie, attese, spostamenti “passivi”, che ha sperimentato lo stesso stato d’animo? Chi ha occupato quella sedia, in attesa, (quanto lunga!) davanti ad una porta chiusa?

 

Una catena umana è venuta così a crearsi, togliendo dall’isolamento il paziente attuale che, come tutti gli altri, cerca solidarietà, compagnia, comprensione, un sorriso confortante, spera, attende… Queste sensazioni, queste riflessioni, fissate, espresse, raccontate, comunicate attraverso scatti fotografici ottenuti con un semplice cellulare, peraltro molto abilmente utilizzato, riescono a modificare la realtà, la comune percezione, rendendola addirittura artistica, portandola quindi su un piano inaspettato, nuovo, cambiando il linguaggio, spostando il centro dell’attenzione.

 

Questa ‘operazione’, curiosa, magica, mi ha richiamato alla mente le Mani di Quinn, due mani gigantesche, che fino a pochi giorni fa sorgevano dall’acqua del Canal Grande e davano la sensazione, assurda, ma meravigliosamente reale, di voler sostenere Palazzo Sagredo, vicino alla Ca’ d’Oro. Così l’“operazione Veronese”, in modo originale e straordinario, analogamente sorregge il paziente, suscitando energia positiva e capacità di reazione.

 

L’ambientazione della mostra, va senz’altro notato, è particolarmente adatta: le pareti di Ikona Gallery, in Campo di Ghetto Novo, sono essenziali, di mattone vivo, senza intonaco, perfettamente in sintonia con il discorso, scarno, espresso dalla Veronese. Discorso diretto all’anima delle persone, senza alcuna sovrastruttura, semplice, di immediata percezione. Su un muro di Taranto era scritto: «La salute non è tutto, ma senza la salute tutto è niente!» ma Elena Veronese, con il suo coraggio, la sua volontà, la sua semplicità, la sua forza è stata capace di smentire la scritta.

 La mancanza di salute si può affrontare con un’arma inaspettata: LA POESIA!

 

 

«Elena Veronese. Hospital Poetry»

Fino 26 agosto

IKONA GALLERY, Campo del Ghetto Novo 2009 - Venezia

www.ikonavenezia.com