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SPECIALE REDENTORE 2018 | La Notte Famosissima
di Redazioneweb   

redentore-due.jpgIl fresco dei freschi è naturalmente quello della vigilia del Redentore, vigilia di una solennità religiosa fattasi festa mondana, sagra e baccanale, con ciambelle e frittelle accanto alle candele benedette, con cene a base di polli arrostiti e di vin generoso, e musiche sacre e profane, e fuochi di artificio e quell’andar vagando di notte sull’acqua e per i giardini della Giudecca che era certo il divertimento più grande.

 

La peste del 1575-76 che aveva colpito con estrema violenza tutta Italia, città e campagne, non aveva lasciata immune Venezia già detentrice da secoli di un triste primato, certo dovuto ai suoi frequentissimi rapporti con l’Oriente. Più di sessanta epidemie del terribile morbo registrano le cronache dal 954 in poi. Eppure il governo veneto fin dalla fine del Duecento aveva invitato a Venezia medici famosi a curar gratuitamente i poveri ed era stato il primo a iniziare provvidenze profilattiche, imitate poi da tutta Europa. Era stato istituito per questo un apposito Magistrato alla Sanità, composto di tre membri eletti dal Maggior Consiglio, cui erano stati aggiunti poi due Senatori. Esso doveva – e assolveva il suo compito con proverbiale avvedutezza – sorvegliare i medici, i farmacisti, le levatrici, gli ospedali, i cimiteri, le meretrici, i commestibili, ma sopra tutto indagare sulle persone e sulle merci, persino sulle corrispondenze, provenienti dal mare, il tutto sottoponendo a contumacia sopra i vascelli stessi – le navi sospette dovevano alzare bandiera gialla – o nei lazzaretti. 

   

Fin dal 1403 l’isola di Santa Maria di Nazareth dove era un convento di questo nome e dove solevano adunarsi i pellegrini di Terrasanta, auspice San Bernardino da Siena era stata adibita a segregazione di ammalati e si chiamò da allora Lazzaretto, o per corruzione del nome di Nazareth, o perché Lazzari erano già chiamati i lebbrosi (che si dicevano affetti dal male di San Lazzaro) fin dal tempo delle Crociate, e per estensione poi tutti i colpiti da malattie infettive. «Et per fianco ha il nobile edificio chiamato Lazzaretto Vecchio, il quale l’anno 1423 fu edificato dalla Signoria per gli ammorbati, perciocchè havendo ella tolto il luogo a un fra Gabriello dell’ordine Heremitano, il quale si chiamava S. Maria di Nazareth, onde è corrottamente chiamato dal volgo Lazaretto, gli diede per ricompensa o S. Spirito o San Clemente». Si fabbricarono diverse comode stanze «non tanto per sovenire agli infermi come dice il Sabellico quanto anco per dare aiuto a poveri, i quali condotti a quello luogo erano curati più comodamente». C’era per mantenere l’ordine un priore «con onesto salario», serventi, medici, ecc. Questo primo ospedale di isolamento si chiamò Lazzaretto Vecchio quando nel 1468 anche l’isola di Sant’Erasmo fu destinata allo stesso ufficio col nome di Lazzaretto Nuovo. Aveva anche questo un centinaio di stanze e una vigna serrata da un muro, sicché di lontano il luogo somigliava a un castello. «Ma vi vanno, informa il Sansovino, solamente i sani che, essendosi mescolati con gli infermi, dubitando di qualche contagio, si ritirano a questo luogo et vi fanno la contumacia di 22 giorni». Ma tante previdenze non furono in quell’anno purtroppo subito osservate. Da Trento dove il morbo faceva già strage, il 25 giugno del 1575 arrivò nella contrada di San Marziale un tale, malato di un male che si disse misterioso e che subito contagiò la famiglia presso la quale era stato ospitato. I Provveditori alla Sanità presero subito le precauzioni del caso ma, pur senza colpa, non così tempestivamente come sarebbe stato necessario in quella estate di insolita siccità e calura. Una sosta invernale del morbo finì con l’assopire la prudenza.

 

Riscoppiando a primavera il male, furono chiamati due professori di medicina docenti all’Università di Padova, Girolamo Mercuziale e Girolamo Capodivacca. Ma questi, anziché aiutare le sagge provvidenze di isolamento, dichiararono la malattia gravissima, ma non contagiosa. Si accesero discussioni interminabili (la storia non insegna molto perché anche nel Manzoni si legge come le stesse dispute si riaccendessero nel 1630) le quali rallentarono disastrosamente i rimedi, finché i fatti diedero ragione ai Veneziani ed obbligarono i due dotti docenti a una ingloriosa fuga. Il Magistrato alla Sanità riprese allora con maggior fermezza la sua azione, e il Lazzaretto Vecchio e il Nuovo si riempirono di ammalati e di sospetti. Non mancavano naturalmente anche le Provvidenze empiriche, perché tutti avevano da dettare rimedi: mangiar bene, bere meglio, «vin precioso e buona malvasia», bruciare ginepro e cipresso, odorare cose buone, non preoccuparsi di niente. Altri non crede alle panacee di pillole, di empiastri, di profumi, ma solo ha fede nella preghiera e nella carità; e altri propone penitenze «con dezuno e vezilie, con sachi e con silicii». Molto si pregava specialmente nell’isola contumaciale che, non bastando alla moltitudine degli ospiti, allargava la sua superficie con la tolda di vecchie galee accostate e di grosse chiatte trasformate in ricoveri. Di lontano le navi da guerra vigilavano contro il pericolo di evasioni.

 

Fu in questo clima di rinnovato fervore religioso – essendo morte nel 1576 già più di quarantacinquemila persone – che il doge Alvise Mocenigo, a nome suo e del Senato, fece solenne voto di innalzare alla Giudecca un tempio al Redentore e di visitarlo poi devotamente ogni anno. Essendosi potuta finalmente proclamare la cessazione di ogni pericolo il 21 luglio 1578, si stabilì come giorno della visita annuale la terza domenica di quel mese.

 

Intanto il Doge, non più il Mocenigo ma il glorioso Sebastiano Venier, con la Signoria, gli ambasciatori e il Senato, vollero subito compiere il voto e per questo, nel luogo designato all’erezione del tempio, fu costruito all’aperto un tabernacolo con un altare e in soli quattro giorni fu gettato attraverso il canale un ponte poggiato su ottanta galee, tutto coperto di panno; e una serie di arcate pure coperte di panno congiungevano l’ingresso del ponte con la porta della Carta, perché vi sfilassero con il doge il suo ricco seguito di prelati e di dignitari. Il ponte finiva a San Giovanni della Giudecca, chiesa ora scomparsa. Lo attraversò in processione anche l’immensa folla degli scampati, invasa a reazione di tanti lutti e tristezze da una gran voglia di vivere e di godere. Nel maggio dell’anno seguente fu posta la prima pietra dell’attuale tempio palladiano, consacrato il 27 settembre 1592 ex pio solemnique voto Rei Publicae. 

 

Ne deplorarono alcuni la forma persino troppo splendida, specie all’interno; trattandosi di un tempio votivo destinato ai Cappuccini la Signoria aveva con decreto dei Pregadi del 7 settembre 1576 raccomandato che «non si mettesser marmi, ma fosse una fabbrica soda e quale si conviene a una divota chiesa». L’architetto ubbidì; ma il preventivo di 12000 ducati pare venisse superato di almeno venti volte. Ampia scalea di sedici gradini, ordine corinzio a una sola navata, con tre cappelle per lato, tribuna a croce con cupola superba, dietro la tribuna il coro. «I buoni frati sbigottiti dalla magnificenza della fabbrica che loro sembra disdire alla povertà di San Francesco» vollero che almeno il coro fosse quale richiedeva la regola. Il Palladio in una sua lettera a Giulio Capra dice: «Perché questa chiesa deve essere officiata dai cappuccini et mi fu ordinato di farla divota, ho divisato che il coro dietro lo sfondo, che forma la testa della croce, sia di umile struttura». ponte-del-redentore-venezia-thinkstock.jpgLa facciata è di un ricco composito, la porta è ad arco con nicchie fra gli intercolunni. Sopra la porta ornata di colonne corre una cornice con fregio. Poiché era escluso l’uso dei marmi, l’architetto «studiò con amorosa diligenza di supplirvi colla terra cotta»; i capitelli dell’interno sono di questa materia lavorati squisitamente a foglie di ulivo, e sono coloriti di biacca ad olio in modo da parere di pietra.  

 

Il pellegrinaggio si compie tuttora nel giorno stabilito, con la costruzione di un ponte di barche tra il tempio e le Zattere. Ma la notte della vigilia il Canale della Giudecca pullula di gondole e di barche scorrenti nella penombra intorno a musiche galleggianti, gode dei fuochi artificiali, delle rive gremite, dei festoni di palloncini luminosi, del fresco, fino all’alba, fino a quando il sorger del sole sarà paganamente salutato al Lido con canti di gioia. Gioia di vivere dopo tanta moria; ma chi lo ricorda?


Per goder le tartane

Questa è la vera notte,

Battei barche e peotte

E qualche mozza.

L’è tutte illuminae

Co ferali e balloni

Se sente canti e soni…

 

 

Tratto da Le feste veneziane – i giochi popolari, le cerimonie religiose e di governo di Bianca Tamassia Mazzarotto (Sansoni, Firenze 1961).

 

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