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Home arrow MUSICA arrow L’artista totale. Byrne, geniale uomo medio
L’artista totale. Byrne, geniale uomo medio
di F.D.S.   

the-name-of-this-artist_-is-david_byrne-gq-041118-11.jpgLa vita moderna è un disastro o è un miracolo? È da 40 anni che David Byrne non sa decidersi a dare una risposta a questo interrogativo. In tutta la sua luminosa carriera, fatta della fondamentale traiettoria musicale dei Talking Heads e successivamente di una lunga fase solista, forse meno accecante dal punto di vista creativo ma altrettanto onnivora, spiazzante, pulsionale, l’uomo ha sempre dimostrato una grande coerenza nel proporsi come il risultato di una intermittenza, di una polimorfia intellettuale, di una instabilità di scelta tra logos e ragione, tra riflessione ed emozione, tra ordine e disordine.

 

L’icona in cui l’artista si riconosce meglio rimane il protagonista di quella canzone del 1977 dei Talking Heads che fece storia e che definì un periodo, quello psycho-killer sospeso tra autocontrollo e pulsione psicotica, tra rispetto delle regole e malattia mentale. Se David Bowie ci ha regalato la metamorfosi come forma espressiva del rock, se Johnny Rotten ha interpretato la parte del nichilista strafottente, se Iggy Pop è stato l’interprete della pulsione suicida del borderline, David Byrne (genio purissimo al pari di tutti questi…) è stato la maschera dell’uomo medio, che dentro di sé nasconde la follia del malato invisibile che svela all’improvviso la propria malattia. «In the future, half of us will be mental ill» diceva in una sua canzone di tanti anni fa: e questa è la chiave interpretativa dell’opus byrneiano, anche oggi.

 

Artista mai pacato, animato non da una divorante sete di conoscenza ma da una curiosità di ricerca e di novità, David Byrne continua il suo percorso di intellettuale della musica alternandosi in numerose attività, da vero homo faber del proprio destino: dopo la fine dei Talking Heads, ha composto numerose colonne sonore di spettacoli teatrali e di film (insieme a Sakamoto, nel 1988 ha vinto l’Oscar per le musiche de L’ultimo Imperatore di Bertolucci), ha scritto e diretto un film bellissimo e curioso, True Stories, ha sfruttato con sapienza sopraffina lo strumento della collaborazione (con Brian Eno, St. Vincent, Fat Boy Slim soprattutto) per ridefinire i confini della propria ispirazione, si è innamorato della musica sudamericana, e brasiliana in particolare, e ha prodotto numerosi artisti del luogo, fondando una etichetta per la promozione di questa musica. Ha cioè interpretato l’eclettismo al meglio delle sue possibilità.

 

Nel 2018 ha realizzato dopo 14 anni un disco in proprio, American Utopia, bello da morire, ancora pieno del suo potere straniante di interpretare la realtà in modi laterali, di coniugare eccentricità e visione.

 

 

David Byrne

21 luglio - Piazza Unità d’Italia - Trieste

www.azalea.it