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BIENNALE TEATRO 2018 | I labirinti di Atene. Simone Derai racconta Anagoor, Leone d’Argento 2018
di Mariachiara Marzari   
martedì 17 luglio 2018
05_anagoor_orestea_schiavi_ph_giulio_favotto.jpg«Il lavoro di Anagoor, mai privo di una potente estetica, riesce ad avere una funzione divulgativa rispetto a grandi tematiche […] non è mai popolare nella scelta dei testi, eppure lo è, nobilmente, nella restituzione artistica. Ciò che rende il loro lavoro a tratti concettuale ma anche profondamente artigianale è il fatto che non demandano a nessuno la scelta artistica, riuscendo come collettivo a realizzare tutto da soli, dalla scrittura del testo alla costruzione di scene e costumi sempre di grande impatto, a tal punto che i loro spettacoli sono programmati in molti teatri italiani e stranieri» (dalla motivazione del Leone d’Argento).
Simone Derai e Paola Dallan sono l’anima e il cuore di una compagnia che parte dal teatro per arrivare, attraverso un lavoro profondo di ricerca sul linguaggio che attinge a immagini e simboli della nostra comune memoria culturale e che segna un cambio generazionale e un modo diverso di accostarsi alla nostra epoca, nuovamente a teatro. La loro vocazione collettiva si traduce in rappresentazioni senza trama da raccontare e senza personaggi ma dall’equilibrato insieme di elementi composti nella scena, in cui non viene raccontata una vicenda ma sono invece comunicate delle idee.
Dal 2000 il loro palcoscenico è il mondo pur mantenendo solide basi a Castelfranco Veneto, luogo di origine e di elezione imprescindibile.
In prima assoluta e in apertura del 46. Festival Internazionale del Teatro, Anagoor presenta l’attesissima Orestea, sottotitolata Agamennone, Schiavi, Conversio. Il testo eschileo è inizialmente assunto nella sua integralità ma condensandone ed espandendone i nuclei fondamentali con linguaggi e tecniche diverse – visione, canto, orazione –, viene infine tradito, affiancato o sostituito con un arcipelago intertestuale che lo tramuta in pensiero contemporaneo. Materia scenica e materia umana si fondono mostrandoci come l’orizzonte della meditazione sul male e sulla fragilità del bene sia un confine universale.
Incontrare Simone Derai equivale a toccare con mano attraverso le sue parole, la determinata visione di un teatro del terzo millennio, consapevole che solo attraverso il passato è possibile riscrivere il presente. Un teatro che attraversa i miti, il sacro, l’arte, la letteratura arrivando dritto allo spettatore. 

 

Come e da dove nasce “Anagoor”?
Anagoor nasce come esperimento collettivo di ricerca teatrale a Castelfranco Veneto circa diciotto anni fa. È l’incrocio di diverse esperienze, incontratesi nell’alveo di un laboratorio scolastico dalla natura straordinaria per lungimiranza. Il progetto si sviluppò con una forte connotazione politica: un teatro per la città. Poi l’orizzonte si estese.



02_anagoor_orestea_agamennone_clitemnestra_ph_giulio_favottoi_ph_giulio_favotto.jpg  

Il recupero della Conigliera, un’oasi di cultura che celebra quest’anno i suoi primi 10 anni di attività. Quali risultati sono stati raggiunti e quali vi prefissate per il prossimo futuro?
La Conigliera è stata nel tempo incubatore di progetti artistici non esclusivamente legati alle creazioni di Anagoor, centro di residenza non riconosciuto, luogo di eventi, scuola. È un atelier con natura di casa. Nel tempo, venendo meno i contributi che sostenevano l’attività del festival diretto da Anagoor tra Castelfranco e Resana, non è riuscita a stabilizzare la propria vocazione di teatro con una programmazione più regolare. Questo l’obiettivo per il futuro, ma, per la natura peculiare del luogo, si tratta di una trasformazione non attuabile senza il sostegno pubblico.



La vostra produzione si caratterizza per una composizione di linguaggi artistici diversi e una scelta di rappresentare testi non facili ma appartenenti alla memoria culturale collettiva. 
Come definite la vostra politica teatrale?
Non scegliamo di confrontarci con opere o figure difficili per il gusto della difficoltà. Quello che ci attrae è la complessità del mondo, dell’esistenza, il rapporto di tutti con la memoria. Queste complessità richiedono sintassi articolate, uno sforzo per dipanare matasse che spesso non sono districabili. Tra balbuzie e limpido discorso è sempre una questione di linguaggio.



Il Leone d’Argento alla Biennale è un meritato riconoscimento di una carriera in pieno svolgimento, come avete accolto il Premio?
Viviamo questo premio come il conferimento di una maggiore responsabilità.

Il fil rouge dato dal Direttore Latella per questa edizione ruota attorno alle figure di Attore / Performer. Nel collettivo Anagoor esiste una netta distinzione di ruoli tra le due figure?


No, non esiste questa distinzione. In Anagoor partecipano artisti dalle provenienze e dalle formazioni più diverse. Anche in questa Orestea l’artista che abita la scena è convocato come un testimone a un processo: parla, canta, danza in nome e per conto di una memoria.



 

Qual è il ruolo della messa in scena nei vostri lavori? Testo, musica, scenografia, ritmo, regia, interpretazioni, costumi, luci... quale equilibro tra questi fondamentali elementi connota le vostre produzioni?

La musica come architettura dell’opera intera. Lo spazio come luogo del pensiero. La luce come trascolorare delle ombre del cuore. La parola (che provoca visioni) e le immagini (che sono segni parlanti) si muovono dentro questo triplice disegno in accordo.

17_anagoor_orestea_elettra_white_deer_ph_giulio_favotto2.jpg Orestea di Eschilo. Cosa vedremo durante il Festival?
Orestea è un’opera mondo. Come tale è stata abbracciata. Inseguiamo l’intera trilogia mai abbandonando Eschilo, sebbene solo il primo quadro Agamennone sia rappresentato integralmente. Per l’occasione il testo di Eschilo è stato nuovamente tradotto. Non perché non ci piacessero le molte, notevoli, traduzioni, ma perché desideravamo una manifestazione inaudita di questa parola. Il presupposto è dunque partire dall’opera antica in una disposizione quasi archeologica e muovere verso un processo finale che riguardi tutti noi oggi. Lo spettacolo, nelle sue quasi quattro ore, insegue le vicende tremende di questa famiglia maledetta, in cui un padre uccide una figlia, una sposa uccide lo sposo, un figlio uccide la madre. Ma la nostra Orestea non si riduce a un dramma della vendetta e al suo superamento.



Anagoor è stato protagonista di diverse Biennali prima di oggi, e in particolare Lei è stato ed è anche quest’anno tra i Maestri di Biennale College. Come è stata la sua personale esperienza di giovane Maestro tra i giovani emergenti a livello internazionale?
Lo scorso anno l’esperienza è stata molto importante. L’incontro con i giovani allievi è stato motore iniziale per questa nuova creazione. Molti di loro sono confluiti nel progetto, dando a questa nostra Orestea un risvolto generazionale già implicito nell’opera di Eschilo. Quindi l’occasione creata dal Direttore è stata particolarmente preziosa per noi. Da un paio d’anni accompagno sul palco come tutor anche i giovani coreografi selezionati attraverso un bando internazionale fortemente voluto dalla Direttrice di Biennale Danza. Osservare e nutrire il nascere delle creazioni di artisti giovanissimi è una grande responsabilità ma anche un enorme privilegio.



 

Siete tra i pochi in Italia a portare il nostro teatro all’estero. Quali difficoltà e quali soddisfazioni questo percorso offre alla vostra attività?
Le difficoltà sono intrinseche: rendere noto il proprio percorso, confrontarsi con pubblici diversi… Ma sono relative anche a questioni decisamente più pratiche: Anagoor insiste per non abbandonare la vocazione collettiva del teatro, dunque muoversi con spettacoli dalle grosse dimensioni, con molti artisti coinvolti comporta costi maggiori per le tournée all’estero. Tuttavia le relazioni internazionali stanno crescendo. Orestea sarà a Parigi in ottobre, dopo aver toccato Venezia e Roma. La produzione ha il sostegno della Fondazione Hermès in seno al bando New Settings.

Pubblico e Teatro, un binomio non sempre felice. Quale il segreto del vostro successo?

Non cerchiamo il consenso. Amiamo quello che facciamo. Soffriamo per le esistenze che subiscono violenza. Lottiamo per richiamare il mondo a fare i conti con se stesso dentro il cerchio del teatro. Uno sforzo donchisciottesco e anacronistico che forse genera curiosità.

 

ANAGOOR alla 46. Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia

Consegna del Leone d'Argento

20 luglio h. 21, Ca' Giustinian, Sala delle Colonne

 

Orestea. Agamennone, Schiavi, Conversio

20 luglio 2018 h. 17.30, Teatro alle Tese, Arsenale

www.labiennale.org