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Le forme del cinema. Guillermo del Toro presidente di Giuria a Venezia75
di Cesare Stradaioli   

guillermo.jpgLa definizione migliore di Guillermo del Toro, come uomo e come artista, l’ha già data Alberto Barbera, quando menziona la sua generosità.

Un po’ Falstaff, un po’ Orson Welles e anche un po’ Giuseppe Battiston (credo che a nessuno dei due il paragone reciproco dispiacerebbe), il regista messicano trasmette fisicamente energia, voglia di cinema, insaziabili fame e sete di immagini e colori. E tutta questa sua vitalità debordante, lungi dall’essere interpretata ed espressa da mezzo metro da terra, contemplando con distacco l’applauso degli appassionati – durante la Biennale dello scorso anno si è presentato alla conferenza stampa del Casinò sollevando un tale tripudio da stadio, che pareva fosse entrato in sala Mick Jagger – è come condivisa, regalata con la generosità individuata come elemento dominante del suo carattere.

 

A parte le considerazioni attinenti alla persona, se c’era un nome adatto a presiedere la giuria della 75ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia (e i titolati all’altezza del prestigio non mancavano di certo), questo era ed è stato giustamente indicato nel suo.

 

È il suo momento, dal punto di vista artistico, così come lo è decisamente per la cinematografia messicana: la triade del Toro-Cuarón-González Iñárritu rappresenta, oggi come oggi, una linea di tendenza decisamente caratterizzata che potrebbe, chissà, un domani portare a una vera e propria scuola quale fu il Nuovo Cinema Tedesco o quella britannica degli anni ’60. Il cinema di del Toro mescola, proprio alla stregua di un ghiotto chef, entusiasta del proprio lavoro, generi e personaggi, forti primi piani e ampi spazi visivi e sotto le apparenze di un semplice film in costume o di genere da supereroi o horror, con irriverenza e spiccato senso dell’humor ci infila dentro chiarissimi riferimenti di carattere politico: non manifesti o volantini da mobilitazione, bensì accorati richiami alla libertà dell’individuo, la sua resistenza al potere cieco e ottuso, contro ogni intolleranza e separazione.

 

In questo senso va interpretata la sua nota predilezione per i diversi, per i cosiddetti ‘mostri’: collocati nel sottosuolo – ambiente appartenente al suo personalissimo immaginario, dove l’anormalità diventa talmente insistente da sciogliersi nel ‘normale’, inteso come libero dal giudizio altrui – imprigionati come la creatura del meraviglioso La forma dell’acqua, oppure armati e cacciati, per del Toro essi sono la diversità che si oppone al conformismo, anche nel fatto di venire rappresentati come esseri forti, pieni di debolezze umane, il tutto in una studiatissima e folgorante scala a chiocciola di colori ed effetti speciali non fini a se stessi bensì inseriti al fine di consentire allo spettatore di perdersi nel caleidoscopio che si trova di fronte.

 

La modernità di del Toro consiste anche e infine, nell’essere un direttore a tutto tondo, in pieno e ferreo controllo di tutta la macchina che sta dietro alla produzione di un film; come disse a noi di Venezia News lo scorso anno, l’essere regista per lui significa trovarsi nella direzione completa di ogni fase della lavorazione, scrittura compresa, ruolo che ormai nelle produzioni più avanzate ha superato il semplice concetto di regista che si limita al «Ciak, si gira!».


«75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica»

29 agosto-8 settembre - Lido di Venezia

www.labiennale.org

 

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