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Tre italiani, molta Hollywood e qualche outsider: i magnifici 21 di Venezia75
di Marisa Santin   
firstman.jpgApertura
Sono 21 i film in corsa per il Leone d’Oro della prossima Mostra del Cinema. Apre Damien Chazelle, come due edizioni fa ma con un film lontano dalle note colorate e romantiche di La La Land. Il suo First Man, adattamento della biografia ufficiale di Neil Armstrong – sceneggiato a quattro mani da Josh Singer (Spotlight) e Nicole Pearlman (I guardiani della galassia) –, celebra la vita, la formazione e le incertezze del primo uomo sulla luna, in anticipo di un anno sul cinquantesimo anniversario dell’evento. Ryan Gosling, che interpreta Armstrong, sarà così nuovamente la prima stella sul tappeto rosso, dove sono attesi dal 29 agosto all’8 settembre molti altri nomi di grande richiamo per il pubblico: Bradley Cooper, Lady Gaga, Mel Gibson, Vince Vaughn, Joaquin Phoenix, James Franco, Jude Law, Valeria Golino, Tilda Swinton, Dakota Johnson, Jake Gyllenhaal, Natalie Portman, Emma Stone, Matthias Schoenaerts, Willem Dafoe…

 

Italia
L’Italia è in Concorso con 3 titoli: il remake di Suspiria firmato da Gianluca Guadagnino, con la spendida Tilda Swinton nelle vesti di tre diversi personaggi; il bianco e nero in tre parti di Roberto Minervini, What you Gonna Do When the World’s on Fire?, un’esplorazione del fenomeno del razzismo nella società americana, e Capri-Revolution di Mario Martone, che torna a Venezia a quattro anni da Il giovane favoloso con la storia di una comunità di artisti nordeuropei che negli anni ’10 del Novecento trovò in Capri il luogo ideale per sperimentare un modello di convivenza e di ricerca artistica all’insegna dell’assoluta libertà. Un sogno interrotto dalla Prima guerra mondiale.

Generi
Per un festival che si preannuncia ricco di cinema di genere, è attesissimo il western in sei episodi dei fratelli Coen, The Ballad of Buster Scruggs, con James Franco, Liam Neeson e Tom Waits. Anche l’altro western inserito nella line-up scardina – utilizzandoli però appieno – i codici tipici del genere. È The Sisters Brothers del francese Jacques Audiard, regista solitamente vicino alla Croisette. Di genere in genere: Freres Enemies di David Oelhoffen è un polar stile The Departed, con protagonista Matthias Schoenaerts, mentre Killing di Shinya Tsukamoto è un film di samurai, che si allontana però dalla tradizione in quanto il protagonista si scopre incapace di uccidere.

Storie di famiglia e la grande Storia
Come Audiard, anche il messicano Carlos Reygadas (Luz Silenciosa e Post Tenebras Lux) è un habitué di Cannes. Per Nuestro Tiempo, il suo ultimo film, girato nella fazenda di famiglia, Reygades si è deciso però per Venezia, convinto forse dai connazionali Alfonso Cuarón – che, a cinque anni da Gravity, torna al Lido con Roma, un film più personale in cui parla della propria adolescenza – e Guillermo del Toro, che dovrà giudicarli entrambi in qualità di presidente di Giuria.
Non hanno bisogno di essere convinti invece Olivier Assayas e Mike Leigh che al Festival di Venezia, e precisamente nella sezione della Settimana della Critica, esordirono ripettivamente nel 1986 (Désordre) e nel 1988 (High Hopes). Assayas concorre quest’anno con la commedia Doubles vies, una riflessione su come sono cambiate le vite di artisti e intellettuali nell’era digitale attraverso la storia intrecciata di due coppie. Leigh affronta con Peterloo un episodio drammatico e quasi totalmente rimosso della storia inglese, ovvero la violenta repressione avvenuta a Manchester nel 1816 da parte della cavalleria inglese ai danni di una folla di pacifici manifestanti.
Dalla Piazza al Palazzo, con un salto all’indietro di cento anni Yorghos Lanthimos (The Lobster) in The favourite ci racconta un altro capitolo della storia inglese, quello di Anna Stuart, ultima del suo casato prima dell’avvento degli Hannover, che nel 1702 riunì Inghilterra, Scozia e Irlanda sotto un’unica corona. Un bel cast tutto al femminile: Olivia Colman (già regina Elisabetta II nella serie Tv The Crown), Emma Stone e Rachel Weisz.

natalie-portman-vox-lux.jpgI drammi di ieri e di oggi
Altri due affreschi storici ci portano nella Germania del periodo che va dall’avvento della dittatura nazista fino agli anni ’60 con Werk ohne Autor, il nuovo film del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck (Le vite degli altri, The Tourist), e nella Budapest della vigilia della Prima guerra mondiale, descritta in Sunset di Lásló Nemes (Il figlio di Saul, Oscar per il Miglior film straniero nel 2016).
L’attualità irrompe invece nel Concorso di quest’anno con tutta la drammaticità dell’attentato di Oslo del 2011 ad opera del fanatico filo-nazista Anders Breivik (22 July di Paul Greengrass), o concedendosi uno sguardo sulla vita di un’aspirante popstar (Natalie Portman) nell’America dei giorni nostri (Vox Lux di Brady Corbet, vincitore del premio Orizzonti alla regia nel 2014 con The Childhood of a Leader). Le musiche originali sono di Sia.

Outsider e scommesse
La figura di Vincent van Gogh, interpretato da Willem Dafoe, è al centro di At Eternity’s Gate del camaleontico ed eccentrico artista e regista newyorkese Julian Schnabel (Lou Reed’s Berlin, Basquiat, Lo scafandro e la farfalla).
Totalmente fuori dagli schemi è anche The Mountain di Rick Alverson (potevamo del resto aspettarci qualcosa di normale dal regista di Entertainment?), in cui Jeff Goldblum interpreta un dottore esperto di lobotomie ispirato ad un personaggio realmente esistito. Infine, le due scommesse del direttore Alberto Barbera per il festival di quest’anno: The Nightingale di Jennifer Kent, regista australiana che si fece notare qualche anno fa con il pluripremiato Babadook, uno degli horror più apprezzati degli ultimi anni, e Acusada, seconda prova del giovane regista argentino Gonzalo Tebal

 

«75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica»

29 agosto-8 settembre - Lido di Venezia

www.labiennale.org

 

 

 

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