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Il Manuzio contemporaneo. In ricordo di Cesare De Michelis
di Redazione   

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Cesare De Michelis era un personaggio ruvido, un intellettuale di grande spessore, una delle ultime menti illuminate in questa città dove le idee latitano. Studioso raffinato e grande appassionato di cinema, aveva raccolto una sterminata biblioteca con più di centomila volumi. Titolare della cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, ha diretto le riviste Studi Novecenteschi e, con Massimo Cacciari, Angelus Novus. È stato anche consigliere della Fondazione Teatro La Fenice e Presidente del Comitato scientifico per l’edizione nazionale delle opere di Carlo Goldoni.

 

Nato a Dolo il 19 agosto 1943 e morto a Cortina, dove era in vacanza, il 10 agosto 2018. Appena laureato, nel 1965 era entrato nel Consiglio di amministrazione della Marsilio nata, come lui stesso aveva raccontato, «nel lontano 1961 da un gruppo di ragazzi usciti dall’università». Diventata Società per azioni, la casa editrice ha collaborato con numerosi distributori e nel 2000 era entrata a far parte del gruppo RCS. Ma quando quest’ultimo è stato ceduto alla Mondadori, Cesare De Michelis aveva riacquistato le quote storiche della sua casa editrice. E nel 2017 aveva ceduto una quota a Feltrinelli.

 

 

Per rendere omaggio a questa figura chiave della Venezia contemporanea abbiamo deciso di riproporre in maniera integrale l'intervista che ci rilasciò nel novembre 2015, una conversazione lunga, a volte difficile da gestire, un po’ come era De Michelis, profondo, sarcastico, un po’ scorbutico, ma sempre entro i toni della cortesia. Era il suo un modo originale per studiare chi aveva di fronte, stupirlo con espressioni di altissima raffinatezza intellettuale intercalate da qualche espressione forte e diretta. Un personaggio curioso verso tutto quanto accadeva nel mondo, che ha creduto fortemente nell'M9 di Mestre, di cui ora più che mai rimarrà Padre Spirituale. È il cerchio della vita, ma in questo tempo di pensatori assai deboli capaci solo di banalità populiste, De Michelis lascia un vuoto profondo. È stato il nostro Manuzio contemporaneo, in grado di unire cultura e potere attraverso buoni esercizi di pensiero, esercizio spericolato forse, ma dai brillanti e duraturi esiti se condotto con abilità da stratega.

 

L’appuntamento era stato fissato in Marsilio per un’intervista su M9, il nuovo progetto museale che Fondazione di Venezia sta realizzando nel centro di Mestre, sui contenuti dell’esposizione permanente, del cui Advisory Board Cesare De Michelis è Coordinatore. Ci siamo trovati di fronte ad un torrente in piena: un intellettuale che parla della sua idea di Novecento, una lectio magistralis di un Professore realista in maniera sconcertante, con tinte a volte nichiliste, ma governate sempre da una vitale dose di ironia. Quasi due ore di orazione appassionata, bellissima, un ragionamento impossibile da spezzare, un crescendo su una scaletta ideale fatta di Novecento, di contemporaneità, di Venezia, di cultura. Un uomo rigoroso, che riflette, anzi racconta, senza indottrinare, ma solo affascinando l’interlocutore. Se non lo si conoscesse come grande studioso e celebre editore, lo si potrebbe credere un aedo, capace di rendere lievi anche argomenti ostici, difficili da affrontare con questo spirito, come il cancro, la morte, le derive della nostra società. Un’intervista insolita, altissima, a volte estrema, mai accademica. Si può forse dissentire circa talune affermazioni, ma non si può disconoscere la pregnanza del suo pensiero.

 

Perché è importante oggi raccontare le storie del Novecento nel contesto di un museo?polymnia_venezia_-_alessandra_chemollo.jpg

M9 non è un museo, perché il museo è solitamente una raccolta. M9 è invece un’esperienza, un parco a tema storico, un qualcosa d’altro. Sperimenta un modello museale innovativo. Non c’è, né si tenderà a raccoglierne, una collezione di “opere”, tanto meno d’arte; veri protagonisti saranno documenti, foto, video e suoni. Materiali al servizio del visitatore, strumenti per seguire al meglio il racconto della Storia italiana del Novecento nello spazio di un territorio, che ha ben chiara la coscienza di essere parte di un Paese, di un Continente, di una Civiltà. Quindi, Venezia d’acqua e di terraferma, le Venezie, l’Italia, l’Europa, l’Occidente, in una sequenza che può essere letta anche al contrario, come uno zoom.

La premessa di qualsiasi racconto del Novecento è che del secolo - di questo secolo - non c’è una storia condivisa, neppure uno scheletro di storia, un sommario; al più resistono indiscutibili dei giudizi, dei “pre-giudizi”, che spesso hanno impedito di andare oltre le loro conseguenti, spesso arbitrarie, sentenze per vedere come siano andate davvero le cose. Bisogna proprio dirlo: il Novecento è un vero casino! Nessuno è riuscito a raccontarne davvero la storia; ci hanno provato molti valenti storici, compreso Eric Hobsbawm con Il Secolo breve, ma invano, poiché sia in prospettiva italiana, sia in prospettiva occidentale che in prospettiva globale, il Novecento ha due anime che si contraddicono in maniera radicale. Un’anima progressista, segnata da importanti scoperte quali ad esempio la penicillina, i robot, l’invenzione della luce elettrica, dell’aeroplano, del riscaldamento, del telefono, portando la vita dell’uomo quasi a raddoppiare la sua durata. Se mettessimo in fila tutte queste invenzioni e scoperte questa parte della nostra storia sarebbe assolutamente straordinaria ed emozionante; l’orgoglio del progresso è stata una forza, anche morale, che ha mosso le montagne, tuttavia esso ha comportato delle conseguenze non sempre positive. Questo è un Novecento. L’altro è il Novecento della più orrenda inciviltà che l’uomo abbia mai potuto concepire, di cui almeno due esempi si collocano al centro del secolo e di cui da più di cinquant’anni ci lecchiamo le ferite: la Shoah e la bomba atomica. Da un lato, dunque, il progresso positivo per favorire la vita dell’uomo, dall’altro la volontà di cancellare l'intera storia della civiltà occidentale. La Shoah non è nemmeno razzismo, è una perfetta sineddoche per uccidere l’umanità e la nozione stessa di uomo. È l’esatta traduzione politica del concetto di Übermensch, il superuomo od “oltreuomo”, il tentativo mostruoso di andare oltre l’umanità, di considerare insopportabile questa condizione, l’unica che ci spetta di diritto, quella di essere uomini. Non è solo il numero dei morti del genocidio a fare orrore, ma anche e in primo luogo il progetto intellettuale che sottendeva: uccidere l’origine culturale dell’identità umana. Coloro i quali fossero sopravvissuti si sarebbero vergognati di essere uomini. Ed è più o meno quello che è successo. Si mise in discussione il fondamento dell’umanità e i nostri avi non solo fecero finta di non accorgersene, ma continuarono in una sorta di negazionismo.

Che il secolo della civiltà, della salute, della ricchezza, del benessere, fosse il secolo in cui si voleva ridurre l’umanità alla condizione di bestia, rappresenta una contraddizione fortissima.

Anche la bomba atomica è la metonimia di un progetto mostruoso. Da quando l'uomo è nato, la guerra c'è sempre stata. La forza è uno degli elementi contro cui ci siamo battuti, tuttavia è un elemento insito nella condizione dell'uomo. Dalla baionetta alla bomba a mano si uccideva chi si trovava di fronte. Ma con la bomba atomica si è prodotto uno scarto epocale: non si uccide solo il presente, cioè il nemico, anche se è anonimo (donne, vecchi, bambini...), ma si uccide il futuro, i suoi figli, quelli che ancora non ci sono. Da un lato, quindi, si uccide il passato, l’origine dell’umanità, dall’altro si uccide il futuro. E cosa resta? Non c'è più nulla. Siamo davanti a un tutto e a un niente. Come si fa a costruire la storia di un manipolo di persone che volevano arrivare al niente e di un gruppo di persone che volevano arrivare al tutto e che spesso coincideva con i primi? La stessa persona poteva avere l’ansia di far sparire l’intera civiltà e la presunzione di renderci immortali. Una è complice dell’altra. Però alla fine si racconta o l’una o l’altra, o la storia della catastrofe o la storia delle “magnifiche sorti e progressive”.

 

È possibile affrontare questa narrazione sottraendosi alle tentazioni ideologiche?

Proprio per questo fare un museo del ’900 è complicato. Le storie del Novecento non possono che essere molte. Dopo un lungo e appassionato dibattito ho convinto i miei interlocutori a costruire la prima fase del progetto, tracciando le linee programmatiche dei contenuti con storici che da cinquant’anni studiano e vivono il Novecento, in particolare la sua seconda metà. Essi hanno iniziato a riflettere su questo periodo facendone emergere le contraddizioni. Era necessario trovare un equilibrio. Dopo una storia della civiltà che da Hegel in poi affermava che il fiume fosse metafora della storia, siamo ora “immersi” nello stagno; l’equilibrio è lo stagno stesso, l’entropia. Abbiamo detto tutto il male possibile dell’entropia, ma alla fine essa rappresenta forse la soluzione migliore. Se è vero, quindi, che siamo nello stagno, la cronologia non serve. Nonostante la storia sia sempre stata schematizzata in modo cronologico, in M9 abbiamo tenuto la cronologia come sezione trasversale che ci consenta di leggere tutte le altre sezioni tematiche, quasi una guida sottotraccia. Chissà, forse tra dieci anni rifaremo tutto, perché avremo finalmente capito come si racconta il Novecento! Difficile prevederlo ora... la storia ci insegna che nulla è per sempre.

Lo sforzo di mettere insieme percorsi tematici accanto ad un grande percorso cronologico mi sembra la strada più rapida, da un punto di vista concettuale e logico, per cercare di rendere evidente la complessità di ciò di cui stiamo parlando. Toccherà a ciascun visitatore scegliere come “attraversare” il secolo, costruendo il proprio percorso di visita a partire dai suggerimenti che il Museo offrirà, senza essere prescrittivo o costrittivo, in un innovativo modello ‘a rete’. Non chiediamo al visitatore di introiettare una lettura definitiva - noi che non siamo nemmeno in grado di metterci d’accordo sui diversi fatti del Novecento! -, anche perché con quale forza e con quale autorità un museo può essere latore di un messaggio così marcato?

Tutte le regole che si pensava funzionassero nel governo della società liberale sono esplose esattamente con il fascismo e il comunismo. Ma quando questi sono crollati, abbiamo scoperto che è il nostro mondo a non funzionare più. La mia teoria è che non stiamo vivendo una crisi, ma stiamo vivendo una metamorfosi, esattamente come la descrive Kafka nel suo racconto. Che cosa diventeremo: scarafaggi, robot? Questa metamorfosi inesorabile a cui non ci si può opporre ha cambiato le regole del gioco. Credo che dobbiamo porci questi problemi, perché quello di cui abbiamo bisogno oggi è un profeta, un redentore. Non vedo profeti o redentori all’orizzonte. Forse un giorno ne arriverà uno e noi lo seguiremo, come il pifferaio di Hamelin...

 

M9 si caratterizza, quindi, per la volontà di costruire un progetto corale. Quali i principi curatoriali seguiti?

Quello che stiamo cercando di fare è rifondare una cultura civile. Possiamo spiegare con M9 come penetrare questo groviglio, questo ingorgo di questioni che caratterizza il Novecento e come provare a dipanarle una ad una. Facendo ciò potremmo riuscire a comprendere in che direzione spingere la metamorfosi.

Questo è il pensiero che sottende M9, elaborato e condiviso da una decina di studiosi - Alberto Abruzzese, Irene Bignardi, Alessandra Carini, Simona Colarizi, Giuseppe De Rita, Antonio Foscari, Ernesto Galli della Loggia, Francesca Ghedini, Mario Infelise, Francesco Karrer, Chiara Saraceno e Giovanni Toniolo - che si sono incontrati per un anno a discutere, scrivere e gettare le basi della programmazione. Questo lavoro si è tradotto in 8 sezioni, a loro volta sviluppate da 8 curatori e altrettanti giovani ricercatori. Queste sezioni analizzano come è cambiata la demografia, come è cambiato lo Stato, come sono cambiati il lavoro, la produzione e i redditi, quindi l’economia, come è cambiata la ricerca, quindi la tecnologia, come sono cambiati il paesaggio, quindi la campagna, e la città, come sono cambiati la cultura, quindi l’educazione e l’informazione, come è cambiata la nostra identità.

 

porto_marghera.jpgMestre e Marghera sono in questo senso luoghi emblematici della “rivoluzione” del Novecento?

L’idea iniziale è quella di raccontare il ’900 in Italia, ma non può essere esclusivamente così, partendo dal fatto che siamo in Veneto. Per me il Nord Est non esiste: noi siamo a Sud Ovest, esattamente a Sud di Francoforte e a Ovest di Mosca, ovvero siamo a Ovest di Pechino, cioè il nostro futuro.

Veneto è un toponimo. Qui si è vissuta la prima rivoluzione industriale a Porto Marghera, l’immigrazione, il feudalesimo che dura fino ad oggi, con le città merlate ed i castelli - anche figurativamente non c’è regione più feudale del Veneto. Tuttavia questo territorio ha deciso ineluttabilmente di essere italiano, diventando progressivamente europeo, sovranazionale. La geografia politica appartiene alla dimensione del cambiamento. Anche Venezia, la città più conservatrice d’Europa, in 30 anni è cambiata. Il mondo cambia, cambiano la geografia e i pesi politici che i popoli hanno nello scenario mondiale. Il Museo del ’900 sarà un posto straordinario per capire cosa sia andato bene e cosa male nel nostro territorio.

 

Mestre e Marghera non rappresentano il brutto contrapposto al bello di Venezia, no. Il ’900 è stato un periodo significativo per la storia e la crescita di Mestre: 40.000 operai invece di emigrare in Argentina sono venuti a lavorare qui, grazie al progetto di industrializzazione di Porto Marghera compiuto da un visionario pazzo, Giuseppe Volpi, un genio che pensava di riprogettare il mondo come avevano sempre fatto i veneziani, che avevano cambiato il corso del fiume Po.

 

Quali specifici strumenti sapranno raccontare al pubblico la storia?

La vita, l’esperienza, le letture, gli oggetti comuni offrono delle occasioni, bisogna “premere” più a fondo la realtà per poterla penetrare. Bisogna rifuggire il dogmatismo, il pensiero unico, offrendo percorsi che possano contenere contraddizioni.

Riprogettare un sistema di valori, o di rotte, nel mondo è complicato. Vorremmo che il Museo fosse un’occasione per aiutare a capire che le mappe possono essere false, ma anche vere. Vorremmo offrire un’esperienza che permetta di comprendere meglio il mondo che ci circonda, che ponga interrogativi e spinga il visitatore a ritornare, seguendo magari un altro percorso. Questo è il mio sogno per M9.

Il punto vero è che non è un museo nel senso tradizionale e superato del termine, e non deve neppure provare ad esserlo; è un gioco, un’avventura, un labirinto, una cosa che non si può vedere compiutamente. Come in un’enciclopedia si passa da una voce a un’altra, con un percorso che segue le inclinazioni e la curiosità di ciascuno. Se fosse l’enciclopedia del ’900 sarebbe da vivere, da leggere, da toccare. Mi piacerebbe trovare delle forme di animazione per dare modo alle persone di portare tracce proprie, ma soprattutto mi piacerebbe che il museo fosse capace di inserire in una banca dati quello che ancora non c’è. Un organismo vivo, insomma, a cui la collettività possa partecipare: un esperimento per provare a capire chi davvero essa sia. Questo è il progetto culturale di un’esperienza diversa. La vita è una spirale, non una retta. L’uomo non dispone della marcia indietro. Per tornare al punto di partenza deve fare un giro. Se il giro è del mondo, ci vogliono almeno 80 giorni e forse 80 giorni sono una vita.

 

Il largo pubblico è pronto per questo tipo di riflessione sul ’900?

Che il pubblico, e in particolare la cittadinanza del nostro territorio, abbia bisogno di riflettere sulla propria storia e sul processo di formazione della propria identità comunitaria è poco ma sicuro; che sia pronto o meno a disporsi a ciò, questo è molto più complicato da affermare. Il bacino d’utenza c’è, a cominciare dalla scuola, a cui noi riserviamo particolare attenzione. Il territorio c’è, in questo territorio il Museo può contare su numeri significativi. Potrà avere successo come il MUSE di Trento o forse, invece, necessiterà di costruire il suo consenso nel tempo. Ci sono mille variabili in campo che potranno determinarne la riuscita; l’esigenza però è sentita e una scommessa di questo genere potrebbe contribuire a dare un’anima a Mestre, assai più di quanto potrebbe fare un tradizionale museo di quadri, per quanto belli. La logica fondamentale è che del Museo c’è bisogno. La scuola si interroga su questi temi, o dovrebbe farlo: spero che moltissimi insegnanti vengano ad organizzare una lezione, un progetto, un corso in M9 e che poi vi tornino con i loro allievi. Se questo diventerà il Museo della comunità, una sua utilità sarà assolutamente evidente. È comunque una scommessa vera! Non ho scelto io di fare M9, ma sono molto grato alla Fondazione di Venezia perché mi ha affidato una responsabilità abbastanza impegnativa e molto divertente, che mi ha offerto l’occasione di far fermentare alcune delle idee che avevo accumulato nella mia vita in un contesto pieno di speranze e di opportunità. Penso che la Fondazione di Venezia abbia intuito il piacere di un’avventura nella quale si possono scoprire e riscoprire nuovi percorsi. Un progetto complesso che abbraccia moltissimi, diversi elementi e fattori, prima fra tutti la rigenerazione urbana di Mestre. È una scommessa su Mestre che si innesta in un convergere di azioni positive che si sono e si stanno realizzando. Innescando nuove sinergie, Mestre potrà tornare a crescere e, di conseguenza, a rigenerare il proprio tessuto connettivo. Riprendersi l’orgoglio di chi eravamo è la vera sfida.