VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow CINEMA arrow Venezia75 | L'intervista ad Alberto Barbera. Equazione cinema
Venezia75 | L'intervista ad Alberto Barbera. Equazione cinema
di Massimo Bran, Mariachiara Marzari   

alberto_barbera.jpgDire che Alberto Barbera abbia segnato un’epoca dell’infinita storia della Mostra del Cinema è tutto fuorché un’esagerazione. Di sicuro la Mostra, pur nelle evidenti e normali differenze tra i due, prima con Marco Müller e poi con lui ha progressivamente costruito un percorso di recupero pieno della sua centralità nel cuore dell’industria cinematografica globale. All’inizio di questo millennio scommettere su ciò a molti pareva più di un azzardo. Oggi, almeno sul fronte della reputazione di questo grande evento culturale, si può davvero dire che il passo si è pienamente compiuto. In particolare negli ultimi anni la gestione Barbera ha saputo calibrare i suoi assi in maniera sapiente, tra film da Oscar, progetti seminali con vista sul futuro, apertura ai giovani, dialogo vivo con le nuove piattaforme tecnologiche. Questa edizione ha quasi, almeno programmaticamente, una sorta di aurea di suggello di una grande corsa giunta a un suo apice, dopo il quale ripartire per nuove vette. Abbiamo cercato di capire con il Direttore, quindi, che cosa questo suo decimo tassello ci riserverà sia in una prospettiva di percorso storico-temporale, sia per quel che strettamente saprà proporre in termini di emozioni, di segni nuovi, di geografie in movimento.

 

 

Venezia 75, Barbera 10. Una bella fetta di storia recente del più antico festival del mondo a firma sua. Cosa è cambiato in questo suo lungo percorso, sia personalmente che nel sistema-festival? Quali tra i vari progetti lanciati l’hanno più soddisfatto?

Quando sono arrivato a Venezia per la prima volta, nonostante avessi alle spalle 16 anni di Torino Film Festival, ero davvero inesperto. Davo l'impressione di essere piuttosto sicuro di me, ma in realtà dovevo inventarmi giorno per giorno una professionalità che in fin dei conti all'epoca nemmeno esisteva, o che comunque sia io di fatto non possedevo. Il periodo 1999-2001 ha per me rappresentato una fase di formazione autentica, con l'immancabile dose di errori dovuti anche al fatto che nessuno ti insegnava davvero questo mestiere: ecco allora che l'unico modo per imparare a farlo era commettere errori e ricavare utili insegnamenti dalle relative conseguenze.

Dopo tutti questi anni posso perlomeno dire di aver capito come funziona questo lavoro, anche se questa consapevolezza non mi mette di certo al riparo da errori. La piena sicurezza credo non si possa raggiungere mai e penso sia anche sacrosanto così, perché l'appiattimento lascerebbe spazio ad una pericolosissima pigrizia mentale. Il 2012, l'anno del ritorno, rappresenta per me uno snodo cruciale. Per certi versi sapevo già quello che sarei stato chiamato ad affrontare e potevo già capire di cosa Venezia avesse davvero bisogno per rilanciare la propria immagine. Parlando poi con Paolo Baratta ho potuto capire bene quanto tre aspetti per me irrinunciabili per un ritorno corrispondessero ad altrettante urgenze che la Biennale sentiva intimamente proprie: il massiccio piano di investimenti strutturali che interessavano le sale di proiezione e gli spazi per il pubblico e i professionisti; la volontà di creare uno spazio dedicato al mercato, con il progetto Venice Production Bridge che anno dopo anno si va consolidando; l'importanza di un progetto come Biennale College, “folle scommessa” i cui risultati sono andati oltre ogni più rosea aspettativa.

leone_facciata.jpgCredo che quell'anno abbia rappresentato una svolta decisiva sia per me che per Venezia. Oggi è opinione unanime registrare quanto la Mostra abbia riconquistato la posizione centrale che le spettava in ambito cinematografico, forse da fuori però è difficile capire quanto lavoro sia stato necessario per arrivare a questo risultato, ossia una comunione di intenti in cui ogni singolo meccanismo e settore sono stati capaci di fornire il proprio contributo lavorando in silenzio, a testa bassa, seguendo una strategia precisa in cui davvero niente è stato lasciato al caso. Anche la fortuna ci ha messo ovviamente un pizzico del proprio; senza buoni film anche tutta la buona volontà purtroppo non basta a raggiungere certi risultati. Ma questi buoni film siamo riusciti caparbiamente ad intercettarli e proporli al pubblico, cosa che in passato purtroppo non sempre Venezia è riuscita a fare in maniera così articolata.

In questi anni il contesto cinematografico mondiale è radicalmente cambiato, soprattutto perché è stato lo stesso mercato di settore a cambiare, con l'importanza ossessiva che oggi come oggi viene data agli Oscar e, conseguentemente, ai grandi film che vengono realizzati in funzione dell'uscita autunnale proprio per puntare alla tanto agognata statuetta. Venezia in tal senso si trova temporalmente in una situazione del tutto privilegiata. I film che un tempo bypassavano l'appuntamento del Lido per andare a fare promozione direttamente a Toronto a metà settembre si rendono conto ora di quanto sia invece importante sfruttare le potenzialità veneziane. Oggi un film con certe ambizioni non vuole mancare questa rassegna per nulla al mondo, anzi, desidera prioritariamente puntare deciso su questa storica, rivitalizzata platea internazionale per lanciarsi a livello mondiale. Proprio assieme a Toronto e Telluride, Venezia fa parte di una 'tripletta mediatica' che permette ad un film di fare davvero il botto a livello di immagine e promozione in un periodo dell’anno strategico.

Da parte nostra ci sono state poi intuizioni felici nella scelta dei film di apertura, vedi Gravity e Birdman ad esempio, pellicole in cui pochi credevano e che tanti consideravano più adatti ad una proiezione Fuori Concorso in tarda serata che non ad eventi di apertura della Mostra e che assieme sono andate in doppia cifra in quanto a statuette. La combinazione di tutti questi elementi ha trasformato Venezia in un interlocutore affidabile e credibile, per molti versi imprescindibile quando si vuole promuovere un film su scala mondiale.

 

Se dovesse scegliere una ragione, un tratto specifico, un determinato approccio mentale che assieme agli altri hanno caratterizzato il lungo lavoro della sua direzione, quale indicherebbe come chiave di volta per il rilancio oggettivo che la Mostra ha saputo produrre in questi ultimi anni?

Di sicuro la capacità di non rimanere ancorata alla visione che di un Festival si poteva avere nel secolo scorso.

Da vent'anni il cinema viene considerato morto, eppure siamo ancora qui. Dirò di più: non solo siamo qui, ma attraversiamo una fase di eccitazione incredibile, in cui non è più il cinema d'autore degli anni '60-'70 a tracciare linee guida da cui non potersi discostare più di tanto.

Ancora non si capisce a cosa possa davvero corrispondere il cinema di oggi e proprio questa difficoltà di definizione ci regala la possibilità di vivere in pieno una trasformazione di cui possiamo essere testimoni attivi, parte integrante. Questo è un aspetto davvero interessante, che possiamo riscontrare anche, per esempio, nella convergenza di cinema e serie televisive: è un caso che circa la metà dei film in Concorso quest'anno durino tra le due ore e mezza e le tre ore? Forse, ma interrogandoci sul perché di tale 'coincidenza' possiamo accorgerci di quanto e come possa evolversi, in questi tempi di rutilanti trasformazioni, l'intreccio narrativo di questi film, che hanno bisogno per l’appunto di più tempo per sviluppare la propria trama, esattamente come serve più tempo al pubblico per comprenderla e apprezzarla in tutte le sue pieghe. Oggi i registi hanno capito che il pubblico non si spaventa più di fronte a film che durano più dei canonici 90 minuti e giustamente decidono di prendersi delle libertà maggiori.

Altro aspetto che non si può fare a meno di considerare è la moltiplicazione delle piattaforme di fruizione, con ovvio riferimento al fenomeno Netflix. Piuttosto che andare allo scontro frontale, vietando ai film di Netflix di partecipare ad un Festival perché non programmati nel circuito delle sale cinematografiche, penso ci si debba chiedere come mai sempre più registi decidano di farsi produrre pellicole proprio da Netflix. Possiamo guardare con favore o diffidenza alla comparsa di tutti questi diversi players, da Amazon a Netflix stesso, ma non possiamo di certo ignorare il nuovo vento che soffia sul fronte produttivo e distributivo. Anche la grande attenzione che abbiamo deciso di dedicare alla realtà virtuale, quando ancora nessuno aveva pensato di dedicare un intero concorso a questa particolare tecnica, credo sia testimonianza di quanto Venezia voglia tenere le antenne ben dritte e gli occhi bene aperti sulle nuove tecnologie. Ci abbiamo creduto, ci abbiamo scommesso e, anche se magari tra qualche anno la realtà virtuale sarà la norma e avrà perso tutto il fascino delle potenzialità inesplorate che esercita oggi, comunque avremo avuto il merito di muoverci per primi in questa direzione e questo sicuramente non potrà che accrescere la nostra reputazione.

Credo, insomma, che un Festival che non riesce a guardare avanti, cercando di esplorare e di comprendere le nuove strade che il cinema sta prendendo, sia destinato inevitabilmente e progressivamente a cedere il passo.

 

venice_production_bridge_jacopo_salvi_fpro.it_.jpgIl Festival più antico al mondo è diventato per certi aspetti il più giovane, proprio per la forte sensibilità mostrata verso progetti e tecniche germinali destinate a sviluppare nei prossimi anni quelle potenzialità che tracceranno le nuove strade del cinema. Esiste in questo momento, accanto a quelli oramai felicemente avviati, un progetto che sente di non essere riuscito ancora a sviluppare come avrebbe desiderato?

I sogni che coltivavamo nel 2012 erano talmente ambiziosi che avevamo necessariamente bisogno di tempo per poterli vedere realizzati. Questo non vuol dire che non siano migliorabili anno dopo anno, recependo le segnalazioni che ci possono arrivare dal pubblico o dagli addetti ai lavori. Il Venice Production Bridge, per esempio, oggi funziona molto bene perché è stato interessato da costanti messe a punto progressive, da tantissimo lavoro di squadra in cui ogni componente ha lavorato al massimo delle proprie capacità.

Tutte le attività che si sono aggiunte alle iniziative già esistenti non sono di certo nate per caso, ma sono frutto di un lavoro che ormai va avanti per tutto l'anno a ciclo continuo, che vede nel Festival la messa in pratica più visibile ed eclatante di questo articolato sforzo.

In questo momento non sento di avere in mente un progetto che non abbia già trovato concretizzazione, no. Sono molto soddisfatto di poter propagare i nostri sforzi in più direzioni senza che la nostra azione perda forza ed efficacia, questo grazie anche ad una curiosità che per fortuna ci accompagna sempre e ci regala nuovi stimoli, nuovi traguardi da raggiungere.

I problemi anche da noi purtroppo non mancano e riguardano in particolare l'aspetto dell'ospitalità: trovare camere nel periodo della Mostra in città diventa sempre più complicato data la massiccia presenza di turisti e al Lido la situazione non migliora di certo, anzi. Fino a quando il Des Bains, che pur sembra uscire finalmente dal suo lungo letargo, non aprirà a pieno regime saremo destinati inevitabilmente a soffrire sotto questo punto di vista. Questa crescente criticità è ovviamente diretta conseguenza di un interesse che per fortuna si sta dimostrando sempre maggiore nei confronti della Mostra: quando sono arrivato, nel 2012, si vendevano circa 35mila biglietti; l'anno scorso ne abbiamo staccati 75mila e le stime di quest'anno autorizzano ragionevolmente a sperare in un ulteriore incremento.

 

«Quando si tratta di fare una nuova campagna per lanciare un film verso gli Oscar, c’è un nome che i pubblicitari di Hollywood devono ora avere come primo nella rubrica: Alberto Barbera». [The Hollywood Reporter, 25/07/2018]. Questa citazione “hollywoodiana” dice bene e tutto circa gli straordinari risultati che i film da voi selezionati hanno ottenuto negli ultimi anni all’Accademy. Tra Oscar e Golden Globes ormai si è perso il conto… Grazie a ciò è davvero radicalmente mutato l’approccio degli Studios nei vostri confronti? E quanto questa 'reputazione' incide oggi nelle vostre scelte programmatiche?

Sì, l’atteggiamento dei maggiori Studios americani è radicalmente cambiato negli ultimi anni nei nostri confronti. Fino a qualche anno fa ci ricevevano per un puro atto formale di cortesia, declinando poi puntualmente gli inviti a partecipare ai nostri Festival, a volte in maniera esplicita, altre volte in forma più velata e diplomatica. Oggi non vedono l'ora di confrontarsi con noi, siamo diventati interlocutori credibili e affidabili: ci fanno vedere tutti i loro prodotti e assieme si discute della loro eventuale collocazione. Ci possiamo anche permettere di rifiutare alcuni titoli senza creare imbarazzi o malumori; direi che il rapporto è cambiato in maniera nettamente percepibile. Riguardo alla seconda parte della domanda, non credo che il riscontro incontrato da pellicole come Gravity o Birdman abbia in qualche modo influenzato le nostre scelte in questi anni. Ovviamente la presenza di film statunitensi in Concorso è forte, ma si tratta spesso di pellicole prodotte da realtà indipendenti più che dai grandi Studios, autori poco conosciuti su cui decidiamo di scommettere perché convinti di ritrovarli nel giro di pochi anni sotto le luci della ribalta.

Questo è un anno molto particolare per la Mostra del Cinema, con qualità e quantità che vanno a braccetto e grandi nomi che mettono in campo tutte le armi a loro disposizione. Esiste però una parte del Festival che decide di puntare forte sulle nuove leve della scena cinematografica. Solo nella sezione Orizzonti incontriamo ben 8 opere prime, senza considerare l’orizzonte geografico sempre più esteso del nostro programma, in cui troveranno spazio molte cinematografie nazionali considerate marginali, come quella indonesiana o siriana.

I grandi nomi e il grosso riscontro mediatico che ci siamo guadagnati ultimamente con le nostre scelte non mette di certo in discussione l'immancabile azione di scouting di cui sempre deve nutrirsi la nostra curiosità. Il nostro lavoro di ricerca dovrà costantemente mantenersi aperto al nuovo, non certo rimanere fermo lì a specchiarsi esclusivamente nel glamour hollywoodiano.

 

Quanto incide l’attenzione al pubblico nella scelta dei tanti film di genere presenti quest'anno in Mostra?

Non è tanto il pubblico, il suo aumento o la sua diminuzione, a dover fare da riferimento, quanto piuttosto l'osservazione di una tendenza. Oggi il cinema che soffre maggiormente in termini di riscontro è quello d'autore, che aveva animato i cinema d'essai dagli anni '80 ai primi anni del 2000, seguiti da un pubblico affezionato di cinefili che continuava quasi ostinatamente a frequentare quelle sale. Questa filiera è andata in crisi, i cinema d'essai vedono drasticamente diminuire il proprio pubblico e sono spesso costretti a chiudere, condannati da costi di gestione che diventano insostenibili. Di conseguenza, diventa sempre più difficile per un autore trovare i soldi per produrre un film e immetterlo nel circuito di distribuzione. Cosa succede, a questo punto? Possono entrare in ballo i nuovi players, che proprio agli autori si rivolgono offrendo loro delle possibilità del tutto inedite. In primo luogo una grande libertà produttiva: se il progetto di un autore viene approvato, soggetti come Netflix e Amazon concedono i finanziamenti senza interferire minimamente nel processo realizzativo, rifacendosi vivi solo a lavoro ultimato, che 'prendono in consegna' per inserirlo poi nel proprio circuito di distribuzione. Non esiste al momento un produttore in grado di garantire questa stessa libertà espressiva. Da un lato, quindi, un autore può dedicarsi senza assilli di mercato ad un progetto in cui crede, dall'altro può decidere di rapportarsi con il pubblico utilizzando codici condivisi, che sono appunto i codici di genere, che ovviamente soggetti come i fratelli Coen o Audiard si possono permettere di stravolgere rendendo queste pellicole autentici film d'autore in cui ogni inquadratura è perfettamente riconoscibile, pur contenuta nella cornice del genere che di volta in volta si decide di adottare. Autori di questo calibro rivitalizzano dei generi classici irrompendo nell’attualità, nella contemporaneità. Il genere viene quindi utilizzato per trasmettere un sottotesto che parla del presente, attraverso la cifra stilistica di autori contemporanei.

 

Nelle diverse sezioni è ben evidente la presenza massiccia di documentari e film dalla forte traccia storico-politica: si tratta di una particolare vostra disposizione a selezionare in questo dato momento storico opere con questa precisa impronta, oppure è il cinema di oggi che vive un’urgenza diffusa nel cimentarsi su questi temi?

isis_tomorrow.jpgAbbiamo ricevuto di sicuro molti documentari che ci hanno colpito parecchio, lavori veramente molto forti, su temi di grandissima attualità. Penso ad American Dharma, il film di Erroll Morris in cui viene intervistato Steve Bannon, ex capo-stratega della Casa Bianca, il cui rapporto con Trump si è chiuso in maniera burrascosa; o al lavoro dei due reporter italiani Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, Isis, Tomorrow. The Lost Souls Of Mosul, sui bambini coinvolti dall'Isis nella guerra in Siria.

Ovviamente, rispetto al cinema di finzione il documentario presenta una sensibilità ancora maggiore rispetto al tema di attualità che decide di affrontare.

Ci sono diversi film storici, poi, come Un peuple et son roi dedicato al periodo della Rivoluzione francese che va dalla presa della Bastiglia alla decapitazione di Luigi XIV, capace di essere sintesi efficace di grande precisione storica e allo stesso tempo critica al presente, riflettendo sulla fragilità dei complessi valori che formano l’ossatura della democrazia e sul fenomeno del totalitarismo.

Peterloo di Mike Leigh si concentra invece su una sanguinosa pagina della storia inglese che vide la carneficina di un alto numero di manifestanti a Manchester nell'agosto del 1819.

Credo che questa attenzione verso la storia e verso il rapporto simbiotico con il presente rappresenti una costante delle ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia, dettata non tanto da una scelta precisa, quanto dalla volontà di intercettare emergenze espressive che si fanno sempre più evidenti, assolutamente impossibili da ignorare.

 

Il cinema italiano in Concorso sembra sposare in pieno una tendenza globalmente diffusa a cimentarsi sul cinema di genere.

I film italiani di quest'anno confermano, assieme a quelli dell'edizione passata, quanto e come il cinema del nostro Paese stia profondamente cambiando. Si sperimentano finalmente cose nuove, si investe su nuovi talenti che per fortuna non mancano e questo impegno, questa tensione trascendono poi gli stretti risultati espressivi, che possono di volta in volta essere più o meno soddisfacenti, dimostrando una nuova disposizione a rischiare, a non accontentarsi di comodi codici. What you gonna do when the world’s on fire? di Roberto Minervini, ad esempio, conferma la peculiare cifra di un autore che porta avanti una propria linea espressiva con coerenza, attraverso film di denuncia, in questo caso del fenomeno razzista in Texas, ma più diffusamente concentrando la propria attenzione su quell'America per certi aspetti minore, marginale. Con Capri-Revolution Martone prosegue nel proprio lavoro di rilettura del passato con il terzo capitolo di una trilogia, iniziata con Noi credevamo e poi proseguita con Il Giovane Favoloso, per capire cosa ci ha fatto diventare quello che siamo oggi. Luca Guadagnino con Suspiria si cimenta invece in un 'apparente' remake, che ispirandosi ovviamente alla pellicola di Dario Argento riesce a raggiungere tuttavia esiti del tutto personali e immediatamente riconoscibili, confermando Luca come uno dei grandi autori contemporanei capaci di esprimersi con efficacia e con un tratto identitario forte, originale, con un linguaggio universale adatto al pubblico internazionale.

 

Spostandoci nella sezione Orizzonti, la presenza italiana diventa se possibile ancora più significativa, con Sulla mia pelle che si preannuncia tra gli appuntamenti di apertura più attesi degli ultimi anni.

sulla_mia_pelle_borghi.pngSi tratta di un film ovviamente molto forte, per motivi che se possibile vanno addirittura oltre la vicenda di Stefano Cucchi e la sua attualità più immediata. È forte perché traspare dalla pellicola una spiccata personalità registica e un approccio estremamente rigoroso all'argomento trattato. Un film che riesce a trovare un suo preciso equilibrio rimanendo sempre nei giusti toni, senza cedere alla tentazione di cadere nella denuncia più 'facile' o affidarsi agli schematismi che spesso caratterizzano i film di questo tipo. A questo si aggiunge un Alessandro Borghi semplicemente strepitoso, che possiamo tranquillamente accostare al Robert De Niro degli esordi per la straordinaria capacità di mutare fisicamente e 'diventare il personaggio', sopportando sulle proprie spalle tutto il peso che una scelta del genere comporta. Quando abbiamo realizzato che per vari motivi non saremmo riusciti ad inserirlo in Concorso, la produzione ci ha fatto capire che avrebbe volentieri collocato la pellicola nel contesto di un evento speciale Fuori Concorso. Abbiamo dovuto lavorare un po' per convincerli invece a fare un'operazione simile a quella portata avanti l'anno scorso con Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. In quella occasione, il possibile dispiacere per non essere stati inseriti in Concorso ha lasciato presto spazio al grandissimo successo ottenuto dalla pellicola, che è arrivata a vincere proprio la sezione Orizzonti in cui era stata inserita in qualità di film d’apertura della sezione, raccogliendo poi consensi in tutto il mondo, facendo una vera incetta di riconoscimenti. Perché non fare un'operazione analoga allora per Sulla mia pelle? Metterlo Fuori Concorso non sarebbe stato di certo un ripiego, ma collocarlo in apertura di Orizzonti, in contemporanea con l'apertura del Concorso, può regalare al film di sicuro la ribalta che merita e l'attenzione che meglio gli si addice, facendolo vivere dentro al Festival fino alla fine, come succede quasi sempre per i film che concorrono in qualche sezione del festival.

Credo che il lavoro di programmazione sia anche e soprattutto questo, saper cioè collocare un film per fare in modo che possa rendere al massimo delle proprie possibilità. Ovviamente non sempre si riesce ad avere il programma a cui idealmente si pensava, per impedimenti come l'indisponibilità dell'attore in un preciso momento o per altre ragioni simili, ma quando si riescono a coniugare le diverse necessità senza cedere a troppi compromessi il risultato è spesso soddisfacente, sia per noi che per le produzioni coinvolte, convinte alla fine della bontà della scelta.

 

Orizzonti sembra configurarsi sempre di più come una collezione di istantanee sul presente. Quali oggi i tratti distintivi di questa sezione?

shinya_tsukamoto_zan.jpgQuesta sezione è fondamentale perché permette di mettere concretamente a frutto il lavoro di scouting che portiamo avanti per tutto l'anno. Rappresenta l’espressione più tangibile della curiosità che informa la logica di selezione di questo Festival.

Andiamo a scandagliare geografie a volte remote alla ricerca di autori quasi sconosciuti, o a volte celebri solo nei contesti da cui provengono, senza superarne i confini regionali o nazionali. Penso per esempio a Garin Nugroho, qui in Italia praticamente sconosciuto, ma che possiamo considerare il maggiore autore indonesiano vivente.

Valorizzare i talenti emergenti e allo stesso tempo mettere in vetrina autori già affermati per renderli visibili oltre la nicchia in cui spesso si trovano relegati: questo fa Orizzonti e questa credo sia stata storicamente la vocazione primaria di Venezia, con autori che in alcuni casi si sono trasformati in registi di successo o addirittura di culto. Shin'ya Tsukamoto, che troviamo quest'anno in Concorso con Zan (Omicidio), ha iniziato il proprio percorso a Venezia proprio in Orizzonti.

Si tratta, tra l'altro, di una sezione che riesce a proteggere gli autori esordienti, a cui non sempre si rende un buon servizio inserendoli nel Concorso ufficiale, dove, per quanto talentuosi possano essere, corrono il forte rischio di finire schiacciati dalla personalità di nomi mediaticamente più esperti e pronti, con la concreta possibilità di bruciarsi. Ovviamente in ogni edizione qualche scommessa la facciamo anche in Concorso: quest'anno può essere il caso di Acusada di Gonzalo Tobal, un'opera seconda, o di The Nightingale di Jennifer Kent, regista che ha diretto il thriller di successo Babadook, che mi auguro potranno replicare la fortuna riscontrata l'anno scorso da L'insulto di Ziad Doueiri.

 

Tra le mille geografie presenti in Mostra, spicca un grande assente: l’Africa. Quali le ragioni?

È vero, l’Africa manca. La ragione è che oggi il suo cinema fatica molto a presentare progetti e prodotti adatti a un grande festival. Speriamo che presto le cose cambino anche su quel fronte del mondo, un mondo che come nessun altro avrebbe bisogno di una voce, di immagini che restituissero la grande trasformazione in atto in quel continente che coinvolge tutti noi sempre di più, come sappiamo. Grazie al progetto Final Cut in Venice abbiamo però permesso negli anni ad alcuni film nordafricani di camminare sulle proprie gambe partecipando a importanti Festival, come a Berlino lo scorso anno, quando Félicité del franco-senegalese Alain Gomis venne inserito in concorso. Ciò detto sul grande continente nero, possiamo però dire di aver portato a Venezia praticamente tutto il resto del mondo: la presenza del Sudamerica è molto forte, per quantità e qualità, lo stesso possiamo dire per quanto riguarda l'Asia, che sta tornando alla ribalta più forte che mai.

 

vr.jpgBiennale College ormai è un progetto consolidato, una vera grande vetrina per i giovani alle prese con le loro prime realizzazioni. Dopo anni di semina cosa sente davvero di aver raccolto?

È senza alcun dubbio uno dei progetti di cui siamo più orgogliosi tra i tanti avviati in questi anni. Come già prima detto, si trattava di una vera scommessa. Anche “solo” dare l’occasione a giovanissimi, aspiranti cineasti di portare a termine produttivamente un qualche loro progetto con una qualità decente sarebbe stato un risultato per noi già di per sé più che soddisfacente. Non può quindi che riempirci di orgoglio pensare che siamo riusciti in questi anni a produrre ben 19 film attraverso questa scommessa, la maggior parte dei quali sono riusciti a guadagnarsi il proprio spazio con successo commerciale e di critica, permettendo ad autori esordienti di dare avvio a una vera e propria carriera, come nei casi di Duccio Chiarini, presente quest'anno al Festival di Locarno, di Alessandro Aronadio, autore di Orecchie arrivato alla sua seconda opera, o di Tim Sutton con Memphis, selezionato nella prima edizione di Biennale College Cinema nel 2012-2013 e ora impegnato nella realizzazione del suo quarto film.

 

Venice Virtual Reality. Quali le novità rispetto alla scorsa edizione?

La novità principale è l'estensione della durata, che coprirà appunto tutto il Festival, nonché la sua apertura al pubblico, e non più, quindi, solo agli accreditati, dal 4 all'8 settembre attraverso un meccanismo di registrazione e prenotazione, dopo i primi giorni riservati esclusivamente ai professionisti.

Abbiamo poi constatato un innalzamento davvero significativo della qualità dei prodotti, segno che gli investimenti in questo ambito continuano in maniera ragionata e competente. È un’altra nostra grande scommessa su cui abbiamo puntato molto. Vedremo già da quest’anno se la cosa si consoliderà come speriamo e crediamo.

 

Venezia ha sempre riservato una grande attenzione alla storia. La sezione Classici negli ultimi anni, anche grazie al forte e crescente impegno di moltissime Cineteche del mondo nel restauro di vecchie pellicole ora pure distribuite per il pubblico nelle sale, è ormai uno dei percorsi imprescindibili della Mostra per cinefili e non. A cui si aggiunge quest’anno l’attesissima esposizione di foto e video storici dell’archivio Asac al Des Bains, che riapre eccezionalmente per questa mostra in una sua area circoscritta e dedicata. Ci introduca un po’ in questo viaggio magico alle radici della settima arte.

Per questa sezione, Venezia Classici, riceviamo ogni anno un numero impressionante di lavori e un riscontro sempre maggiore, che ci rende ancora più convinti di quanto sia necessario guardarsi indietro per potersi proiettare al meglio in avanti. Chi fa cinema non può e non deve dimenticarsi del passato; dobbiamo far capire al pubblico più giovane quanto sia difficile inventare cinema senza conoscere quello che è stato fatto prima di noi.

Oggi il cinema è più accessibile di quanto non lo sia mai stato prima. Per vedere un classico non è più necessario aspettare pazientemente che la sala del paese riesca a recuperare una delle rare copie esistenti di questo o quel vecchio film; il più delle volte ne possiamo reperire una copia digitalizzata con pochi click, comodamente seduti nel salotto di casa. Questa moltiplicazione delle hotel_des_bains_rahela_e_kreso.jpgpiattaforme fa sì che tutti i soggetti in possesso di film del passato cerchino di impegnarsi nel loro restauro, rimettendoli poi in circolazione. Ecco che per noi acquista un'importanza fondamentale poter offrire al pubblico le migliori condizioni di fruibilità possibili: sale accoglienti, immagini restaurate in 4K e proiettate al massimo della professionalità in grandi schermi ad altissima definizione. Vedere a stretto contatto film vecchi e nuovi ci può far capire ancora meglio quale legame indissolubile vi sia tra produzioni appartenenti ad altre età.

L'esposizione al Des Bains arriva al momento giusto, cioè alla 75esima edizione e dopo esserci resi conto di quanto mancasse una storia complessiva della Mostra, approfondita spesso solo in alcuni aspetti o in riferimento a periodi storici piuttosto circoscritti. Da quel che mi risulta non esiste ancora una vera, complessiva, dettagliata storia di questo festival unico, che ha preceduto tutti gli altri, come è noto. In attesa che la lacuna si colmi prima o poi, abbiamo deciso che era giunto davvero il momento di allestire un’esposizione sulla nostra lunghissima avventura in uno storico spazio di accoglienza, nonché leggendario set cinematografico, quale è stato, e speriamo ritorni ad esserlo presto come pare, il Des Bains attingendo all’infinito, e ancora non molto utilizzato per progetti di questo tipo, archivio interno dell’Asac. Si tratta di una mostra di straordinaria suggestione e di grande carica emotiva, con ben 600 foto selezionate in una collezione enorme, accompagnate da clip di film che fanno dell’esposizione una vera immersione multimediale nella storia del cinema, non solo nella storia della Mostra del Cinema. Per l’occasione abbiamo commissionato a Peter Cowie il libro Happy 75°. Breve introduzione alla storia della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, che ha il pregio di raccontare a grandi linee tutte le trasformazioni vissute dalla rassegna con grande agilità e scorrevolezza, come si addice a un volume introduttivo a una così importante ed attesa esposizione.

 

Rimanendo fascinosamente aderenti alla storia, straordinaria è l’attesa per il film “recuperato” di Orson Welles. Cosa dobbiamo aspettarci?

the_other_side_of_the_wind.jpgQuando si è diffusa la notizia del recupero da parte di Frank Marshall di tutti i negativi originali di The other side of the wind e della sua volontà di restaurarlo, con postproduzione della pellicola finanziata da Netflix, abbiamo intensificato ancora di più i contatti con Marshall stesso, a cui stavamo dietro già da quattro anni circa. La cosa sembrava però per noi essere tramontata dal momento che l’intenzione alla fine sarebbe stata quella di presentare l’attesissimo film a Cannes quest’anno. Poi, per le note vicende, la cosa è saltata e quindi abbiamo ripreso la palla al balzo facendoci trovare pronti. Presentiamo ora questo film 'ricostruito', termine che è davvero il caso di usare se pensiamo che esistevano circa 100 ore di girato in ogni formato (35, 16 e 8 millimetri…). Offriamo poi contestualmente al pubblico il documentario di Morgan Neville They’ll Love Me When I’m Dead, che ricostruisce tutte le difficoltà che Welles incontrò nella realizzazione di un film che davvero sembrava non volesse vedere mai la luce, tormentato da una serie infinita di disgrazie produttive.

Inutile dire che sarà uno degli eventi più attesi della Mostra e non solo per i cinefili più incalliti.

 

David Cronenberg e Vanessa Redgrave: due veri Leoni di purissima razza. Come sono nate queste due scelte?

Cronenberg è uno dei miei autori di culto, da sempre. Negli anni scorsi ho cercato più volte di portarlo a Venezia come Presidente di Giuria, ma per vari motivi la cosa non si è mai concretizzata e quest'anno ho deciso allora di omaggiarlo nel miglior modo possibile, onorando la sua fantastica carriera di grande autore contemporaneo. David Cronenberg non è 'solo' il maggior regista canadese degli ultimi quarant'anni, ma un autore che a livelli altissimi e personali è riuscito a riflettere in maniera radicale e sconvolgente sulle trasformazioni che la tecnologia ha indotto non solo sulla nostra vita, ma sugli organismi viventi in maniera tangibile e concreta. Questo premio è un riconoscimento alla visione personale e radicale di uno dei più grandi autori che il cinema contemporaneo ha espresso.

Vanessa Redgrave è... Vanessa Redgrave! Si tratta semplicemente di una delle più grandi e versatili attrici viventi, con una carriera stratosferica che ha ben presto superato i confini della scena inglese per consacrarsi a livello internazionale, dal cinema più indipendente e autoriale alla grande produzione, passando per la ribalta televisiva e teatrale di livello più alto. Personalità caratterizzata da una passione che l'ha vista e la vede impegnata sul fronte umanitario, componente fondamentale del suo bagaglio professionale.

 guillelmo_del_toro.jpg

Da Leone d’Oro a “giudice supremo” per i Leoni di quest’anno. Del Toro Presidente della Giuria. Come, quando e perché è nata questa investitura?

Avevamo cercato già anni fa di fargli fare il Presidente di Giuria, lottando contro lo schieramento di chi non lo riteneva adatto ad un ruolo di questo tipo a causa della natura fantastica e fiabesca del suo cinema. Era sempre andata male perché continuamente impegnato nel suo lavoro, nei suoi film. In realtà l'accordo per ricoprire questo ruolo lo avevamo raggiunto già l'anno scorso proprio durante la Mostra, registrando il suo consenso immediato ed entusiasta. Lo scorso anno, saputo da lui stesso che si sarebbe fermato un anno per prendersi cura della sua salute fisica, in sostanza per riposare e cercare di dimagrire, non ho esitato un attimo a riproporglielo, sapendo che, libero da altri impegni, avrebbe sicuramente da vero cinefilo, ma anche da vero uomo di relazioni e di buona compagnia, apprezzato vivere una full immersion cinematografica quale la Mostra è in un ruolo di questo tipo. Così fortunatamente è stato. Abbiamo poi deciso di renderlo noto prima della cerimonia degli Oscar proprio per evitare che la sua designazione sembrasse una mera conseguenza diretta del successo di The Shape of Water. Considero Guillermo una persona perfetta per questo ruolo: regista competente e attento ad ogni forma possibile di cinema, voglioso di imparare e di mettersi fortemente in discussione, allergico ad ogni forma di preconcetto, cinefilo onnivoro.

 

La staffetta Alessandro Borghi-Michele Riondino: una conferma al maschile in un ruolo tradizionalmente femminile. Cosa ci dice questo atto secondo e perché la scelta dell’attore pugliese?

Non volevamo che la scelta di Borghi l'anno scorso rappresentasse un'iniziativa isolata e accidentale, portata avanti per fare notizia e basta. Siamo convinti che momenti tanto importanti per un festival internazionale quali le cerimonie di apertura e di chiusura possano essere ottimamente gestiti da entrambi i sessi, uscendo da quell’idea eterna e ormai consunta di meri contenitori precostituiti in cui relegare attrici o modelle. Borghi è un attore che negli ultimi anni si è assolutamente contraddistinto per la grande originalità e per l'assoluta serietà della propria impronta interpretativa, scelta che l'anno scorso ha tra l'altro trovato il favore del pubblico e degli addetti ai lavori. Riondino ha solo qualche anno più di Borghi e ha portato avanti una propria precisa idea di cinema, di certo poco mainstream, nonostante l'impegno televisivo ne Il giovane Montalbano che lo ha fatto ulteriormente conoscere al grande pubblico. Vederlo impegnato in un'occasione come quella della Mostra del Cinema anche nella veste di presentatore competente dell’apertura e della chiusura con i premi è per me la conferma migliore di una delle tendenze del cinema di oggi, ossia la necessità di presentare ed omaggiare gli interpreti della ribalta del grande cinema attraverso persone che a quest’arte danno del tu in maniera raffinata, coerente e originale, evitando finalmente di rassegnarsi alle più scontate, incongrue formule meramente televisive.

 

 

«75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica»

29 agosto-8 settembre

Palazzo del Cinema Lido di Venezia

www.labiennale.org