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Venezia75 | Intervista a Alessio Cremonini, regista di "Sulla mia pelle"
Written by Marisa Santin   

alessio_cremonini.jpgSembra che alcune cose possano capitare solo agli altri e, a meno che non le viviamo sulla nostra pelle, non riusciamo quasi a vederle. La storia di Stefano Cucchi la conosciamo, ma riviverla attraverso il cinema è un’opportunità per tutti noi, per provare almeno a capire un po’ di più – del tutto è impossibile – cosa possa aver significato stare nella pelle di Stefano Cucchi dal momento del suo arresto. Sette giorni possono durare un lampo, meno di un Festival, oppure non finire mai. Alessio Cremonini si è concentrato proprio sulla settimana che precede la morte di Stefano, epilogo drammatico di una vicenda che ancora occupa le aule giudiziarie.

 

In apertura di Orizzonti, in uscita nelle sale italiane e in 190 paesi tramite Netflix. Innanzitutto, come si sente?

L’emozione è davvero tanta. Raccontare tramite il cinema, a Venezia e poi in Italia e nel mondo, una storia come quella di Stefano può essere solamente un onore. Sì, ecco, tutti noi, che a questo film ci crediamo molto, ci sentiamo davvero onorati.

 

Perché proprio la storia di Stefano?

Rossellini parlava di ‘cinema utile’. Lui era Rossellini; io nel mio piccolissimo spero di poter fare un cinema di servizio per lo spettatore.

 

Come raccontare una vicenda ancora viva sulle pagine dei giornali e nelle aule di tribunale? Quali i limiti che non ha voluto oltrepassare?

Il cinema ha affrontato spesso temi sociali drammatici; la particolarità di Sulla mia pelle sta però proprio nel fatto che si tratta di una vicenda ancora in corso. Se avessimo vissuto tutto questo come un problema, il lavoro sarebbe stato impossibile da portare avanti. Abbiamo deciso invece di considerarla un’opportunità. Il film non si preoccupa solamente di capire chi è stato e perché è successo, ma cerca di restituire il percorso di un nostro concittadino che viene arrestato e che a distanza di nemmeno una settimana muore. Il film vuole entrare nella pelle contusa, arrossata ed emaciata che abbiamo visto tutti nelle fotografie fatte dopo l’arresto e dopo la morte di Stefano.

 

Come ha cercato l’empatia del pubblico?

L’intento è sempre stato quello di portare avanti il racconto in modo essenziale, cercando di evitare abbellimenti o confezionamenti cinematografici. Abbiamo tutti ricercato uno stile che definirei “francescano”, togliendo il superfluo. Il risultato è un film di sicuro non partigiano, ma oggettivo per quanto possa essere umanamente possibile perché non è al cinema o tanto meno sui social che si fanno i processi. Spero che lo spettatore si dimentichi di essere in una sala o al computer per calarsi completamente nella vicenda, quasi spiandola.

 

Come ha affrontato la fase di documentazione?

Assieme a Lisa Nur Sultan (sceneggiatrice n.d.r.) abbiamo studiato 10.000 pagine di verbali. “Studiato”, non “letto”, perché studiare voleva dire capire le interpretazioni, confrontare le dichiarazioni - spesso discordanti fra loro - dei teste e degli accusati. Una pila di fogli più alta di me da ridurre ad una sceneggiatura di circa 100 pagine: potete immaginare quanto lavoro sia stato necessario.

 

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