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Home arrow CINEMA arrow Venezia75 | Intervista a Francesca Mannocchi, una dei due registi di Isis, Tomorrow. The Lost Souls
Venezia75 | Intervista a Francesca Mannocchi, una dei due registi di Isis, Tomorrow. The Lost Souls
di Davide Carbone   

isis_tomorrow.jpgFrancesca Mannocchi, regista assieme ad Alessio Romenzi di Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul, ci racconta il documentario Fuori Concorso sulle macerie fisiche e psicologiche lasciate in Iraq da un Isis solo apparentemente sconfitto.

 

Un documentario che ci ricorda come un’emergenza non finisca nel momento in cui si smette di parlarne. Come è stato organizzato il lavoro, dal punto di vista pratico?

Una prima fase è coincisa con il periodo del conflitto, che abbiamo seguito dall’autunno del 2016, in cui ci siamo accompagnati ad al- cune sezioni dell’esercito iracheno per poter raggiungere la linea del fronte. La seconda fase è stata quella dei mesi trascorsi in Iraq, dove ci siamo impegnati a raccontare quello che di solito non viene raccontato, ponendo agli intervistati domande diverse dal solito. Abbiamo avvicinato militari ma soprattutto civili, le donne e i bambini, in un modo non dettato dall’emergenza del momento, privo di giudizi o pregiudizi sia verso le vittime che verso i cosiddetti colpevoli, in realtà vittime a loro volta.

 

Per un Isis sconfitto dal punto di vista militare, in ogni cuore che cova vendetta è in realtà il terrorismo a potersi considerare vincitore. Cosa avete visto negli occhi dei bambini intervistati, che sentimenti animano le loro parole?

L’Isis può aver perso dal punto di vista geografico e strategico, ma non da quello ideologico. Negli occhi e nelle parole delle persone intervistate sono ben visibili i semi che l’Isis ha lasciato: Alessio ed io usiamo la parola "semi" non a caso, perché si tratta di un’eredità che porterà i propri frutti nel tempo, nutrendosi proprio della sconfitta e dei sentimenti più feroci che questa sconfitta ha generato e che l’Isis ha lucidamente sfruttato.

L’Isis si è lasciato alle spalle un arsenale di bambini armati nel proprio cuore dei peggiori strumenti d’offesa esistenti: odio e rancore.

 

Quanto il cinema può dare ad un documentario come il vostro, in cui il giornalismo sembra identificarsi con la propria vocazione al massimo?

Il cinema aiuta nella propria profondità, in un momento storico in cui i mezzi di informazione prediligono il “qui e ora” e affrontano gli argomenti in funzione dell’urgenza del momento, approfondendoli assai raramente. Il cinema documentario ci regala la possibilità di poter dedicare del tempo ad un argomento, con relativa calma, aspetto che in altri ambiti molto spesso non si riesce a curare anche quando ci si prefigge di aderire con forza alla realtà.

 

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