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Home arrow CINEMA arrow Venezia75 | Intervista a Sébastien Marnier, regista di "L'heure de la sortie"
Venezia75 | Intervista a Sébastien Marnier, regista di "L'heure de la sortie"
di Delphine Trouillard   

sebastien_marnier.jpgPer il suo secondo lungometraggio, lo scrittore Sébastien Marnier, autore di tre romanzi, attinge dalla letteratura. Porta sullo schermo con abilità L’heure de la sortie (Sconfini), un romanzo di Christophe Dufossé del 2002, dando vita a personaggi complessi, capaci di far crescere un’intensa sensazione di disagio nello spettatore. Vero e proprio film dell’orrore psicologico, il film segue Irreprochable, uscito nel 2016, i cui personaggi a prima vista insospettabili e la cui costante tensione sono accostabili ai ‘thriller provinciali’ di Claude Chabrol o ai film della Nouvelle Vague.

 

 

Com’è nata l’idea di adattare al cinema L’heure de la sortie, il romanzo di Christophe Dufossé?

È bastata una breve frase sulla quarta di copertina del romanzo, solo qualche parola – che non svelerò qui per non rivelare nulla del film – che mi ha incuriosito. Ho letto il libro in un giorno e, fin da subito, la storia ha risvegliato in me un vulcano di immagini e di situazioni molto suggestive: un professore delle medie che si suicida durante una lezione, una nube di sospetto che avvolge gli allievi della classe, un misterioso progetto... La settimana dopo opzionavo i diritti del libro, senza avere né produttori, né finanziamenti, né nulla se non la convinzione di avere tra le mani una storia che prometteva di diventare un film molto forte. L’anno dopo ho dovuto restituire i diritti per motivi economici ma, nel 2017, sempre ossessionato da questa storia, mi sono rimesso al lavoro per portare avanti questo progetto.

 

L’heure de la sortie è un thriller psicologico che riesce a creare tensione fin dalla prima scena. Quali sono i suoi riferimenti cinematografici?

Credo di avere sempre affrontato il cinema e la letteratura come un’esperienza fisica più che intellettuale. Mi sono sempre piaciuti i film dell’orrore, gli slasher, con cui sono cresciuto. Soprattutto se mettono in scena personaggi atipici ed emarginati, in cui mi riconosco. Tod Browning è un regista importante per me, i suoi freaks mi hanno sempre accompagnato. Grazie a lui ho capito che i film dell’orrore e il cinema melodrammatico possono parlare del mondo, della sua crudeltà e delle sue ingiustizie in modo meno frontale rispetto al cinema classico, in particolar modo quello francese. Anche John Carpenter e David Cronenberg, che ho scoperto successivamente, sono stati fondamentali. Sono esemplari nel modo in cui hanno costruito delle opere spesso pop e bizzarre, sempre poetiche e soprat- tutto politiche. Per me il cinema deve essere sia una finestra sul mondo che permette di capirne e sentirne la cupezza, sia una sala buia in cui ci si può sfondare di popcorn, oppure baciarsi.

 

Pensa di adattare al cinema uno dei suoi romanzi prima o poi?

Uno dei miei prossimi film potrebbe essere l’adattamento del mio primo romanzo, Mimi, un thriller autobiografico. Solo oggi, cinque anni dopo averlo scritto, mi rendo conto di quanto fosse emancipato. È spaventoso, erotico, al limite del pornografico. Allo stesso tempo è una storia d’amore e un torture porn in cui non mi sono messo alcun limite. Un film invece è quasi sempre una sottrazione: meno violenza, meno sesso, meno soldi, meno settimane di riprese... Non ho idea della forma ibrida che potrà prendere lo scenario e che ‘mostro’ ne uscirà, ma non sono preoccupato: tra me e i freaks c’è una lunga storia!