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Venezia75 | Finale conteso. Intervista a Sameh Zoabi, regista di Tel Aviv on Fire
di Andrea Falco, Delphine Trouillard   

tel_aviv_on_fire.jpgSameh Zoabi è un regista arabo-israeliano che ha studiato all’università di Tel Aviv e alla Columbia, dove ha completato un master. Il suo cortometraggio Be Quiet del 2005 ha ricevuto il premio Cinéfondation al Festival di Cannes; il suo precedente lungometraggio, Under the Same Sun del 2013, ha come tema la speranza di pace e cooperazione tra israeliani e palestinesi.

A Venezia75 presenta – nella sezione Orizzonti – il suo nuovo film Tel Aviv on Fire.

 

Sinossi:

Salam, un giovane palestinese, scopre di avere una vena creativa quando, per un caso del destino, si ritrova coinvolto nella produzione di Tel Aviv on Fire, un enorme successo in tutto il Medio Oriente. La commedia prende un deciso carattere satirico e anche concettuale quando Assi, l’ufficiale che ogni giorno controlla i documenti di Salam, insiste perché la trama prenda una certa piega ispirata dalla di lui moglie, appassionatissima dello show.

 

 

 

 

Nel suo primo film, Telephone Arabe, raccontava la vita quotidiana degli arabi i sraeliani. Questa tematica è stata al centro a nche di questo nuovo lungometraggio?

Durante la mia carriera professionale sono stato ispirato dalle abitudini quotidiane, in particolare quelle che si creano nel contesto israelo-palestinese. Sono attratto dalle persone come Salam, che ancora non hanno sviluppato un’idea di ciò che sono e provano a trovare un loro posto nel loro mondo, affrontando quotidianamente sfide e problemi. Sono affascinato da questi “anti-eroi”, coloro che fanno di tutto per cambiare e migliorare la propria vita ma non sanno come. Forse riescono a trovare un modo di riuscirci durante il film. Non focalizzo quindi la mia storia su luoghi o problemi geografici, piuttosto su personaggi e persone.

 

La forma umoristica le serve a rafforzare la critica di ciò che i suoi film denunciano o a promuovere unità tra i popoli?

Fare una commedia non significa necessariamente mettere in scena personaggi buffi e scherzare su delle situazioni. Credo che una commedia non debba solo far ridere, ma sia più efficace quando i personaggi sono realmente coinvolti in una ricerca seria all’interno della storia. Questo tipo di commedie crea una connessione molto più forte con lo spettatore. Realizzare delle commedie su un argomento serio, soprattutto se politico, è un gioco di equilibrio molto difficile. Non vorrei che la gente che vive questa realtà politica possa pensare che la commedia sminuisca i problemi che la colpiscono quotidianamente, in modo talvolta davvero pesante. Sono pienamente consapevole di questo sottile confine e il mio approccio è di conseguenza sempre molto serio. Cerco infatti di fare film non solo per ridere ma anche per stimolare dibattiti su argomenti importanti. L’umorismo dà spazio a controbattute su delle questioni importanti. Ci sono poche commedie realizzate nelle terre da cui provengo. Vorrei che questo cambiasse, per offrire la mia voce attraverso una storia, un’esperienza cinematografica, visiva, ricca di senso e divertente, commovente e urgente.

 

Cosa significa essere un regista palestinese con un passaporto i sraeliano?

Il mio passato – nato e cresciuto in un villaggio palestinese in Israele – gioca un ruolo importante nel mio desiderio di realizzare dei film. In quanto scrittore-regista che ha l’opportunità di raccontare delle storie sulla realtà quotidiana in Israele e in Palestina, credo di avere una responsabilità morale e politica. Ne sono stato consapevole quando ho realizzato il mio primo cortometraggio sulla storia di un ragazzo e di suo padre in viaggio verso casa da Jenin (in Cisgiordania) a Nazareth (in Israele). Quello che doveva essere un semplice viaggio in macchina è disturbato da tensioni politiche e realtà militarizzate che amplificano la battaglia intrapresa da un padre compiaciuto che cresce un figlio voluto fortemente. Il film è stato un successo ed è stato visto in numerosi festival: Cannes, Locarno, Sundance e altri. Con Be Quiet ho iniziato a condividere il mio film e la mia esperienza con un pubblico più ampio e internazionale. Ho sentito nascere domande e litigi riguardo la vita quotidiana nel conflitto israelo-palestinese. Alcuni consideravano il film troppo ‘palestinese’ e non abbastanza ‘israeliano’, altri pensavano il contrario. Per me era affascinante scoprire l’effetto che i film hanno sul pubblico. Facciamo film per raccontare delle storie e comunicare un punto di vista sul mondo così come lo conosciamo, però la lettura o l’interpretazione che ne farà lo spettatore è fuori dal nostro controllo. È un discorso valido per tutti gli artisti, sentito però maggiormente da quelli che affrontano argomenti sensibili o conflittuali. Tel Aviv on Fire è nato da un dilemma. Ho deciso di scrivere una storia che fosse proprio sul tema delle prospettive conflittuali. Il mio film racconta l’opposizione tra racconti palestinesi e israeliani, le interpretazioni che risultano da una stessa azione. In questo confronto, un artista – il mio personaggio centrale, Salam – si dispera per trovare una voce e un’ispirazione propria.

 

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