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Home arrow CINEMA arrow Venezia75 | Emir Kusturica. Focus sul visionario regista di "El Pepe, una vida suprema"
Venezia75 | Emir Kusturica. Focus sul visionario regista di "El Pepe, una vida suprema"
di Cesare Stradaioli   

kusturica.jpgMancato delinquente giovanile per sua stessa ammissione – “Salvato dalla musica” strana, ma fino a un certo punto, consonanza con Wim Wenders – cineasta, attore, scrittore, chitarrista, agitatore politico e culturale, visionario fondatore di una specie di repubblica situata fra le montagne della ex Jugoslavia, dare una definizione artistica precisa del genio serbo-bosniaco è pressoché impossibile. E, forse, è perfino inutile.

Personaggio controverso, ruvido, scarsamente diplomatico, che come pochi registi riesce a dare corpo – anzi, la propria fisicità – alle sue opere, Kusturica incarna a pieno nei suoi lavori lo spirito inquieto, bellicoso e pantagruelico delle sue origini. Nel suo essere perennemente contro, anche per partito preso, riesce in tutti i suoi film, impastati di crudeltà, irrisione, sangue e ilarità, a dare un tocco di gentilezza che lascia basiti proprio quando ci si aspetta esattamente tutt’altro. Egli rappresenta, a tutto tondo, la summa dei luoghi comuni e dei tratti concreti delle varie etnie che avevano composto la terra – la Sua terra madre – che alla fine di Underground si stacca e prende il largo verso l’ignoto. Uomini capaci di provare odio e amicizia senza se e senza ma (eterni, finché durano…), fedelissimi traditori e ubriaconi incorruttibili, e di questo innerva tutti i suoi lavori, che in definitiva, nelle affannose alternanze di umanità e disumanità, primi piani ed estenuanti campi lunghi, risate e raffiche di mitra, sia che descriva guerra o calciatori, suonatori di musica balcanica, esoterici camminatori o folli che parlano con gli animali, zingari e contadini, ci mette ogni volta di fronte al cuore duro e profondo di una parte di Europa che sta appena fuori dei nostri confini e che però ci sfugge sempre, perché sempre evita di farsi prendere e inquadrare.

 

 

Ti ricordi di Dolly Bell? (1981)

Formidabile esordio alla regia di Kusturica, che riceve il Leone d’Oro proprio a Venezia, dalle mani di Italo Calvino, allora presidente della Giuria. Un personaggio di un film di Blasetti irrompe nell’immaginario collettivo di un giovane che pratica l’ipnosi, chiamato a dirigere un gruppo musicale ideato per deviare i giovani dalla criminalità. Autobiografico al 100%.

 

Papà… è in viaggio d’affari (1985)

Papà (prima interpretazione di Miki Manojlovic, uno degli attori simbolo di Kusturica) non è in viaggio d’affari: è rinchiuso nella prigione faro di Goli Otok – che adesso è un resort a 5 stelle – in quanto sospettato di attività sovversive, preso in mezzo con la sua famiglia nel periodo che vide la rottura fra Tito e Stalin. La Storia irrompe inesorabile fra la gente comune nella Jugoslavia del dopoguerra. Vite dure, vissute fra sorrisi e gesti di addio.

 

Il tempo dei gitani (1988)

Un giovane di nome Perhan finisce nelle mani di un gruppo criminale che nella Jugoslavia pre-guerra civile traffica in esseri umani verso l’Europa. Un’allucinazione che, non per caso, si snoda nel viaggio del giovane che, da Skopje passa in Kosovo, attraversa la Serbia, arriva in Bosnia, giunge in Croazia attraverso la famosa “Autostrada della fraternità” voluta da Tito, per finire a Lubiana in Slovenia. Un puro gesto di amore verso la propria terra.

 

Arizona Dream (1993)

È forse quanto di più visionario abbia girato Kusturica, mischiando le malinconie di un buffo giovane che vuole raggiungere la luna accatastando Cadillac, la stravaganza di una vedova uxoricida che vive con la figlia nevrotica e il sogno del protagonista di vivere in Alaska. Il tutto – e, visto il contesto, non può certo stupire – attraversato dalla maschera dolente e squinternata di, incredibile dictu, Jerry Lewis.

 

Underground (1995)

L’opera più completa, totalizzante, visionaria, potente e vitale. Dall’invasione tedesca con lo storico bombardamento di Belgrado del 1941, al Dopoguerra vissuto di tradimenti e finzioni, con un mondo di sopra e un mondo di sotto e, infine, con la straziante guerra civile della distruzione della Jugoslavia. Personaggi che si mescolano e si perdono in un capolavoro assoluto, fracassone, crudo e immaginifico, con un finale da antologia del cinema. Palma d’Oro a Cannes.

 

La vita è un miracolo (2004)

In un immaginario paesino sperduto fra i monti della Bosnia, cuore irrisolto del dissolvimento della Jugoslavia, vivono un ingegnere che sogna di realizzare una ferrovia, suo figlio che sogna di giocare nel Partizan e sua moglie che sogna di diventare cantante lirica. Poi tutto cambia, tutto si guasta e tutto si rimette a posto in un film, dove l’amore e la voglia di vivere e di cambiare superano qualsiasi barriera religiosa ed etnica.