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Venezia75 | "Acusada". La verità distorta nel nuovo film di Gonzalo Tobal
di Marisa Santin   

acusada.jpgAttraverso la storia di Dolores, una studentessa accusata di aver brutalmente ucciso la sua migliore amica, il regista argentino Gonzalo Tobal (1981) affronta il tema della verità, anzi, delle molte diverse verità. Quella di un’aula di tribunale, quella dei media che diffondono la notizia, quella dei diretti interessati e, infine, quella percepita da noi spettatori. Tobal, in Concorso con Acusada, il suo secondo lungometraggio, è una delle scommesse del Festival.

 

 

Ha affermato che «lo spettatore diventa, per così dire, il pubblico ministero». Quali elementi del film permettono questo trasferimento?

Il pubblico non sa se la protagonista, accusata di un efferato omicidio, sia colpevole o innocente, ma il film mette comunque il pubblico nella posizione di farsi un’opinione su di lei. Mentre la trama procede cominciamo a farci altre domande ed emergono nuovi particolari. Non chiedo allo spettatore di giudicare l’accusata e gli altri personaggi, o i loro comportamenti. Spero però che chiunque veda il film possa costruire una sua idea, non solo in base alla sceneggiatura, ma anche attraverso l’atto stesso di guardare al personaggio, al suo modo di vestire e di muoversi. È quello che facciamo nella vita reale quando vediamo dei veri casi giudiziari in televisione e cerchiamo di capire se una persona ha effettivamente commesso il delitto di cui è accusata oppure no, se sta mentendo oppure no. Vorrei che guardando il film scattasse lo stesso meccanismo.

 

Fa parte della natura umana essere a ffascinati dai fatti di cronaca?

Sappiamo che c’è la possibilità che fatti del genere, che cambiano la vita da un momento all’altro, capitino anche a noi e ne siamo spaventati. Ma se succedono agli altri ci concediamo di esserne incuriositi e affascinati, diventiamo quasi delle spie. È quello che succede ad esempio quando c’è un incidente sulla strada. La coda si forma più per i curiosi che per l’incidente. Non puoi farci niente, è più forte di te, devi rallentare e guardare. Ne sei spaventato ma allo stesso tempo vuoi vedere; sono due forze opposte che agiscono nello stesso momento.

 

Che responsabilità hanno i media nell’enfatizzare i delitti? Affronta anche questo aspetto nel film?

I media hanno piena coscienza di questo meccanismo. Ho parlato con molti giornalisti riguardo al modo in cui trattano le storie criminali. Sanno perfettamente quali sono gli elementi che seducono il lettore o lo spettatore e li usano, mantenendo alta l’attenzione sugli avvenimenti e su quello che succede di volta in volta, come si trattasse di un reality show. Questo aspetto è presente nel film, anche se il punto di vista rimane dall’altra parte e si concentra su un lato più intimo e personale, che riguarda la protagonista e la sua famiglia. La cosa paradossale è che loro stessi cercano di entrare in contatto con i media perché si rendono conto dell’influenza che hanno non solo sull’opinione pubblica, ma anche sull’andamento del processo.

 

Che cos’è la verità?

Viviamo in una società in cui non siamo solo fruitori ma anche parte integrante e attiva dei mezzi di comunicazione. Qualsiasi notizia viene filtrata a diversi livelli: media tradizionali, social network, riproduzioni di ogni tipo... La verità rimane un ideale impossibile da raggiungere, a cui possiamo solo tendere. Ci sono poi tanti tipi di verità. Per un giudice la verità ha un significato tecnico e va trovata all’interno dell’apparato normativo di riferimento. Per i media la verità ha più a che fare con l’impatto che una notizia produce sull’opinione pubblica, e quindi parliamo di post-verità, che è come dire: se ci credi allora è vero. Il cinema ha una sua strana, epifanica verità, che va cercata, ad esempio, nei volti, nelle espressioni. In tutto questo, la ‘vera’ verità (in questo caso quello che è successo quel dato giorno e chi ha commesso il delitto), viene dimenticata.

 

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