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CINEMA
Santi, poeti e attori. Il cinema italiano premia il meglio con i David
di Davide Carbone   
giovedì 06 maggio 2021
Due vincitori ci sono già, a dire il vero, ancora prima della cerimonia di premiazione prevista per il prossimo 11 maggio: sono Anne, diretto da Domenico Croce e Stefano Malchiodi, premiato come miglior cortometraggio dalla giuria composta da Giada Calabria, Francesca Calvelli, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Elisabetta Lodoli, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti e presieduta da Andrea Piersanti; e Monica Bellucci, cui viene assegnato un David Speciale a riconoscimento di una carriera che l'ha vista lavorare con registi come Coppola e Tornatore, Sam Mendes, Terry Gilliam e Kusturica. Il David di Donatello 2021 naturalmente non sfugge alla nuova realtà dettata dal Covid-19, svolgendosi in una cerimonia a porte chiuse che vedrà collegamenti con vincitori e candidati secondo una formula che a fine aprile abbiamo già visto oltreoceano, in un contesto assai intimo dal vivo arricchito da collegamenti con attori e altri professionisti "in gara".

Regola introdotta quest’anno è stata quella di ammettere in concorso anche le pellicole che, a causa delle disposizioni di emergenza legate al contenimento della pandemia non hanno potuto godere della proiezione nelle sale cinematografiche, venendo quindi distribuite sulle piattaforme streaming.

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Storia/e di Venezia in 5 film, oltre l'infinita lotta tra Bellezza e Morte
di Fabio Di Spirito   
giovedì 25 marzo 2021

Non c’è dubbio che Venezia appartenga a quel ristretto numero di città che sono diventate vere e proprie ‘icone’ cinematografiche, che hanno cioè favorito e sviluppato nel tempo un particolare rapporto di fascinazione ambientale che si è trasformato in una mappa simbolica di significanti, suggestioni, immaginari ai quali il cinema si è costantemente abbeverato. Diciamo New York per il suo fascino di snodo del contemporaneo, Los Angeles perché il mito del cinema è nato là, Parigi per la sua vocazione alla joie de vivre, Londra per la sua capacità di trasformarsi in continuazione rimanendo sempre il centro dell’Impero, Berlino perché è la scenografia ideale della necessità della Storia, e Venezia, come luogo della lotta infinita tra Bellezza e Morte.
Pare che siano più di 700 i film in cui appare Venezia, anche solo per una scena (nei giorni scorsi ho rivisto La bella di Lodi, regia di Mario Missiroli, bel film sull’imprenditoria ruspante lodigiana di latte e formaggi: ebbene, il film finisce proprio sulla terrazza del Bauer a Venezia, negli anni ‘60 meta obbligatoria dei viaggi di nozze degli italiani…). Noi abbiamo fatto una scelta pescando soprattutto su lavori che non hanno goduto di grande notorietà e che hanno avuto il merito di sottrarsi alla celebrazione troppo canonizzata e consunta del rapporto tra Eros e Thanatos.

 

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The gold rush. Da Venezia a Los Angeles, il passo è breve
di Davide Carbone   
mercoledì 17 marzo 2021
ImageAncora una volta il filo che lega gli Academy Awards a Venezia è lungo e ben saldo. Dopo Gravity, Birdman, La La Land e La forma dell’acqua di nuovo gli Oscar parleranno anche veneziano, a conferma di come anche nell’ultima, speriamo irripetibile edizione della Mostra del Cinema, la qualità la facesse da padrona a dispetto delle difficoltà logistiche e programmatiche.

 

Tra le nomination agli Oscar in questo senso spicca di sicuro Nomadland, con 6 candidature totali, fresco di Golden Globe come miglior film drammatico e come miglior regia a Chloe Zhao: dopo il crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, Fern (una Frances McDormand a sua volta candidata) carica i bagagli nel suo furgone e si mette sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni. Nomadland vede la partecipazione dei veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells nella veste di guide e compagni di Fern nel corso della sua ricerca attraverso i vasti paesaggi dell’Ovest americano.

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La parte del Leone. Prima a Venezia, poi nel resto del mondo
di Davide Carbone   
sabato 27 febbraio 2021

Che negli ultimi anni Venezia sia stata punto di passaggio privilegiato per le pellicole più significative della cinematografia mondiale è un dato di fatto: Gravity, Birdman, La La Land e La forma dell’acqua sono state intuizioni più che felici, pellicole che vanno oltre la definizione di “successo al botteghino” e che nella Sala Grande del Lido si sono rivelate al mondo come snodi cruciali della narrativa cinematografica contemporanea. Per questo e tanti altri motivi l’inclusione di titoli passati a Venezia nelle shortlists dei prossimi premi Oscar, in programma il prossimo 25 aprile in modalità ancora da perfezionare, non coglie di sicuro del tutto impreparati: nella categoria miglior documentario ecco Notturno di Gianfranco Rosi, in Concorso nel 2020, e Collective del rumeno Alexander Nanau, Fuori Concorso nel 2019

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Cose serie. Le serie tv scelte dalla redazione di Venezia News
di Redazioneweb   
sabato 27 febbraio 2021
Ce n'è una molto British (anzi piuttosto Irish), una surreale, una che parla di sesso, amore e desideri. Poi ce n'è una decisamente spregiudicata (al femminile però), una parigina e quindi certamente sofisticata, elegantina, e infine ce n'è una che è il nulla più totale... o forse no?
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Pausa, avanti veloce. Lo strano 2021 dei festival cinematografici
di Davide Carbone   
sabato 27 febbraio 2021
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L’edizione 2020, fece storia: in un anno che si è rivelato cruciale per il destino di molti, il Far East Film Festival spostò la propria edizione dal consueto aprile alla fine di giugno, riversandosi poi interamente sul web a causa di una pandemia che ancora non si è conclusa, alle prese con un nemico che allora si conosceva ancora meno rispetto ad oggi e con il quale ci siamo per forza di cose trovati a convivere, in tutti i modi tranne che serenamente.

Dall’11 al 19 giugno, compatibilmente con quello che l’emergenza sanitaria permetterà, al Teatro Nuovo di Udine e al restaurato ed ampliato cinema Visionario andrà in scena un’edizione all’insegna della rinascita e della prosecuzione di un viaggio a tutto tondo nella cinematografia orientale, passando per Hong Kong, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Singapore, Indonesia e Malesia.

Un’edizione che il FEFF ha scelto di abbinare a una splendida illustrazione di Martina Sobacchi: un frame di In the Mood for Love. Una storia d’amore leggendaria, quella raccontata da Wong Kar Wai, che uscirà con il marchio Tucker Film nelle sale italiane non appena quest’ultime riaccenderanno gli schermi. 

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La realtà è un'illusione. Venezia, una stagione sul set da protagonista
di Elisabetta Gardin   
sabato 27 febbraio 2021

Venezia è uno straordinario set cinematografico a cielo aperto, grazie al suo patrimonio artistico, architettonico e naturale nel corso degli anni si è prestata innumerevoli volte a diventare la scena di pellicole iconiche, basti ricordare tra gli altri i ben quattro film della serie James Bond, The Merchant of Venice, Tutti dicono I love you, The tourist, Indiana Jones e l’ultima crociata, Casanova, fino ad arrivare a capolavori immortali della storia del cinema, come Senso, Morte a Venezia, C’era una volta in America.

 

In questi mesi la città, svuotata dalle masse di turisti, ha regalato un’atmosfera tragica ma al contempo ancora più unica, in cui tutto sembra sospeso e la sua bellezza emerge prepotente, un perfetto set cinematografico dove lo sfondo (reale) diventa protagonista assoluto. Le case di produzione nazionali e internazionali non si sono fatte sfuggire questa occasione - senza i turisti, caos e mille problemi gestionali che ne derivano -, inviando troupe tra calli, campielli e palazzi.

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Luce tra le mani. La scomparsa di Peppino Rotunno, artigiano della fotografia
di F.D.S.   
sabato 27 febbraio 2021
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C’è un episodio aneddotico sugli inizi professionali di Giuseppe Rotunno, detto Peppino, che è la prova di come il cinema, in particolare quello di qualche generazione fa, al di là del talento e della genialità fosse soprattutto grande abilità artigianale, vocazione al problem solving. Il film è L’uomo dalla croce, terzo film della trilogia “fascista” di Roberto Rossellini, siamo nel ’42, nelle campagne di Ladispoli a ricreare le pianure dell’Ucraina dove si svolge la narrazione.

 

Si deve girare una battaglia notturna di carri armati tra esercito italiano e quello russo, in esterni ed in interni, dentro una isba dove si trova un micro-cosmo di destini incrociati che poggia sulle spalle e sulla fede cristallina del protagonista, un cappellano militare. C’è un problema tecnico molto importante: non si può girare che di giorno, per cui la tradizionale chiusura del diaframma della macchina da presa, che si usa per avere l’effetto notte, va bene per l’esterno, ma si rivela insufficiente per l’interno dell’isba.

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I maghi della luce. 10 Maestri italiani della fotografia cinematografica
di Marisa Santin   
sabato 27 febbraio 2021

Una carrellata tra i capolavori di alcuni dei più grandi direttori della fotografia della storia del cinema italiano e internazionale.

Otello Martelli, Aldo Graziati, Gianni Di Venanzo, Tonino Delli Colli, Peppino Rotunno, Carlo Di Palma, Pasqualino De Santis, Vittorio Storaro, Dante Spinotti, Luca Bigazzi. Dieci maestri, un talento tutto italiano per la luce. 

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Il lavoro di ogni giorno. La Mostra del Cinema 2021 prende forma
di Davide Carbone   
sabato 27 febbraio 2021

La riconferma di Alberto Barbera alla direzione della Mostra del Cinema di Venezia fino al 2024 non serve solo a ribadire la linea programmatica intrapresa dalla Biennale del nuovo presidente Roberto Cicutto. È una conferma che mai come questa volta si carica di significati altri, che appunto mai come questa volta supera i confini del cinema.
Alberto Barbera ha attraversato alla guida della Biennale Cinema forse il periodo più rivoluzionario che il Festival del Lido ricordi, un discorso che vale ben oltre il surreale ultimo anno vissuto a livello planetario.

E se l’ultima edizione della Mostra ha avuto le spalle abbastanza larghe da sopportare limitazioni logistiche e programmatiche inevitabili e imponderabili, confermando quando tutto il mondo annullava, il merito è di una direzione artistica che da anni risulta riconoscibile a livello planetario, testimoniata se mai ce ne fosse bisogno dall’enorme quantità di pellicole passate dal Lido e poi uscite vincitrici dall’esame-Academy.

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Bong Joon-ho presidente di Giuria della Mostra del Cinema 2021
di Giorgio Placereani   
martedì 26 gennaio 2021
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Una battuta di Parasite è diventata istantaneamente famosa: «È gentile perché è ricca. Se solo avessi tutti quei soldi anch'io sarei gentile – anche di più». Il cinema di Bong Joon-ho, sempre attento all'opposizione fra strati alti e strati bassi della società, è etologico, materialista e comportamentista.

Nel suo cinema hanno importanza centrale gli spazi fisici, che assumono un valore metaforico; sebbene Bong non lo menzioni in una lista dei film che lo hanno influenzato di più (dove senza sorpresa troviamo tra gli occidentali Hitchcock, i Coen, Clouzot, il Welles de L'infernale Quinlan), viene alla mente Fritz Lang. Violenta e molto fisica, sociale e spettacolare, tutta la sua opera è caratterizzata da un gusto per il particolare bizzarro ma al tempo stesso realistico e da uno humour grottesco. L'antipatia per l'autorità, una sua costante, è espressa volentieri nella dimensione del sarcasmo.

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Mission: interrupted. Fare cinema a Venezia, in tempi di pandemia
di Marisa Santin   
mercoledì 17 febbraio 2021
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Siamo lontani anni luce da quando fra le calli si aggirava l’Uomo Ragno. Nell’autunno del 2018 la troupe di Spider-Man: Far from Home era arrivata un po’ in sordina, con Tom Holland e gli altri del cast a mimetizzarsi fra i turisti per non creare scompiglio, per non ritardare le riprese.

 

Una settimana e via, missione compiuta. Allora si parlava di turismo di massa, si progettavano varchi per direzionare i flussi, si malediceva il MOSE e quanto era costato. Era la stessa Venezia? A vederla adesso sembra quasi che in mezzo ci sia stata un’alluvione o, addirittura, una pandemia.

 


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[BREATHING] Domani non è un altro giorno. Il caso Via col vento, riveduto e (s)corretto
di Piero Tomaselli   
lunedì 13 luglio 2020
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Il barbaro omicidio del cittadino afroamericano George Floyd da parte di un agente della polizia di Minneapolis ha suscitato un’ondata di reazioni indignate negli Stati Uniti (e in tutto il mondo occidentale), tanto più gravi e incontrollate quanto più si consideri l’eccezionalità del contesto pandemico da Covid-19 nel quale è avvenuta l’uccisione di Floyd, che ha fatto emergere le disparità economiche, culturali, sanitarie e sociali tra le tante minoranze che compongono la frastagliata identità del Paese e la sua maggioranza bianca, WASP e, generalmente, benestante.

 

Una delle reazioni più eclatanti e controverse è stata quella dell’emittente televisiva HBO che ha deciso di ritirare dal proprio catalogo nientepopodimeno che Via col vento, in riposta a un articolo di John Ridley, lo sceneggiatore premio Oscar di Dodici anni schiavo, in cui Ridley sosteneva che nel film del 1939 sarebbe in opera una vera e propria apologia di schiavismo e di razzismo chiedendone la rimozione in solidarietà alle proteste, per poi reintrodurlo con le necessarie informazioni di contesto.

 

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Età infrante. Roberto Bassi racconta l'infamia razzista del 1938
di Massimo Bran   
mercoledì 10 ottobre 2018

fratelli_bassi.jpgIl prezioso, emozionante documentario di Giorgio Treves, presentato con grande successo e partecipazione di pubblico alla recente 75. Mostra del Cinema di Venezia, per chi l’ha visto, ha rappresentato un’immersione senza concessioni, nella sua stringente e incalzante restituzione storica tra documenti filmici, testimonianze, riflessioni, in una delle pagine più infami che il nostro Paese abbia mai vissuto. Le leggi razziali del 1938 rappresentano una cesura, una frattura nel nostro percorso storico le cui cicatrici non spariranno mai anche a piena elaborazione del lutto compiuta. Figuriamoci quando ancora, ahimè, questa elaborazione in una chiave davvero collettiva compiuta non si è ancora.


Italiani brava gente” si era usi dire, e non pochi ancora perseverano a dire, quando si cercava di relativizzare le nostre imprese vili compiute a danno di oppositori, di semplici civili appartenenti ad altri Paesi, ad altri gruppi etnici, in quel buio Ventennio. Un’indigeribile narrazione che la storia con la esse maiuscola ha demolito, seppur non proprio tempestivamente, da tempo in modo definitivo e conclusivo. Però, come si sa, la ricerca storica è materia di pochi quando le sue conclusioni non vengono fatte proprie da chi ha il compito di trasmetterle in maniera sanamente divulgativa alla collettività. Quindi le immagini, i film, i documentari ben fatti possono svolgere un ruolo importante nell’avvicinare anche le giovani generazioni, che ben poco sanno, purtroppo, di quegli infausti tempi, in un modo diretto, incisivamente empatico a dei momenti storici che hanno rappresentato una sospensione del convivere civile che lascia ancora sgomenti.


Il film di Treves, tra i vari suoi registri e percorsi, sceglie anche quello coinvolgente della testimonianza diretta di chi, da bambino, ha vissuto in presa diretta l’esclusione, la discriminazione razziale, segnatamente qui l’allontanamento dai banchi di scuola. Lo fa scegliendo diverse persone, più o meno note, che consumarono questa tragica esperienza in una selezione di città italiane, quelle con le comunità ebraiche più ampie e di consolidata tradizione. Tra queste non poteva certamente mancare Venezia, appena reduce, due anni fa, dal ricordo del cinquecentesimo anniversario della fondazione del primo Ghetto ebraico del mondo. Tra i testimoni ancora in vita di quei tragici giorni Treves ha individuato una figura notissima e di primo rilievo della Comunità Ebraica veneziana, quel Roberto Bassi già Presidente della Comunità (1984–1991) nonché ideatore e primo realizzatore, nei primi anni ‘50, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC), noto medico e per anni Primario dermatologo dell’Ospedale Civile di Venezia. Abbiamo cercato in questa breve intervista di cogliere gli aspetti più quotidiani, più ordinari, di quella straordinaria ed enorme tragedia vissuta attraverso gli occhi di un bambino di sette anni che non può non cercare conferme, ancoraggi, continuità in un vissuto scandalosamente interrotto, profanato da disposizioni adulte criminali. Non ci interessava cercare momenti topici eclatanti, ma propriamente invece restituire quella banalità del male che ordinariamente, “ordinatamente” separava vite, banchi, gesti nel segno dell’esclusione, della separazione tra simili resi, con una banale, sconcertante, asettica comunicazione, diversi, altri gli uni dagli altri, in una classificazione di merito etnica inaudita e da molti prima di quei giorni impensabile, incontemplabile in simili declinazioni.


In questo mare di inconsolabili lacerazioni e lacrime, una luce di vivida speranza e gioia, anche proprio da un punto di vista prepotentemente simbolico, nella lunga biografia di Roberto Bassi sicuramente immaginiamo si sia riflessa dall’ingresso in quella stessa scuola Diaz da cui lui fu escluso del suo piccolo nipotino Samuel, meraviglioso bimbo adottato in Kenya che in una pregnante, e per niente retorica, parabola chiude un cerchio tragicamente apertosi 80 anni fa all’insegna dell’irriducibilità, certo a prezzo di inusitato dolore, del bene, che in fondo prima o poi riemerge carsicamente, tenacemente, talvolta risarcendo animi, lenendo ferite di vite intere.

Qual è il suo primo ricordo, diretto o indiretto, dell’età fascista, anche in relazione proprio al suo milieu familiare?
Sono stato involontario artefice dell’iscrizione di mio padre al Partito Nazionale Fascista. Era avvocato e, essendo arrivata in famiglia un’altra bocca da sfamare, andò dal Presidente del Tribunale per raccomandarsi di avere qualche incarico in più. «Caro Bassi, – disse il Presidente – io ti stimo molto dal punto di vista umano e professionale, ma non sei nemmeno iscritto al Partito! Altri incarichi non te ne posso proprio dare…». E così dal 1931, anno della mia nascita appunto, decise di iscriversi per risolvere tale impedimento. Aveva il suo studio legale proprio sopra l’Harry’s Bar, locale dove un giorno venne affisso un cartello con su scritto: “Vietato l’accesso agli ebrei e ai cani”, con i secondi che in quel periodo erano di sicuro più apprezzati dei primi. Mio padre era un professionista affermato e stimato, lo consideravano l’avvocato più bravo e onesto di Venezia, ma nonostante ciò la mole di lavoro naturalmente cambiò dopo il 1938. Ricordo mia madre brontolare con lui mentre era intento a compilare parcelle che secondo lei erano troppo basse in rapporto al lavoro svolto e ai risultati conseguiti. Per quanto fosse un professionista valido, non era ovviamente consigliabile in quel periodo assumere un avvocato ebreo a propria difesa. Il lavoro, perciò, diminuì e ovviamente anche il tenore di vita della nostra famiglia ne risentì.

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VENEZIA75 | La legge dell'ineguaglianza. Intervista a Giorgio Treves
di Fabio Marzari   
mercoledì 10 ottobre 2018
diversi1938_11.jpgAl Lido, in occasione della presentazione del suo lavoro 1938 Diversi, avevamo intervistato il regista Giorgio Treves. L’incontro, per brevità degli spazi redazionali del nostro Daily della Mostra del Cinema, si era chiuso con un appuntamento per un’intervista successiva di maggior ampiezza. L’occasione è ora la più appropriata, dal momento che l’11 ottobre il film uscirà nelle sale italiane, per poi passare in tv su Sky Arte il 23 ottobre. I temi affrontati dal documentario, che trae spunto dalla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, riportano alla necessità di mantenere vivo oltre al ricordo, il monito che simili ignobili provvedimenti non debbano mai più ripetersi. L’attualità fornisce spunti di seria preoccupazione e, pur avendo chiare le debite differenze tra contesti storici assai diversi, la lucida e non retorica analisi di Treves aiuta a comprendere come l’indifferenza sia il segnale più preoccupante di una deriva sociale che concepisce il diverso come un elemento disturbante e come divenga sempre purtroppo inevitabile che “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.
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Il cinema è di casa. Ruskino, per la decima edizione ci si vede in streaming
di RedazioneWeb3   
sabato 12 dicembre 2020
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Una Home Edition, in live streaming quella che ci aspetta per la decima edizione di Ruskino a Ca’ Foscari (14-18 dicembre). Un appuntamento atteso, non solo in ateneo, ma anche per la città di Venezia: Ruskino a Ca’ Foscari è il Festival di cinema russo contemporaneo organizzato dal Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca’ Foscari e dal Centro dei Festival Cinematografici e dei Programmi Internazionali della Federazione Russa.

 

Quest’anno i film, selezionati tra quelli proiettati durante le edizioni passate, preceduti da presentazioni preparate dallo staff CSAR, saranno dunque resi disponibili in streaming gratuito sul canale YouTube CSAR, esclusivamente nel giorno e nell’ora indicati, mentre la cerimonia di inaugurazione, che si terrà il 14 dicembre alle ore 17 e i saluti finali del 18 dicembre, saranno in live streaming su piattaforma Zoom.

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In presa diretta. Alla Cini i suoni del cinema italiano
di RedazioneWeb3   
martedì 03 novembre 2020
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Dal 5 al 7 novembre il polo culturale dell'isola di San Giorgio Maggiore ospita il convegno I suoni del documentario italiano: 1945-1975, organizzato dall’Istituto per la Musica della Fondazione Cini e coordinato da Marco Cosci. In queste tre giornate verrà approfondita la componente sonora dei documentari italiani realizzati tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Settanta, coinvolgendo studiosi provenienti da diversi ambiti disciplinari.

 

La produzione documentaristica presenta infatti condizioni variabili e peculiari che la distinguono da quella maggiormente standardizzata del lungometraggio.

 

Sarà possibile partecipare al convegno tramite la piattaforma Zoom (fino a esaurimento posti) richiedendo il link all'indirizzo mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo . Gli interventi potranno essere seguiti anche in diretta streaming sulla pagina Facebook della Fondazione Giorgio Cini.

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Non voltare la testa. Intervista a Ottavia Piccolo e Simone Marcelli
di Fabio Marzari   
martedì 03 novembre 2020
ImageDurante la Mostra del Cinema al Lido nella Villa degli Autori, in occasione della presentazione del film Occident Express, abbiamo incontrato Ottavia Piccolo e il regista Simone Marcelli per parlare della pellicola e del documentario Lo sguardo su Venezia, in cui Ottavia è la voce narrante e le cui riprese si sono concluse all'inizio di ottobre, che uscirà nei primi mesi del 2021. Occident Express, regia di Simone Marcelli, scritto da Stefano Massini e interpretato da Ottavia Piccolo con l’orchestra Multietnica di Arezzo, racconta l’incredibile storia di Haifa, un'anziana donna di Mosul costretta a mettersi in fuga con la nipotina di 4 anni, percorrendo in tutto 5.000 chilometri, dall’Iraq fino al Baltico, attraverso la cosiddetta “rotta dei Balcani”.

Simone Marcelli, perché questo film, dopo lo spettacolo teatrale sempre con Ottavia Piccolo protagonista?
SM. Perchè parla di una storia vera, perché c'è bisogno di raccontare queste storie, perché il testo di Massini è un testo che arriva dritto e puntuale, perché Ottavia Piccolo è una grande interprete e inoltre perché ho voluto accettare una sfida con me stesso: fare teatro al cinema. Questa è una cosa che nessun regista vorrebbe fare, perché è una sfida maledettamente complicata: si rischia di fare solo una documentazione video con l'effetto del teatro in televisione, oppure di essere invasivi, non rispettando il testo e la messinscena. Ho voluto confrontarmi con questo equilibrio sin dal testo di Massini e dalla musica di Enrico Fink, oltre naturalmente che con la magistrale interpretazione di Ottavia.
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De consolatione philosophiae | Animali sociali e dove trovarli
di Fabio Marzari   
venerdì 23 ottobre 2020
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Pietro Castellitto ha presentato in concorso a Venezia 77 nella sezione Orizzonti la sua opera prima I predatori di cui è anche sceneggiatore e interprete, un film “ricco di cattiveria, satira e coraggio di andare sopra le righe”, che gli è valso il premio per la migliore sceneggiatura, scritta all’età di 22 anni. Ha dichiarato il regista/attore: «Sono profondamente felice di presentare il mio film a Venezia. Lo sconquasso della pandemia ha distrutto molte certezze aprendo le porte a un nuovo scontro fra culture e visioni del mondo, premessa fondamentale per qualsiasi era artistica. C’è un che di bellico in quest’alba veneziana e farne parte è motivo di orgoglio. Ringrazio Alberto Barbera e tutti i selezionatori per la fiducia data».

 

La distruzione delle certezze e Nietzsche in qualche modo hanno una loro presenza nel film di Castellitto. Sarà per la laurea in filosofia o per la derivazione familiare – madre Margaret Mazzantini, scrittrice di talento e di successo, argomenti non sempre in unione tra loro nel panorama letterario e di Sergio, attore tra i più importanti e capaci nel mondo dello spettacolo italiano – Pietro Contento Castellitto, nato nel 1991, ha debuttato nel cinema a tredici anni in una piccola parte nel film del padre Non ti muovere (2004). Viene diretto dal padre in altri due film: La bellezza del somaro del 2010 e Venuto al mondo del 2012. Nello stesso anno viene scelto da Lucio Pellegrini per interpretare il ruolo di Marco nella commedia È nata una star? con Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo. Nel 2018 interpreta Secco in La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi, per cui vince il premio Biraghi ai Nastri d’argento 2019. Pietro non ha scelto il cinema per “pigrizia” mentale, la sua storia è quella di un giovane intellettuale figlio del suo tempo e capace di avere solide e forti passioni popolari, come quella per la Roma, la squadra del cuore, che lo vede in questo periodo impegnato a girare con il ruolo da protagonista Speravo de morì prima, produzione originale Sky in cui interpreta Francesco Totti, idolo della tifoseria giallorossa ed emblema di un’intera città, tra i vincitori dell’indimenticabile Mondiale 2006 in Germania.

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Facoltà di cinema. Ca’ Foscari Short da 10, nonostante tutto
di Federica Cracchiolo   
mercoledì 07 ottobre 2020
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L’Università di Venezia apre i battenti alla 10. edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival, che per questo particolare anno diventa autunnale, in onda (e in presenza) dal 7 al 10 ottobre, facendoci gustare, nonostante le difficoltà del momento, un’ampia rassegna di corti, come sempre di alto livello e provenienti da 27 paesi diversi. Primo in Europa ad essere ideato e gestito da un’università, il Festival vede protagonisti i giovani, come creatori, organizzatori, distributori e naturalmente come pubblico, a cui l’iniziativa in primis si rivolge. La sede rimane storica, nel campo che è polo dei giovani, l’Auditorium Santa Margherita, ma non sarà unica: prestigiose istituzioni veneziane come il Candiani, la Querini Stampalia e la Giorgio Franchetti offrono i loro spazi e permetteranno una sincronica visione in streaming delle opere.

 

Con ben 30 corti in gara, la Mostra vuole guardare al futuro, trattando tematiche più che mai attuali. È il caso dei programmi New African Cinema e East Asia Now, che ci conducono all’esplorazione di realtà ancora troppo lontane dalla nostra, e del privilegio dato al poco riconosciuto cinema indiano, con la messa in scena di tre opere di Amil Dutta.

 

In materia di attualità, il distacco si fa materia prima del Festival, come nel candidato Oscar Daughter di Daria Kashcheeva, breve ma struggente lettura del rapporto tra una giovane e il padre morente attraverso i ricordi dell’infanzia.

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