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VENEZIA77 | Intervista a Philippe Lacôte
di Delphine Trouillard   
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LA NUIT DES ROIS (Night of the Kings)

di Philippe Lacôte

con Koné Bakary, Steve Tientcheu, Rasmané Ouédraogo, Issaka Sawadogo, Digbeu Jean Cyrille, Abdoul Karim Konaté

(Costa d’Avorio, Francia, Canada, 92’)

 

DIETRO LE SBARRE

La Maca, la prigione di Abidjan è la più grande di tutta la Costa d’Avorio, si trova nel cuore della foresta ed è governata dagli stessi prigionieri. Qui viene condotto un giovane uomo che, con il sorgere della luna rossa, è designato dal Capo come nuovo “Roman” e costretto a raccontare una storia agli altri detenuti. Sapendo quale destino lo attende secondo le regole di La Maca, Roman non ha altra scelta che far durare la sua storia fino all’alba. Un prison movie dai risvolti inaspettati che si tramuta in un grande omaggio all’Africa. Unico film dell’Africa sub-sahariana al Festival e primo film ivoriano selezionato per Orizzonti negli ultimi vent’anni, La nuits des rois del regista franco-ivoriano Philippe Lacôte ha partecipato al Gap Financing Film Market di Venezia nel 2019 ed è stato accompagnato dal TorinoFilmLab durante il suo processo di scrittura e nella fase di distribuzione. Seconda prova al lungometraggio di finzione per Lacôte, che aveva esordito nel 2014 con Run nella sezione Un Certain Regard a Cannes. (Chiara Sciascia) 

 

In La nuit des rois racconta il fenomeno dei “microbi” (les microbes) in Costa d’Avorio, le gang di ragazzi dei quartieri popolari di Abidjan, partendo da un personaggio realmente esistito, Zama King. Perché?

Dal 2002 cerco di documentare i diversi risvolti della crisi ivoriana. Ho realizzato un primo documentario, Chroniques de guerre en Côte d’Ivoire, sul conflitto avvenuto dal 2002 al 2007, cui è seguito Run. Per due decenni ho osservato ciò che succedeva nel mio paese e il personaggio di Zama, bruciato, torturato e ucciso dal popolo — hanno perfino fatto sparire il suo corpo —, mi è parso un segno forte della violenza che domina la vita quotidiana ad Abidjan. La sua agonia è stata filmata e quando ho visto il video mi sono interessato a questo ragazzo il cui percorso mette in discussione la gestione del paese nel suo periodo post-crisi. Ho voluto quindi raccontare la sua storia ripartendo da fatti oggettivi, ma anche usando stili propri alla cultura africana, mitologie ed elementi ‘meravigliosi’, così da farla diventare una leggenda metropolitana.

 

Infatti per certi aspetti questo film ha qualcosa di una favola. Le danze, i canti, le scene di combattimento. Quali sono le sue fonti di ispirazione?

Attingo dai film dei miei due registi preferiti, John Coltrane per il ritmo e Gabriel García Márquez per il lato appunto meraviglioso e magico di certe scene. Queste ultime sono, secondo me, indispensabili per avere uno sguardo giusto, coerente con la cultura africana. È importante raccontare l’Africa attraverso la sua specifica visione della realtà, che include anche qualcosa di mistico, di invisibile, di incantato, di sfasato dal punto di vista temporale.

 

I suoi film sono tutti molto impegnati politicamente. Ritiene, in quanto regista, di avere una responsabilità nei confronti del pubblico ivoriano e internazionale?

Credo che i registi debbano rispettare un impegno nei confronti degli spettatori. A maggior ragione in Africa, dove siamo in pochi a esercitare questo mestiere. In tutto il continente ci sono pochissime persone che hanno la possibilità di esprimersi. Quando si ha questa chance la si sfrutta nel migliore dei modi. È un privilegio per me poter viaggiare e far conoscere il mio lavoro. Per il pubblico ivoriano soprattutto sento di avere il dovere di riflettere al meglio la società del mio paese.

 

Per il casting ha scelto molti ragazzi che hanno recitato per la prima volta…

C’è un forte potenziale di giovani talenti che va messo in luce. Ho scelto alcuni attori professionisti con cui avevo già collaborato nel passato, ma anche ragazzi selezionati tra centinaia di persone dei quartieri popolari. Il fatto di girare con dei non-attori ci obbliga a essere molto preparati. Per due settimane abbiamo organizzato delle prove affinché ognuno conoscesse alla perfezione la sua parte, un po’ come una coreografia. Ho chiesto loro di usare la loro lingua, il Nouchi, l’‘argot’ ivoriano, per questo motivo il risultato non rispecchia esattamente il testo che ho scritto. L’effetto è molto spontaneo.

 

È la prima volta che un suo film viene selezionato a Venezia? Cosa si aspetta dal Festival?

Spero che questo film trovi il suo pubblico. Sono molto felice di rappresentare la Costa d’Avorio dopo vent’anni di assenza del Paese alla Mostra del Cinema.