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Cappa e spada. San Martino, una storia antica, tante tradizioni
di Redazioneweb   
Image11 novembre, San Martino. Non un giorno qualsiasi, almeno a Venezia, dal momento che alla tradizione del Santo a cavallo, passato alla storia anche iconografica per il suo gesto nell'intento di donare il suo mantello a un viandante povero, è legata indissolubilmente una golosa ricetta, che assume la consistenza di un dolce di pasta frolla a foggia del Santo a cavallo con tanto di copricapo, svolazzante mantello e elsa sguainata protesa verso l'alto, il tutto riccamente decorato di confetti e cioccolatini, contornato da un cordoncino di zucchero solidificato che ne traccia le forme. È il Sammartin conosciuto da tutti in città, con un nome pronunciato, frutto della crasi tipica lagunare.

 

L'11 novembre 2020 i bambini di tutte le età, anche quelle il cui verde si è colorato di grigio, dovranno ricordarsi della chiusura anticipata delle pasticcerie, ma non è un problema loro, spetta a genitori, zie o zii, amici o fratelli, il piacere dell'acquisto, anche per poter rivendicare il “diritto” di addentare qualche parte del biscottone.


Si tratta di un appuntamento irrinunciabile e non sarà il virus insidioso a fermare la tradizione, anche se inevitabilmente costringerà a una versione a distanza di sicurezza, del giro tra calli e campi di gruppetti festanti di bambini con coperchi sbattuti volutamente per produrre un rumore assordante intonando: “Viva viva San Martin!...” chiedendo ai passanti e ai negozianti un soldo o dei dolci come ricompensa, scandendo un coro ulteriore con intento canzonatorio per indurre alla generosità:
«Fe atenzion che semo tanti
E fame gavemo tuti quanti
Stè atenti a no darne poco
Perché se no stemo qua un toco!»


Dove nasce e chi era questo Santo prodromo di Superman, eroe famoso per il rosso mantello, oppure di Zorro, guerriero a cavallo, sempre intento a far svolazzare il mantello tra una galoppata e l'altra?


Martino, il cui nome deriva da Marte, dio della guerra, nacque nel 316 o 317 in un avamposto dell'Impero Romano, più o meno situato nell'odierna pianura ungherese.


Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre era stato destinato, e in quella città trascorse l'infanzia. A quindici anni, in quanto figlio di un militare, dovette entrare nell'esercito. Come figlio di veterano fu subito promosso al grado di circitor e venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens. Il compito a lui affidato era quello di fare la sorveglianza notturna alle guarnigioni e durante una di queste ronde capitò l'episodio che lo rese celebre e pure santo.

 

Secondo la letteratura a lui dedicata, dopo la divisione del suo mantello col povero semi ignudo, la notte successiva gli apparve in sogno Gesù, rivestito della metà del suo mantello militare che diceva ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi.


Il termine latino usato per indicare un "mantello corto" è cappella, in senso traslato venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.


ImageIl sogno, neanche a dirlo, ebbe un grande impatto su Martino, che abbracciò in modo più che convinto il cristianesimo, lasciando l'esercito dopo una carriera ventennale e iniziando la seconda parte della sua vita dedicata alla lotta contro l'eresia ariana, condannata dal Concilio di Nicea. Per questo motivo Martino venne cacciato dalla Francia e poi da Milano dove erano in carica vescovi seguaci dell'arianesimo. Arrivò nel 357 all'isola di Gallinara in Liguria, dove condusse quattro anni di vita da eremita in un luogo bellissimo (gran gusto estetico questo Martino ndr.). Si fece monaco quando ritornò a Poitiers, complice Ilario, vescovo cattolico non ariano, e venne presto seguito da nuovi compagni, fondando uno dei primi monasteri d'Occidente, a Ligugé. Nel 371 Martino divenne vescovo di Tours, avviando un'energica lotta contro l'eresia ariana e il paganesimo rurale. Inoltre predicò, battezzò interi villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani, dimostrando comunque compassione e misericordia verso chiunque. E la sua fama crebbe a dismisura, era considerato un taumaturgo e un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà.


Martino morì l'8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace tra il clero locale. La sua morte, avvenuta in fama di santità, grazie all'attribuzione di numerosi miracoli, segnò l'inizio di un culto nel quale la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l'attività missionaria erano associate.


L'11 novembre è la data che la storia ci tramanda come giorno del suo funerale, seguito da una numerosissima folla di persone.
Ogni 11 novembre i bimbi delle Fiandre e della Germania cattolica, Austria e Sud Tirolo partecipano a una processione di lanterne, ricordando la fiaccolata in barca che accompagnò il corpo del Santo a Tours. Spesso un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul Santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l'oca. Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche; il rumore fatto da queste “spie” rivelò però il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.


In molte regioni d'Italia l'11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (da qui il proverbio  «A San Martino ogni mosto diventa vino») ed è un'occasione di ritrovo e festeggiamenti nei quali si brinda, appunto, stappando il vino appena maturato, accompagnato da caldarroste.


Nel nord Italia, specialmente nelle aree agricole, fino a non molti anni fa, tutti i contratti (di lavoro ma anche di affitto, mezzadria, ecc) avevano inizio (e fine) l'11 novembre, data scelta in quanto i lavori nei campi erano terminati senza che fosse già arrivato l'inverno. Per questo, scaduti i contratti, chi aveva una casa in uso la doveva lasciare libera proprio l'11 novembre e non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all'altro, facendo "San Martino", nome popolare, proprio per questo motivo, del trasloco.
Ancora oggi in molti dialetti e modi di dire del nord "fare San Martino" (Fàa Sàn Martéen o fàa Sàn Martín in lombardo, fèr Sàn Martèin in modenese-emiliano, far San Martìn in veneto) mantiene il significato di traslocare.

 

Un capitolo a parte riguarda la persegada, dolce tipicamente veneziano, meno diffusa del biscotto ippomorfo di pasta frolla, considerata anch'essa una vera delizia. Malgrado il nome rimandi al persego, nome dialettale per indicare la pesca, ha invece a che fare con la mela cotogna. Si tratta di una qualità di mela - nota ai Greci e ai Romani, che consideravano questo frutto caro a Venere - originaria dell'Asia Minore e diffusa dalla Cina al Mediterraneo, la cui produzione in Italia si è significativamente ridotta, al punto di essere quasi una rarità.

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ImageA Venezia la persegada viene preparata da alcune pasticcerie, attente alla tradizione, si tratta di medaglioni circolari con l'effigie di San Martino a cavallo, decorati con dei piccoli confetti color argento a forma di pallini e con un nastrino spesso di colore rosso alla sommità.


Alla mela cotogna si attribuisce un significato simbolico: un potere di vincere sulla morte. Grazie a Paolo Rumiz e al suo libro La cotogna di Istanbul, queste parole raccontano in modo esemplare il valore dell'antico frutto: «Il vecchio disse piano “La cotogna non sopravvive soltanto all’inverno, ma è anche il solo frutto che col tempo è capace di rendere più forte l’odore suo e non farlo illanguidire. È brutto, tutto pieno di bitorzoli ma con l’età diventa più rotondo, più morbido, direi, più femminile. È vita, forza, sostanza e profumo frutto che resta per sempre fedele e con il suo colore giallo-oro diventa una promessa di ricchezza. Ha preso il nome, lontano da qui in un villaggio di nome Kydones perduto tra le gole d’Anatolia e l’hanno amato i Greci e gli Ottomani. La cotogna si mangia la seconda sera del Capodanno ebraico, per non dire del fatto che i cristiani la usano gustare a San Martino che torna di novembre, il giorno 11 per propiziare un’annata più dolce. E l’11, tu pensa, nella cabala è il numero fatidico che indica un nuovo inizio, la resurrezione. [...]».