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Haute couture. Incontro con Luciana Boccardi
di Fabio Marzari   
giovedì 10 dicembre 2020
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Un bicchiere d'aranciata
Luciana Boccardi (Venezia, 1932-2022)


Erano giorni che provavo a mettermi in contatto con Luciana, solitamente i suoi messaggi e le sue mail arrivavano puntuali, non stavolta. Avevo appena terminato di leggere il libro “dentro la vita”, secondo capitolo della sua autobiografia, e volevo immediatamente farle i complimenti per la storia appassionante, coraggiosa, avvincente e piena di personaggi, con Venezia a fare da sfondo necessario e fiero ad un racconto di vita inevitabilmente epico e scritto in maniera ineccepibile, capace di suscitare emozioni anche visive, specie in noi che abbiamo la fortuna di vivere Venezia nella quotidianità. E poi la notizia tragica della sua scomparsa, seppure ad un'età importante. Con Luciana finisce un altro pezzo significativo di Venezia, una memoria storica la sua, animata da un affetto profondo e incondizionato verso un luogo unico. Boccardi rifuggiva ogni retorica, la sua ironia si posiziona sempre ai confini del sarcasmo, pungente e tenera allo stesso tempo, una Signora che si è conquistata lo spazio di vita terrena grazie alla sua intelligenza e curiosità verso il mondo che le stava intorno e oltre. Non sembri riduttivo ricordare Luciana Boccardi con un sorso di aranciata, sono certo lei gradirebbe molto...
[Fabio Marzari, 13 gennaio 2022]

  

 

[INTERVISTA A LUCIANA BOCCARDI, dicembre 2020] 

Fatico a tenere a bada le iperboli per parlare di Luciana Boccardi, scrittrice, giornalista di lungo corso, veneziana doc e persona straordinaria dalla vita straordinaria. La lunga intervista che segue restituisce l’immagine, perfettamente aderente alla realtà, di una donna forte, coraggiosa, determinata, che con intelligenza e molta ironia ha saputo e sa raccontare i cambiamenti del costume in modo efficace e sempre puntuale. Nella bellissima casa alla Bragora, il suo rifugio, accogliente e ancora pieno di vita e di energia, in mezzo ai suoi libri, l’inseparabile pianoforte, gli oggetti e i ricordi di una vita, meno un bicchiere, che ho mandato in frantumi con immensa goffaggine durante la nostra intervista, le ore scorrono veloci come in una piacevole commedia di cui Luciana è protagonista indiscussa. Che donna la Boccardi!

 

Iniziamo inevitabilmente parlando di moda...

Mi chiedo sempre perché tutti mi domandano della moda. Forse perché la moda è più attraente. È un discorso sempre furbo, che piace. Se penso a quanto ho fatto negli anni passati per il discorso “donna”, quando mi sono buttata a pesce durante gli anni di piombo, ed è stata una cosa pesantissima, dirigendo dal 1974 al 1977 «Il Femminile» – ho voluto mettere di proposito l’articolo maschile davanti! –. È stata un’esperienza importantissima; nasceva in quel periodo il femminismo violento con tutte le lacune che aveva allora e che ha ancora oggi. La moda è decisamente furba, sì. Se io sono ancora “viva” come giornalista è proprio perché mi occupo di moda.

 

Ritiene che oggi le donne siano raccontate in modo corretto?

Il modo di raccontare l’argomento “donna”, in ambito sociale e sui media, è inficiato di opportunismi e ipocrisie e i risultati che non ottiene purtroppo lo dimostrano di giorno in giorno. Tutti sono d’accordo sulla necessità di cambiare la mentalità del mondo maschile nei confronti dei deboli, in questo caso delle donne, oltre all’imprescindibilità di inasprire le pene per i colpevoli di violenze morali, fisiche, di femminicidi. Si tratta di una vera e propria rivoluzione che le donne hanno avviato ai tempi delle loro lotte aperte per l’emancipazione. È evidente, però, alla luce dell’oggettivo fallimento di ogni tentativo di civilizzazione dei criminali di turno, che queste battaglie sono state condotte nel tempo non così efficacemente come si sarebbe pensato e sperato vista la consistente persistenza di casi di violenza e discriminazione verso il genere femminile. Come è possibile che questa evoluzione, figlia di una vera rivoluzione, si sia non dico del tutto arrestata, ma di sicuro troppo lentamente dipanata? Ho sempre stigmatizzato – fin da quando nei lontani anni Settanta commentavamo i movimenti di protesta femminili – le marce contro la violenza, i simboli che allora erano zoccoletti e riccioletti (e oggi sono le scarpette rosse, il muro di bambole appese, le panchine dipinte di rosso…), che possono avere una loro forza morale, poetica, civile, ma che non possono diventare armi per una rivoluzione in piena regola che deve avere lucidamente chiaro quale sia il suo prioritario obiettivo fuori da ogni istanza velleitaria e generica. Le armi che noi civili possiamo utilizzare sono le leggi, a tutt’oggi troppo indulgenti e permissive; la morale sociale è ancora permeata di tabù legati a una cultura influenzata da suggestioni religiose, tradizionali, che raccontano la donna sempre in posizioni di secondarietà rispetto agli uomini: rimane nel 2020 incontemplabile di fatto immaginare, prevedere donne, che so, che officino funzioni religiose o che magari vestano l’abito cardinalizio. E questo non vale solo in ambito ecclesiastico, pur essendo il contesto più conservativo della nostra società.

Eppure le armi “poetiche” scaturite dalla forza d’urto femminile oggi si materializzano in istanze tipo il cambio di vocale nelle desinenze di termini da sempre ora al maschile ora al femminile, per consuetudine, totalmente ininfluenti ai fini di un raggiungimento di un’effettiva, vera parità nei ruoli e nelle professioni del nostro presente. Donne avvocato o chirurgo non raccoglierebbero meno rispetto senza la declinazione al femminile, così come il farmacista, il giornalista, il dentista o il pediatra maschi non perderebbero nulla nella considerazione del loro prossimo se la vocale finale dei loro ruoli professionali fosse al femminile. Mi permetto di definire queste rivendicazioni pure armi spuntate, oggettive idiozie. Per una rivoluzione ci vuole ben altro. Per la riuscita di una lotta è necessaria una strategia che tenga certo prioritariamente conto delle responsabilità di chi offende, ma che al contempo sappia vedere e considerare anche gli errori eventuali di chi è offeso, della parte sofferente. Vi è per esempio una certa indulgenza nei confronti di atteggiamenti delle donne che possono risultare provocanti, complici anche le mise, un abito, qualche atteggiamento particolare... C’è una sollevazione di insofferenza nel mondo femminile quando si mette il dito su questa “debolezza”, che certo in un contesto civilizzato non sarebbe tale ma corrisponderebbe a una benefica libertà di espressione, ma che in una situazione di “conflitto”, di rivoluzione culturale a difesa della vita di tante donne minacciate non può che rappresentare un oggettivo errore tattico. È ora di finirla con i moralismi o perbenismi ideologici che sono alla base della pacifica e bonaria rivolta femminile. È ridicolo pretendere che a farti vincere una rivoluzione sia l’accettazione pacifica dei tuoi fini da parte del tuo nemico. Agli uomini venga rinfacciato senza riserve un atteggiamento vigliacco e criminale, retrò e incivile. Evidenziano la loro debolezza, l’incapacità di difendersi eventualmente da una situazione insostenibile usando le parole, le leggi, la civiltà. Ma diciamo anche alle donne di mettere in atto espedienti di difesa personale espressioni di un’intelligente, incisiva prudenza nell’affrontare situazioni di rischio evidente. Qui ci sono donne che muoiono. Non scherziamo!

Insisto tornando sui modi e la moda, prendendo a prestito il titolo della sua seguitissima rubrica sul «Gazzettino».
La moda e i modi sono l’apparire, il modo di sentirsi, di esprimere determinate convinzioni o per far finta di avere determinate convinzioni, perché aiuta. La moda è il vestito dei pensieri. Si può capire chi è – o chi vuole apparire – una persona da come si veste (o non si veste). Vestirsi da contestatori (si usa molto) non significa esserlo davvero. La moda è il racconto della bellezza, e la bellezza si sa è sempre soggettiva, relativa. Oggi è bello ciò che ieri era considerato brutto. Si capisce chi è una persona da come si veste o da come non si veste o da come vuole si creda che lei sia. Da sempre la contestazione si affida meramente al vestito, ma non è che io ci creda molto. C’è bisogno di sentirsi contestatori perché esserlo per davvero è difficile, quanto conformismo in questo atteggiamento. La moda è uno strumento che esprime la bellezza, cioè cerca di abbellire o anche, come capita sempre più spesso oggi, di imbruttire. C’è una moda che cerca il brutto perché sono cambiati i valori: il bello, considerato come ricerca di armonia oggi non è più un valore, il brutto che era la disarmonia in assoluto è diventato la nuova armonia. La moda ha subito il bene e il male della globalizzazione: indossando un capo ci si sente di appartenere al gruppo del mondo, quelli che vi si sottraggono creano a loro volta la moda “negazionista”! La moda è un discorso molto ampio, molto più importante di quanto non si possa credere all’apparenza. Non avrei mai pensato di entrare in questo mondo, che rimane ancora molto intrigante, sì. Quando mi ci sono ritrovata mi ha affascinato l’idea di una creatività che può esprimersi col niente. Anche una sartina di provincia può esprimerla, può essere van Gogh a suo modo...
 
ImageMa come è arrivata ad occuparsi di questo?
Grazie al mio lavoro ho potuto fare moltissimi viaggi in ogni angolo del Pianeta. Sono arrivata alla moda attraverso il giornalismo, dopo aver vinto con un racconto breve un premio letterario. Che mi consegnò George Simenon. Il premio consisteva nella pubblicazione del racconto a mia scelta o su «La Stampa» o su «Il Gazzettino» o sul «Corriere». Io scelsi «Il Gazzettino» perché era ed è il mio giornale, il quotidiano della mia città, una cosa a cui tenevo e tengo molto. Quando andai a parlare con il direttore per questa cosa, mi invitò a scrivere per la terza pagina; finché un giorno mi disse: «Senti, ma tu della moda cosa sai?». Io risposi di non saperne nulla ed era vero. Rilanciò: «Ma non ti interessa?». «Neanche un po’» feci io. Mi rispose: «Allora vai a farmi la moda!». Era anche un modo per garantirmi una certa stabilità in quanto allora, essendo una donna, salvo eccezioni da contare su tre dita, nei giornali potevi scrivere di mamme, di bambini, di casa, di cucito o di moda. Cominciai con un pezzo che raccontava di una crociera. La moda prêt-à-porter nasceva allora in Italia, erano gli anni ‘70; c’erano le sfilate dell’alta moda a Roma e poi a Parigi e in giro per il mondo. Feci una certa strada mia, ricevendo così inviti per ogni occasione ovunque. Erano incredibili gli eventi che accompagnavano la moda, che poi si è trasformata in vero e proprio spettacolo fino a rivestire un ambito intellettuale. Ora lo sta diventando fin troppo; alcuni stilisti fanno i filosofi, vorrebbero essere Nietzsche o Schopenhauer. Però la moda ha saputo acquisire anche un suo spazio intellettuale di rilievo; mi è piaciuta e mi piace ancora, è il mio lavoro. Oggi, in questo momento drammatico a causa della pandemia, si è capito che la frenesia folle di una serie continua di collezioni cruise, capsule andava fermata. Come sempre è stato Armani, uomo di pensiero e azione estremamente concreto, a capirlo e applicarlo per primo: bastano due collezioni all’anno. Altri, come Alessandro Michele per Gucci, hanno voluto scompaginare il panorama lavorando sul gender; ora siamo sugli uomini vestiti da donna, c’è il cantante modello che conquista la copertina di «Vogue» in abito femminile, tutto questo va bene, ma domani? Il momento può essere divertente, geniale, non sono mai contraria a una cosa nuova, ma che sia nuova non mi basta: se deve essere bella deve diventare bella davvero, bella nel senso dei valori che diamo alla bellezza che sono soggettivi, temporanei. La bellezza al tempo di Cranach non è la bellezza al tempo di Tiziano o di Veronese; la bellezza delle donne magre, anoressiche di dieci anni fa non è la bellezza del periodo degli anni ‘20 del Novecento. Quindi stiamo un po’ a vedere, io sono curiosa sempre e sono attenta, molto attenta. Il Covid inevitabilmente imporrà delle nuove scelte.  


E l’eleganza come potremmo definirla?

L’eleganza è un modo di essere che ha poco a che vedere con i vestiti. L’eleganza si ha dentro. Un vestito portato da una persona elegante dentro diventa elegante da solo, mentre un vestito da solo non potrà mai essere di per sé elegante: può essere bello, come un bel quadro. È il modo di essere, di parlare, di pensare, di proporsi. Secondo me può essere elegante anche una donna molto semplice, con un suo certo modo di muoversi, di pensare; una signora perfettamente abbigliata può essere invece una cafona che l’eleganza non sa neppure cosa sia. Ho visto moltissimi vestiti eleganti, col mio lavoro è facile trovarli, ma rimangono abiti. Non mi basta vedere una persona per giudicarla elegante, devo conoscerla, osservarla.
Un passaggio fondamentale c’è stato tra l’alta moda, quella dei sarti, quando ancora si chiamavano così, e quella degli stilisti, che a volte non sanno neppure come si faccia a cucire. I sarti mi sono rimasti dentro perché sono dei veri creativi, dei piccoli artisti, lo stilista invece no, perché ‘semplicemente’ intercetta o anticipa una data tendenza e disegna un abito. L’alta moda creava degli abiti pensati per una persona, il prêt-à-porter è invece massificante, potrà anche essere di lusso totale, ma rimane sempre massificante.

 

Image A proposito di miti, lei ha avuto la fortuna come racconta in un libro, Con Ingrid tra colline viola, di passare un’intera giornata ad Asolo con la più importante diva di quegli anni: Ingrid Bergman. Come fu quel giorno?

(Boccardi alza lo sguardo e le brillano gli occhi, ndr.)
Bello! Tutto nasce da una richiesta di una mia carissima amica, che ora non c’è più, Flavia Paulon, che era stata una mia collega in Biennale. Io seguivo musica e teatro, Flavia il cinema. Quando andò in pensione inventò un festival cinematografico ad Asolo che raggiunse una certa notorietà. Un giorno mi arrivò una telefonata in cui Flavia mi chiedeva, anzi mi intimava, di recarmi ad Asolo l’indomani. «Tu domani devi venire ad Asolo, sono nei guai, è stato sbagliato il biglietto di ritorno di Ingrid Bergman e si deve fermare per forza un giorno in più al Cipriani. È stanca, ha già ricevuto tutti i giornalisti e mi ha detto che non vuole più parlare con loro. Io non posso seguirla perché ho la cena dei politici e devo preparare tutto. L’unica persona che non dirà niente a nessuno di questo fatto e che sarà in grado di stare benissimo con lei sei tu. Aiutami: devi solo stare con lei ed è una persona magnifica!». Cedo alle sue pressioni e vado ad Asolo. Flavia mi presenta alla Bergman. Comprendo subito di trovarmi di fronte ad una persona molto gentile ed educata, che si teneva sempre stretto il braccio, senza mai lamentarsi o parlare del suo male. Stiamo nel giardino dell’albergo e conversiamo, Flavia mi dice che ho un’auto con autista a disposizione e che lei avrebbe dovuto andarsene perché aveva mille incombenze da assolvere. Rimaniamo io e lei, ero un po’ intimidita, avevo un ruolo strano, non ero un’amica e non ero, come si direbbe oggi, nemmeno la sua badante. Ci guardiamo, lei mi dice che se avessi avuto da fare non c’erano problemi, io le spiegai che il mio da fare per quel giorno era stare con lei e allora così avremmo fatto, sciogliendo così ogni timore. Mi ero preparata per fare la guida e così le proposi di fare un giro per Asolo. Lei gentilissima accettò ben volentieri, ma si capiva che stava male, che era molto stanca. Salimmo in auto e mentre l’autista ci conduceva alla Rocca si avviò tra noi un dialogo di grandissima comunanza; la sentivo amica e lei mi trattò come tale. Diventò una cosa molto strana. Lei in quel momento era tra le più importanti e famose attrici al mondo. Io non ero e non sono sensibile alle celebrità, ma con lei era indubbiamente diverso, eppure qualsiasi circostanza scioglieva le distanze. Ogni tanto aveva dei momenti di silenzio che rispettavo e lei dimostrò di apprezzare molto questa mia discrezione, me lo disse anche. Mi chiedeva curiosità su Asolo e non solo. Io volevo scoprire perché si chiamasse viola il paesaggio di Asolo, ma non lo sapeva nessuno; l’impiegata dell’ufficio turistico mi rispose addirittura che si chiamava viola perché c’era molta uva nera e per le more dei gelsi... Ho scritto un libro poi sulla storia dei colori e il viola ha quelle connotazioni che somigliano molto ad Asolo, sì. Ingrid Bergman mi disse che il giorno prima l’avevano portata con un gruppo di politici e altri ospiti a visitare la tomba della Duse nel cimitero di Asolo e mi chiese di poterci tornare. Quella visita è stata un momento per me indimenticabile, il tempo più intenso di quella giornata. Lei si fermò immobile davanti alla tomba mentre io le raccontavo che fu la Duse stessa a voler essere sepolta nella posizione che guarda il Grappa; le parlai anche di D’Annunzio, che io detesto, in termini poco lusinghieri. Me la ricordo benissimo lei ferma al cospetto della tomba e io che mi facevo da parte. In quel momento ho avvertito chiaramente la presenza di quattro persone oltre a me: c’era lei, Ingrid, c’era la Duse e c’erano D’Annunzio e Rossellini. Era stata lei a raccontarmi stupita che in Italia tutti le chiedevano sempre e solo di Rossellini, che non era stato il più grande amore della sua vita. Lo era stato invece il suo terzo marito, che dovette sposare un’altra donna perché l’aveva messa incinta. Rossellini era stato un amore, durato dieci anni, ma non il più grande. In quel momento c’erano Rossellini e D’Annunzio, due gaglioffi, lei e la Duse, due donne tradite. Ad un certo punto si scosse, come se si svegliasse da un passato improvvisamente riapparso, e mi ringraziò per la mia delicatezza. Tornati in auto mi raccontò di quando per la prima volta guardò nella valigia di Rossellini. Non era mai successo prima, si stavano lasciando, e vi trovò confezioni di spaghetti. Mi ha distrutto l’uomo. Lei era realmente una donna eccezionale e fu il terzo marito, Lars Schmidt, che andò a trovarla in ospedale per il suo compleanno la sera prima che morisse; era rimasto un bell’amore. Quell’incontro ad Asolo fu indimenticabile per me. Ho incontrato uomini potenti, di tutti i tipi, ma una donna come lei no, mai. Di quell’incontro non parlai mai, con nessuno. Un giorno, in occasione del centenario della Bergman nel 2015, mi fu chiesto di scrivere qualcosa su di lei. Pensai dapprima che fosse stato detto e scritto tutto su una figura così importante e irripetibile; poi all’improvviso capii di avere una cosa che nessuno aveva mai detto e così decisi di scrivere il libro. Con lei è stato un incontro indimenticabile che mi ha insegnato tantissimo: una lezione data con la grande semplicità  che caratterizza tutte le persone di valore.

Veniamo alla città che lei ama più di ogni altro luogo sulla Terra: Venezia.

Per me Venezia non ha dei limiti, sono quelli che la governano ad averne. Venezia la amo così com’è. Ci sono dei limiti fisici in questa città che la definiscono nettamente e che rappresentano la sua forza: non è una città, è un pianeta! Un pianeta dove la ruota non è mai arrivata, un pianeta dove si vive e si parla in un altro modo, si pensa in un altro modo; mi riferisco ai veneziani quelli di storia veneziana, non a quelli importati dopo. Venezia ha solo dei limiti nella sua conduzione balorda da parte di qualcuno che non è nato nell’acqua. Se siamo pesci e ci avete messo a governare degli elefanti, l’elefante non capisce niente di pesci e così si va a remengo con tutto. Lo scavo dei canali che non si è più fatto da trent’anni e che si faceva da sempre ogni sei mesi, perché i canali erano le strade di Venezia. Poi quando è stata unita alla terraferma, le strade sono state considerate quelle con le macchine e questi sono stati considerati ‘solo’ canali. L’avidità di una pattuglia di imprenditori fascisti assetati di potere ha consentito che si realizzasse un crimine culturale, storico, ecologico con la cancellazione del Comune di Mestre (la città confinante con l’acqua che divide Venezia) al quale, con tutta la terraferma limitrofa annessa venne dato nome Venezia, cancellando anche l’unicità della Venezia vera costruita sull’acqua e circondata dall’acqua che le ha sempre consentito di restare un’isola. Venezia è stata adoperata, sfruttata, spremuta: forse era una creatura troppo diversa, troppo grande per i Piemontesi che dovevano fare l’Italia. Mal si prestava a essere ‘lavorata’ come qualsiasi altra città o località della Penisola: Venezia era un pianeta, e i Veneziani erano dei matti che camminano sull’acqua. Io voglio restare fedele a questo amore che ho per la città, lo sento vivissimo; ho una disposizione isolana, sono elitaria, forse persino stronza: penso che l’unico modo che abbiamo per difendere ciò che resta di Venezia sia davvero  diventare stronzi. La Venezia della mia gioventù era un pianeta in cui si viveva come vivono gli inglesi in Inghilterra, che non hanno mai avuto l’Europa, così come noi non avevamo l’Italia. Avevo una nonna che chiamava “gli Italiani” quelli che abitavano a Milano, o a Napoli, o a Padova: «stai attenta agli Italiani», diceva, perché la storia che lei conosceva si era fermata all’ingresso contestato di Vittorio Emanuele in piazza San Marco nel 1866! Che un Veneziano sia diverso nel modo di parlare, di porgersi, di essere era, ed è ancora, un fatto oggettivo. Oggi Mestre è abitata da un gran numero di ex veneziani divenuti a tutti gli effetti cittadini di terraferma. E di quell’area hanno inconsapevolmente appreso la parlata con accenti diversi, più marcati, persino con l’eliminazione della lettera “L”, elle, che nel dialetto veneziano di sempre consente una pronuncia particolarissima e scivolata, mouillèe, quando si trova tra due vocali, in termini come ad esempio gondola, bela, putela, de la, sardela, Castelo, sparelela, eccetera. Oggi nelle insegne, nei menu dei ristoranti, ovunque, persino nelle comunicazioni ufficiali diramate dal Comune di Venezia, leggiamo le stesse parole scritte nel dialetto mestrino, più vicino al padovano che al veneziano: gondoa, putea, dea, sardea, Casteo, sparasea, eccetera. Con buona pace della musicalità riconosciuta da poeti e cantori al dialetto veneziano vero.  

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Giornalista o scrittrice? Quali le differenze?

Ci sono giornalisti che possono diventare scrittori, meno scrittori che possono diventare giornalisti. Il giornalista, soprattutto ora, non può perdere di vista la notizia, mentre un tempo c’era un giornalismo più di pensiero. Oggi il giornalismo d’opinione non c’è praticamente più. Il giornalista attuale è tenuto a dare la notizia, i fatti, mentre uno scrittore i fatti li esamina li rielabora. Il giornalista è come contenuto in un pentagramma: è tra le righe e deve starci dentro, ha le misure e ne è obbligatoriamente condizionato; lo scrittore non ha misure. Dare i fatti è il dove, quando, cosa; io sarei invece per il come e perché. Ecco la differenza. C’è una caratteristica che il mio direttore, Roberto Papetti, volle sottolineare parlando del mio lavoro di giornalista quando ebbe a presentarmi in Palazzo Ducale, in occasione della celebrazione del centenario di nascita di Ingrid Bergman (1915–2015) per la quale mi era stato chiesto il libro dedicato a Ingrid. In quella circostanza, Papetti disse una cosa che nessuno aveva mai riscontrato prima, neppure io stessa. Disse, approvando il mio giornalismo, la mia scrittura diretta: «La Boccardi è umile». L’umiltà non è arrendevolezza, non è cedimento, l’umiltà è accettare un aiuto. L’umiltà è dei forti, non è dei deboli. Papetti primo e unico lo disse ed io quasi mi stupii: umile io? Eppure è vero, è sempre stata una caratteristica che mi ha accompagnato nel lavoro e anche nella vita. Mi ha aiutato tantissimo, perché ho potuto imparare sempre, da tutti. Ho sempre avuto fame di apprendere, anche perché la scuola me la ero inventata io, avevo altro per la testa che la scuola.

ImageÈ da poco uscito il suo Burlesque. Dizionario surreale (La Musa Talìa editrice). Ora a cosa sta lavorando?

Burlesque. Dizionario surreale, non saprei se definirlo un libro, un abecedario, un ripasso di persone e cose incontrate nella vita e guardate con un occhio divertito, sorridente, ironico, talvolta puntuto: surreale. In questo vocabolario della fantasia ci sono persone incontrate davvero ed altre conosciute attraverso le loro opere, c’è Dior, c’è Armani, c’è il macellaio della Bragora, ci sono giornaliste di moda e personaggi dello schermo, ci sono opere d’arte, canzoni, c’è Chopin perché ho ascoltato un suo valzer, Debussy con il Chiaro di luna, ci sei tu che mi leggi, c’è Mussolini e c’è Hitler. Per lui mi è venuta solo una frase che gli faccio dire: «... E pensare che volevo fare il pittore!».
Mi chiedevi a cosa ora sto lavorando: a una storia – per me molto importante – senz’altro originale, insolita. Una vera e propria saga che, scrivendola, riconosco io stessa avvincente, inizia a metà dell’Ottocento con una famiglia che ha vissuto vicende originalissime, strane che hanno acceso l’interesse dell’editore Fazi che mi ha chiesto di raccontarla in tre volumi. Sarà una trilogia che nel primo volume racconterà la storia dalla metà dell’Ottocento fino alla mia nascita e ai miei vent’anni. Una storia che nel secondo libro racconterà vicende, incontri, fatti e sentimenti dai miei vent’anni ai sessanta. Praticamente il cuore della vita vissuta senza economie di eventi, scelte, capovolgimenti, ideali, successi, lotte, amore. Soprattutto l’amore materno per mio figlio Emiliano, oggi ultraquarantenne, docente di filosofia della scienza nell’Università brasiliana di Salvador de Bahia. Il terzo libro, dai sessant’anni alla... fine, dovrebbe parlare d’amore, perché solo con l’amore può reggersi la vecchiaia, che io ho vissuto, dolcissima, accanto a un marito insostituibile (Virgilio Boccardi, che oggi non c’è più), ricordato da tutti non solo come professionista di vaglia, giornalista – fu caporedattore alla Rai di Venezia per 35 anni – ma come uomo di cultura, scrittore raffinato, soprattutto gran signore veneziano. Ma sull’uscita di questo terzo volume uso il condizionale perché, per ragioni legate, ahimè, all’anagrafe... non so se ci sarò ancora a narrare, a raccontare, soprattutto a raccontarmi, le storie di una vita piena, bellissima! Il primo volume – che avrà per titolo La signorina Crovato (il mio cognome d’origine) è finito e uscirà la prossima primavera. Perché, se non si fosse capito, sarà la storia di tutta la mia vita.

 

La storia?

Ha inizio a metà Ottocento con il mio bisnonno Salvadori, che era professore di Diritto alla Normale di Pisa, il quale sposa la sorella di un editore veneziano, Pietro Naratovich. Sono una famiglia nobile, ma poi con mio papà, un anarchico marxista che fu tra i fondatori del Partito Comunista a Livorno, questa diventerà una vergogna da nascondere. Eloisa sposa il professore e hanno un figlio che sarà il papà di mia mamma e diventerà professore di liceo a Venezia. Studia lettere a Vienna, perché la mamma, nata e vissuta a Fiume, era nella sfera austroungarica. Lui è un giovane molto buono, mite, educato, una persona di un altro mondo. Si usava allora nelle case ricche avere più domestici, tra cui c’era la sarta a giornata in casa, che andava a stirare e a occuparsi del guardaroba e doveva saper ricamare. Un bel giorno arriva in casa una giovane venticinquenne per fare, appunto, la sarta. Si chiama Gina Berton, è bravissima, confeziona degli abiti favolosi, è dinamica, forte ed è figlia di uno che vende formaggi a San Zulian, nell’angolo, con la casa sopra, quasi in piazza San Marco. Donna Eloisa quando venivano le amiche per il caffè settimanale, la nascondeva per paura che gliela portassero via a lavorare in altre case, ma la giovane sarta aveva visto il professorino, il rampollo. Lei era una donna non solo bellissima, ma intelligente, e nonostante l’ostilità di Donna Eloisa per un matrimonio che si proponeva come mix sconveniente tra alta borghesia e popolo, arrivò all’altare con il prof. Iginio Salvadori, più giovane di qualche anno, gentile, bello, educato. Avranno due figlie, e la Gina diventerà mia nonna. Ma la fiaba ...continua.  

Ultimo aggiornamento ( venerdì 14 gennaio 2022 )