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In viaggio con Dante. Incontro con Alessandro Barbero
di Fabio Marzari   
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Professore di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale, Alessandro Barbero alla sua attività accademica – un numero cospicuo di studi e pubblicazioni autorevoli, che gli hanno valso la fama indiscussa di storico tra i più accreditati in tema di Medio Evo –, alterna quella di divulgatore, grazie a una notevolissima capacità di raccontare la storia attraverso le vite degli uomini, i loro costumi e la loro quotidianità. Barbero è uomo iper-contemporaneo cui va riconosciuto il merito ulteriore di saper divulgare attraverso i canali social temi di non immediata presa, conquistando numeri di followers degni delle più seguite influencer. Il professore rappresenta l’esempio concreto di come si possa fare cultura bucando i mezzi a torto ritenuti non conformi alla divulgazione alta. Con la sua capacità di rendere giustizia alla complessità, e di farlo in modo coinvolgente, Barbero ha contribuito in maniera concreta con i suoi interventi seguitissimi ad alimentare la speranza di tutti coloro che auspicano ci sia ancora spazio, nell’epoca di internet, per un certo tipo di cultura.
Nel suo ultimo libro Dante per i tipi di Laterza, Barbero, meticoloso nella ricerca e nell’interpretazione delle fonti, ricostruisce la vita del poeta fiorentino creatore di un capolavoro immortale, ma soprattutto quella di un uomo del suo tempo, restituendone un ritratto multiforme.


Di Dante, grazie alla sua testimonianza personale fornita attraverso le sue opere e per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose di qualunque altro uomo dell’epoca. Tuttavia il libro affronta anche le lacrime e i silenzi che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi della sua vita, presentando diverse ipotesi e in parte scoprendo territori poco battuti dalla critica.
Il libro segue Dante nella sua adolescenza di figlio di un usuario che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche.
Inauguriamo il nuovo anno – anno di celebrazioni per i 700 anni dalla morte dell’Alighieri (1321 – 2021) che comprendono una moltitudine di iniziative, scritti, mostre, convegni, spettacoli, film –, con l’intervista al professor Barbero, con il suo libro e con un piccolo viaggio fuori porta nella vicina Ravenna, teatro finale della vita di Dante.

 

Come espertissimo storico medievalista, con Dante, come si direbbe, “gioca in casa”. Prima di entrare nella vita del Sommo Poeta, ci introduce nella mente di un uomo medioevale?
Bisogna premettere che gli uomini, nel senso di esseri umani, erano individui, anche allora: diversissimi uno dall’altro, proprio come oggi. Dopodiché è legittimo dire che chiunque vivesse al tempo di Dante condivideva certi modi di pensare: primo fra tutti, direi, la fede cristiana, la certezza che Dio ha creato il mondo, nel modo migliore e più razionale possibile, e ha dato agli esseri umani gli strumenti, cioè la ragione, per capire il mondo e per vivere bene; però ci sono anche il diavolo e il peccato, e perciò la vita in realtà è piena di minacce, e ogni essere umano deve cercare di vivere in modo tale da evitare le trappole del diavolo e salvare la propria anima, guadagnare la vita eterna, che è lo scopo ultimo dell’esistenza. Su un piano più quotidiano, una delle grandi differenze fra il loro modo di pensare e il nostro è che loro ritenevano che uomini e donne avessero compiti diversi, che dovessero fare cose diverse e conseguentemente i rapporti fra i sessi erano meno liberi dei nostri. Insomma, gli uomini tendevano a stare con gli uomini e le donne con le donne: anche nelle feste, anche in chiesa.

E poi c’è Dante: chi era davvero l’Alighieri? Quali i tratti salienti da fermare della sua vita?

Ho scritto un libro per provare a raccontarlo, non è facile riassumerlo in due battute… Diciamo che Dante vive nell’Italia dei Comuni, in una grande metropoli ricca e turbolenta; che è ricco di famiglia, anche se forse si vergogna un po’ dei suoi familiari che hanno fatto i soldi con i traffici e con l’usura; che vivendo di rendita può dedicarsi alle sue passioni, che sono innanzitutto la poesia e lo studio, ma a partire da un certo momento anche la politica; e che però, come tutti, ha anche una moglie, dei figli, delle figlie, e si preoccupa di sistemarli...

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Sempre in bilico tra l’amore per le lettere e l’amore per la politica. Come e perché questi due mondi racchiudevano la vera essenza di Dante?
Dante è un intellettuale, in un senso che travalica le differenze fra le epoche: una di quelle persone che provano piacere a leggere dei libri, a porsi dei problemi e delle sfide, a cercare di risolverli, scrivendo altri libri. Ai suoi tempi uomini così potevano trovare piena soddisfazione nella riflessione teologica e filosofica, entrando in un ordine religioso dove si sarebbero potuti confrontare con altri intellettuali come loro, magari insegnando all’università. Ma Dante è un laico, attratto dalle donne, non ha la minima inclinazione alla vita religiosa, benché il problema religioso per lui sia fondamentale, ed è un aristocratico anche un po’ snob che disprezza quelli che vendono il loro sapere insegnando, o che studiano solo perché sperano di garantirsi una carriera. Quindi gli restano energie e tempo da investire, ed essendo un cittadino agiato di un Comune è ovvio che la politica gli si spalanchi davanti come il campo di attività più gratificante. Più tardi, al tempo dell’esilio, quando non potrà più fare politica allo stesso modo di prima, scoprirà che in realtà le sue due passioni si possono fondere, che si fa politica anche riflettendo e scrivendo trattati o manifesti.

Di Dante, proprio per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose che di qualunque altro uomo dell’epoca. Tuttavia, attraverso le pagine di questo suo libro, lei ci guida tra le pieghe più intime dell’Uomo Dante, indagando periodi meno noti della sua vita. Quali nuove riflessioni emergono della sua personalità?
Devo dire che la cosa che mi ha colpito di più è il cambiamento che Dante ha subito, forse senza ammetterlo neppure a sé stesso, prima e dopo l’esilio. Faceva politica in un Comune e finirà per sostenere che i Comuni non hanno nessuna legittimità e non rappresentano nessuno; ha servito un governo di popolo, un governo degli imprenditori e della gente che lavora, e finirà per sostenere che chi sta a bottega non è in grado di ragionare su nient’altro, e che a lui interessa solo rivolgersi ai principi e ai nobili; ha fatto politica in un Comune dove regnava l’ortodossia guelfa e finirà per partecipare a riunioni di esuli insieme ai figli e ai nipoti di Farinata degli Uberti.

L’aspetto lisergico nella Commedia dantesca. Il sogno di un impianto letterario così complesso poteva essere frutto di uno stato d’estasi, di una condizione incredibilmente visionaria in grado di estendere la percezione del reale ben oltre il normalmente vissuto?
Oggi si tende a pensare di sì, ossia che Dante abbia forse davvero avuto l’esperienza di sogni o visioni e che si sia convinto di essere un profeta. Qualche studioso ha cercato addirittura di identificare qualche malattia, come l’epilessia, che avrebbe potuto produrre questi effetti. Io sarei più prudente, dobbiamo ricordare sempre che sono solo ipotesi, ma che in effetti Dante a un certo punto abbia avvertito un’affinità con i profeti dell’Antico Testamento mi sembra indubbio.

L’esilio, tema centrale nella vita del Sommo Poeta, riporta ad un topos della storia della letteratura: la condizione dell’intellettuale costretto ad allontanarsi dalla propria città/Paese a causa delle sue idee non conformi al potere vigente. Come Dante vive questa condizione?
Essere improvvisamente scacciato con violenza dalla propria città non era un avvenimento inatteso per un italiano che faceva politica. La ferocia dello scontro all’interno dei Comuni implicava oramai da tempo la delegittimazione degli avversari, visti non come una controparte, ma come nemici pubblici, delinquenti da annientare. Dante visse in esilio gli ultimi vent’anni della sua vita. Sono anni di cui sappiamo poco, non c'è quasi nessun documento d’archivio che ci parli di lui; gli accenni autobiografici contenuti nelle sue opere diventano sempre più criptici e possono essere interpretati nei modi più disparati.
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Si parla di tre occasioni in cui Dante visitò Venezia, anche se in realtà l'unico viaggio documentato fu quello nell’agosto del 1321 in qualità di ambasciatore di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, nel tentativo di dirimere una controversia relativa al ricchissimo monopolio del sale. Pare non sia stata esattamente una missione di successo. E quel viaggio in Laguna fu tra l’altro cagione di morte per Dante, che contrasse al ritorno una febbre malarica nelle paludi di Comacchio. Dante non fu tenero con il governo della Serenissima, accusato di essere composto di «distruttori delle leggi ed autori di ingiustissima corruttela». Possiamo dire con qualche certezza che Dante e Venezia non legarono mai?
Diciamo pure che Firenze e Venezia non legarono mai. Erano le due città più ricche e potenti d’Italia, molto simili per certi versi, al punto da coniare monete d’oro identiche, il fiorino e il ducato, molto diverse da altri punti di vista, Firenze proiettata verso l’Europa Occidentale, Venezia verso l’Oriente, Firenze governata dal popolo, Venezia dai patrizi. Non si capivano e non si amavano e gli aneddoti apocrifi sui viaggi di Dante a Venezia sono proprio un prodotto tardo di questa ostilità, che in epoca rinascimentale si era estesa anche agli ambienti intellettuali e umanistici delle due città.

Ravenna, città in cui il Poeta riposa. Perché proprio qui Dante finì a vivere?
Per caso: perché era un intellettuale famoso, che da tanti anni viveva ospite di principi e signori, e a uno di quei signori, Guido da Polenta signore di Ravenna, è venuta voglia di invitarlo, in un momento in cui forse Dante non era più tanto in buoni rapporti col suo ospite precedente, Cangrande della Scala signore di Verona. Ma teniamo anche conto che Ravenna all’epoca non era certo una città morta dannunziana: era una città piena di traffici, di mercanti, e anche di dotti, con un ambiente di notai e medici appassionati di letteratura con cui Dante ha subito legato.

La modernità dell’opera di Dante: quali gli ingredienti dell’immortalità?
Bisogna scrivere molto bene e al tempo stesso avere un’ampiezza di visione e una forza intellettuale così fuori dal comune da applicare le proprie capacità a un progetto smisurato.

 

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