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VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Jennifer Cabrera Fernandez
di Pierangelo Federici   
jennifer.jpgJennifer Cabrera è un’etnocoreografa messicana che attraversa il magico mondo dello sciamanesimo con una visione del tutto contemporanea. Vive a Venezia da ormai vent’anni e qui si dedica a tempo pieno alla diffusione delle proprie radici. La sua ricerca antropologica e artistica spazia dal ballo al canto fino alle percussioni, per far rivivere le proprie origini e trovarne un’espressione moderna.

 

L’intervista

Ciao Jennifer, vuoi raccontare ai lettori da dove comincia e come si è sviluppato il tuo percorso professionale e artistico? 

Inizia nella mia città d’origine, nello stato di Veracrúz, Messico. Sin da ragazzina avevo il grande desiderio di emanciparmi attraverso l’arte: quando avevo 15 anni studiavo danza classica nei pomeriggi, amavo il sudore, il rigore fisico ma anche la libertà che mi faceva sentire, sono stata incoraggiata dalla mia maestra, quindi ho preso la decisione di andare all’Università di Danza nella capitale dello Stato. All’inizio i miei hanno fatto fatica ad accettarla, ma poi si sono arresi alla mia passione. Avendo forti radici nel luogo in cui sono nata, mi sono avvicinata ai grandi maestri della danza tradizionale, del canto e delle percussioni. Un giorno ho ricevuto una telefonata in cui mi offrivano un contrato di lavoro, accettai e partii in un viaggio molto lungo: sono arrivata nell’affascinante e magica isola di Bali, Indonesia, dove sono stata poco più di un anno. Da lì nasce il vero percorso della ricerca.

 

Il tuo percorso è quindi molto ampio, indirizzato all’etnologia della danza, dei canti e dei ritmi di vari Paesi, non soltanto del Messico. Un lavoro che coinvolge lo studio delle tradizioni culturali e artistiche, ma evidentemente anche un livello sociologico che indaga i problemi dei Paesi economicamente meno sviluppati.

Esatto, è molto curioso che i Paesi meno agiati economicamente siano i più ricchi nell’ambito socio-culturale dal punto di vista della tradizione. Ad esempio, in diverse nazioni gli eventi artistici sono collegati alla spiritualità, alle celebrazioni storiche, oppure ad altre feste meno importanti ma che sono fondamentali per i nuclei familiari, quindi ti ritrovi con manifestazioni artistiche nelle strade, nei luoghi di culto, nei parchi con palchi fissi in cui si sa che tale giorno si suona o si danza un certo genere, i suonatori sono vestiti come la tradizione vuole: arrivano con borsoni pieni di vestiti colorati che poi indosseranno, le ballerine che salgono sul palco si truccano in un certo modo affinché si assomiglino. C’è uno spirito di unione ma anche competitivo, prestante.

Le nuove compagnie affrontano i temi odierni. Tutto questo fa aggregazione. 


Poi, ad un certo punto, scegli Venezia. Come mai?

Nel tempo trascorso a Bali ho conosciuto un veneziano che mi propose di venire. Così è stato e sono rimasta, per amore.

 

Quel programma di Rai Tre di qualche anno fa, intitolato Radici, mi ha fatto conoscere una Jennifer più vicina, una Giudecchina come me! Nel frattempo hai cambiato casa o sei ancora una ‘resiliente della Gnecca’? 

Sono quasi due anni che abito in terraferma, ma il grande amore per la Giudecca ci sarà sempre. È stata per molti anni la ‘mia’ isola, in qualche modo sono nata lì come italiana.


Una vita dedicata all’arte e non sono mancati i riconoscimenti. Raccontaci.

Quelli che mi stanno particolarmente a cuore sono tre: Le Chiavi della Città di Cazones, Veracrúz in Messico, per il lavoro artistico e umano. Il Riconoscimento da parte del Consolato del Messico per la promozione e diffusione della cultura messicana in Italia, nel 2015. Il ruolo di Ambasciatrice per la Pace delle 68 lingue materne e i popoli afromessicani, da parte del Consiglio Indigeno Messicano e il clan afrodiscendente in Messico, nel 2020.

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La situazione dovuta alla pandemia da Covid ha bloccato un po’ tutto, in particolare i luoghi dello spettacolo e dell’arte. Come ti sei organizzata in questo sfortunato 2020 e quali progetti hai per il futuro?

In effetti l’arte in generale è stata soffocata da questa pandemia. Non eravamo preparati per questa ecatombe ed io sono rimasta bloccata con diversi spettacoli che dovevo realizzare all’estero. Mi sono buttata sulla produzione musicale, partecipo a diversi webinar e ci sto prendendo gusto nel comunicare e condividere a parole parte di alcuni concetti che fino a poco tempo prima spiegavo con la musica o il corpo. Il progetto per il futuro prossimo è riprendere l’agenda sospesa, e far conoscere il nuovo progetto musicale México y Cielo.

 

Come sai questa mia piccola rubrica parla di cucina, quindi anche di cibi per così dire “particolari”. Scegli: chapulines o bovoletti? 

Scelgo…chapulines!

 

Per ultimo, facciamo un gioco che mi servirà per creare la tua ricetta dedicata: scegli il colore per te più appetitoso e motiva la scelta.

Scelgo il verde. Se penso al colore e ai cibi crudi o cotti, mi regala una sensazione di vitalità, leggerezza, salute: da ragazza bevevo tanti succhi di questo colore, ho il ricordo della freschezza. Nei tacos messicani adoro la salsa verde, piccante.

 

La ricetta

Cara Jennifer, parliamo di cibo etnico, quello spesso male interpretato, vuoi per la difficoltà di reperire la materia prima originale, oppure più spesso per accontentare i gusti di un pubblico non abituato a profumi e sapori geograficamente e culturalmente lontani. Col tempo questi errori si radicano e allora ecco l’insalata russa che in Russia non sanno cosa sia, oppure le fettuccine Alfredo, molto diffuse nei ristoranti italoamericani, ma francamente lontanissime dalla tradizione italiana. Lo stesso potremmo dire delle cucine orientali, dei piatti sudamericani o delle ricette africane. Se capita la fortuna di viaggiare in quei Paesi è inevitabile chiedersi cosa sia quella ‘roba’ che ti hanno fatto mangiare al cinese sotto casa! Forse qualche tentativo per migliorare la situazione l’ha percorso la cosiddetta cucina Fusion: fa ‘figo’ il nome, ma il problema rimane.

 

SALSA VERDE ITALIANA

La salsa messicana a cui fai riferimento è a base di coriandolo fresco, peperoncino e soprattutto tomatillo, il piccolo pomodoro verde tipico del Messico. Sono prodotti difficilmente reperibili qui da noi, quindi senza infingimenti ti propongo una versione autenticamente italiana, ottima per accompagnare crostini, carne, pesce, verdure e in particolare per il lampredotto, il mitico street food di Firenze. La ricetta è molto facile, economica e si prepara in cinque minuti. Procurati capperi, acciughe sott’olio, prezzemolo, un po’ di pane raffermo, un uovo sodo, poco aceto di vino bianco, aglio e pinoli. Ammolla il pane raffermo con due cucchiai di aceto, strizzalo e sbriciolalo con le mani. Ora trita tutto assieme nel frullatore aggiungendo a filo poco olio extravergine di oliva: il tuorlo dell’uovo sodo, il pane che hai già lavorato, prezzemolo, qualche cappero e filetto di acciuga, uno spicchio d’aglio. Alla fine aggiungi una presa di pinoli e ancora olio se serve, aggiusta di sale e pepe.