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Il velo del tempo. Liliana Segre e il dovere della Memoria
di Renato Jona   
martedì 19 gennaio 2021
segre_stupi.jpgIl 9 ottobre 2020 abbiamo assistito, alla televisione, a un evento straordinario, unico, emozionante, irripetibile. Una persona eccezionale, Liliana Segre, ci ha preso per mano e, in diretta tv, senza fermarsi un attimo, senza cedimenti, senza una lacrima, ci ha parlato per 70 minuti, in un silenzio impressionante, ci ha accompagnato all’Inferno dei campi di sterminio. Un’ultima volta. Si è trattato di un addio cosciente, tragico, in cui sono emersi non solo episodi personali, ma anche un’umanità varia, perversioni, ignoranza, egoismi, osservazioni, riflessioni, constatazioni, scavi nell’animo umano, esperienze, ricordi vivi, incancellabili, paure, terrori, separazioni definitive, fatiche indescrivibili. Tutto è stato vissuto nuovamente, per oltre un’ora. Per i ragazzi, per i più grandi. Perché sappiano, perché ricordino… Impressionante! Dopo oltre 75 anni si è trattato di un rientro estremamente doloroso in “quella realtà”, operato per senso del dovere. Questa donna, sorretta da alti principi morali, ha voluto ancora per un’ultima volta sollevare momentaneamente il velo del tempo su uno scenario inumano eppure reale. E si è, poi, giustificata: «Basta, non voglio più ricordare, non voglio più soffrire… non voglio più!».

 

Finora il Suo raccontare nelle classi è stato percepito come una necessità morale, un dovere, al quale non ci si può né ci si deve sottrarre, come qualcosa di essenziale, fondamentale nella formazione e informazione dei ragazzi, rispettati e amati come con lo stesso affetto che prova una Nonna verso i Nipoti.

 

«Senza la memoria i torti si confondono con le ragioni» ha notato, con la sua tradizionale saggezza e serenità di giudizio, Ferruccio de Bortoli. Infatti, con il passare del tempo è facile alterare i fatti, negarli, sminuirne l’importanza, addirittura sovvertire i valori. In quei 70 minuti terribilmente densi, trascorsi in religioso, totale silenzio, abbiamo sentito il vero, terribile significato di indifferenza, quella dimostrata dalla maggior parte di quegli esseri umani che, non toccati direttamente dalle disgrazie, dalle leggi razziali fasciste severe e umilianti, hanno scelto la comoda via di ignorare, di tirarsi indietro, di girarsi dall’altra parte.


  

Non tutti, però. Per fortuna qualche essere umano, nel momento di possibili interessi o di possibili grandi pericoli, non si è allontanato dalle vittime, ma ha avuto il coraggio di essere solidale, di dire una parola di conforto, di avere un gesto, anche solo di salutare, sorridendo in segno di solidarietà e di incoraggiamento. Un gesto spesso fatto da persone umili, come quei detenuti del Carcere di San Vittore che non possedendo quasi nulla, gettarono qualche arancio, qualche mela ai prigionieri in partenza per “ignota destinazione”. Dove poi li attendevano prove terribili, inumane: le visite del Dr. Mengele, dal cui cenno del capo dipendeva la vita o la morte del prigioniero, la perdita del nome, la rasatura, la marchiatura (quel terribile numero impresso a fuoco sul braccio), l’abbrutimento che tra fame, botte e stenti, giunse fino alla assenza di solidarietà tra prigionieri. E poi le scene infernali, i lavori pesanti portati avanti da fisici sempre meno nutriti, che dimagrivano a vista d’occhio, avendo sullo sfondo i bagliori dei forni crematori, l’odore di cadaveri, la fame lancinante, la colpevolizzazione continua, e infine quella assurda, terribile, allucinante marcia della morte, lunga infiniti chilometri, al di sopra delle possibilità umane fisiche e di immaginazione.

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Tutti questi ricordi, sempre vivi e indelebili, anche se per i primi 45 anni rimasti dentro di Lei, mai raccontati, per incapacità di trovare le parole adatte, semplici, ma implacabili. E poi venne lo sforzo graduale di vincere sé stessa e cominciare a raccontare, in prima persona, nelle scuole, con precisione chirurgica, senza impressionare i ragazzi, ma raccontando loro le cose più importanti, i messaggi indispensabili. E questo ben prima che lo Stato sentisse l’esigenza di stabilire per legge l’obbligo di ricordare. Ed ogni volta, ogni gruppo di studenti, ogni testimonianza, quanti sacrifici silenziosi, ma profondi, ha dovuto superare Liliana Segre! Ogni volta quei fatti veri, quelle fughe, quelle umiliazioni, quell’impotenza, quei respingimenti dalla Svizzera, quegli sguardi, quel freddo, quella fame, quelle paure ritornavano davanti agli occhi! Ma era necessario: «Senza la memoria le vittime innocenti muoiono ancora», sintetizza Ferruccio de Bortoli, con corretta precisione. Adesso basta! Il 10 settembre 2020 Liliana Segre ha compiuto 90 anni. Ha voluto salutarci tutti, per l’ultima volta, con il Suo pesante, doloroso racconto. Ora ha diritto finalmente a un po’ di riposo fisico e spirituale. Ha diritto di provare a far passare il passato. Per l’ultima volta ci ha accompagnato, ci ha condotto all’inferno da Lei conosciuto, provato, vissuto, sofferto e ci ha riportato nella nostra vita quotidiana, indicandoci gli insegnamenti da tener presenti, da mantenere vivi, per evitare che certe situazioni abbiano a ripetersi. Si, perché la natura umana, se messa in certe condizioni, rischia di reagire sempre allo stesso modo, rischia di ripetere. Il 27 gennaio, quest’anno, forse, dopo il Suo discorso di addio, avrà un significato più profondo, più attuale. Grazie Signora Liliana. Grazie Nonna Liliana!


Giorno della Memoria
27 gennaio 2021