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Home arrow TEATRO arrow Il ruggito dell’anima. Verso nuove frontiere la Biennale Danza del “cyber coreografo” Wayne McGregor
Il ruggito dell’anima. Verso nuove frontiere la Biennale Danza del “cyber coreografo” Wayne McGregor
di Chiara Sciascia   
mercoledì 03 febbraio 2021

wayne-mcgregor-la-biennale-di-venezia-ph.-andrea-avezz1.jpgÈ il coreografo britannico Wayne McGregor a raccogliere il testimone della direzione del settore Danza della Biennale, dopo il quadriennio completato nel 2020 da Marie Chouinard. Nato a Stockport, classe 1970, ragazzo d’oro della coreografia britannica, McGregor inizia presto la sua carriera. A soli 22 anni, nel 1992, viene nominato coreografo residente al The Place di Londra; nello stesso anno fonda la sua prima compagnia, Random Dance. Una decina di anni più tardi diviene coreografo residente del Sadler’s Wells di Londra e poco dopo il primo coreografo contemporaneo cui sia stata assegnata la residenza al Royal Ballett di Covent Garden, che con lui diviene portavoce di cosa sia oggi il balletto contemporaneo: un titolo su tutti, il suo Woolf Works, sulla vita e le opere di Virginia Woolf, vincitore del Laurence Olivier Award, andato in scena anche al Teatro alla Scala durante la stagione 2018-19.


Oggi è alla testa del londinese Wayne McGregor Studio, un’avanguardistica rete creativa che allarga le frontiere dell’intelligenza del corpo attraverso la danza, il design, la tecnologia. Il lavoro di McGregor affonda le radici nella danza, ma abbraccia una molteplicità di ambiti che includono la tecnologia, le arti visive, l’opera e la formazione, al pari della compagnia omonima di danzatori, Company Wayne McGregor, che presenta i suoi spettacoli in tutto il mondo.


Il cinema è un’altra delle sue grandi passioni: vi lavora come coreografo e direttore dei movimenti collezionando svariati successi, tra cui Harry Potter e il calice di fuoco, Maria regina di Scozia, Sing, i primi due film della saga Animali fantastici e dove trovarli, e Audrey, nuovo docufilm di Helena Coan, che racconta la Hepburn a partire proprio dal suo grande amore per il balletto.


Durante il primo lockdown McGregor ha lanciato il progetto Reset 2020 dedicato al sostegno dei danzatori freelance, avviando un programma di dieci settimane che li aiutasse a equilibrare l’aspetto artistico con la gestione economica del fare danza. Una visione olistica che McGregor ha intenzione di trasferire anche al College per i giovani danzatori della Biennale.  
Il suo progetto per Biennale Danza è strettamente connesso al presente, per una danza in grado di comunicare direttamente con il pubblico, senza filtri, comprensibile a tutti, proiettata verso i nuovi linguaggi dell’innovazione tecnologica, dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale.

 

Lei ha sempre avuto un interesse per la tecnologia e ha una visione pluralista della danza. Volendo usare un paragone con la musica, spazia dal pop alla classica. Cos’è davvero per lei la danza? Cosa porteranno la sua esperienza e la sua energia in Biennale?
Durante questa orribile pandemia siamo rimasti a lungo chiusi in casa davanti ai nostri computer. Ora vogliamo liberarci, sfogarci e fare esperienze fisiche intime e collettive. Ci vuole ancora un po’ di pazienza, ma il momento è ormai vicino. La cosa più bella della danza, la forma d’arte che mi appassiona di più, è proprio la pluralità che la connota: ci sono così tante voci nel suo esprimersi e sono tutte bellissime. Nella danza gli artisti rifiutano ogni definizione e parte del piacere di scoprire nuove opere è comprendere l’infinito potenziale del corpo umano come veicolo di espressione e comunicazione. La Biennale offre una piattaforma incredibile per questa sperimentazione: la città, i luoghi, l’ethos, l’atteggiamento, tutto si combina in un formidabile punto focale di possibilità. Vogliamo invitare molti artisti alla Biennale per permettere loro di illuminare la nostra immaginazione. Compagnie di danza che vedremo impegnate a costruire il loro percorso qui con noi, dimostrando la loro intelligenza motoria ispirando così la nostra.

Può la danza moderna, quella che vediamo nei festival d’avanguardia, liberarsi del suo carattere elitario e diventare una forma d’arte performativa che sia godibile da un pubblico più ampio, che ci sembra ora pronto per capire il movimento del corpo come forma d’arte?
C’è qualcosa che tutti gli esseri umani hanno in comune: un corpo. Questo incredibile strumento di scambio d’energia, di empatia, di flusso, è qui pronto per essere usato e per suonare melodie diverse. Tutti danziamo, o almeno tutti dovremmo. Considerato questo mezzo condiviso sembra insensato dire che uno spettacolo di danza moderna sia alienante o distante dai gusti del pubblico; eppure spesso ancora si vive questa disposizione per me deleteria. Può essere che ci manchi qualcosa per comprendere la danza in tutta la sua compiutezza, possiamo non avere la necessaria conoscenza per interpretarla a dovere, ma la danza ha bisogno solo di noi persone, oltre ogni steccato culturale, della nostra piena apertura mentale e curiosità per avere un suo sensato effetto, per avere una voce. Nelle prossime Biennali presenteremo opere che siano viscerali e dirette, danze e danzatori che ci parlino direttamente, nel momento, di cose che capiamo o che siamo disposti a capire. Una danza che sia connessa al mondo reale, non che viva in un mondo tutto suo, autoreferenzialmente: una danza accessibile e radiosa, grezza e piacevole, che faccia ruggire l’anima. 

 

www.labiennale.org

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