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Brecce poetiche. Al regista polacco Krzysztof Warlikowski il Leone d'Oro 2021
di Loris Casadei   
giovedì 11 febbraio 2021

k._warlikowski_fot._maurycy_stankiewicz.jpgIl 5 febbraio scorso, il Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia accogliendo la proposta dei direttori del settore Teatro Stefano Ricci e Gianni Forte, ha annunciato il Leone d’oro 2021 al regista polacco Krzysztof Warlikowski, mentre il Leone d’Argento è stato assegnato alla poetessa Kae Tempest . La premiazione avrà luogo nel corso del 49. Festival Internazionale del Teatro, in programma dal 2 all’11 luglio.

 

«Da più di vent’anni Krzysztof Warlikowski – si legge nella Motivazione – è fautore di un profondo rinnovamento del linguaggio teatrale europeo. Utilizzando anche riferimenti cinematografici, un uso originale del video e inventando nuove forme di spettacolo atte a ristabilire il legame tra opera teatrale e il pubblico, Warlikowski sprona questo ultimo a strappare il fondale di carta della propria vita e scoprire cosa nasconde realmente». 

 

Già in fase di presentazione, il direttore Stefano Ricci aveva proclamato di non accontentarsi di quello che il reale sembra suggerire ma, al contrario, è dovere di un regista offrire il proprio personale sguardo per provare a proporre un viaggio diverso, senza dimenticare che la visione arricchita da citazioni cinematografiche o trasfigurazioni del reale può essere un territorio prolifico dal punto di vista artistico.

 

La figura di Krzysztof Warlikowski

Warlikowski non è un personaggio semplice da delineare, varie sono le sue esperienze e ricco il suo percorso artistico. Nasce nel 1962 in Polonia, studia a Cracovia storia e filosofia e presto si trasferisce a Parigi per specializzarsi in teatro. Nel 1989 fa ritorno in patria, a Cracovia, dove collabora con il grande regista Krystian Lupa, a sua volta allievo di Kantor. Sulla scena internazionale frequenta personaggi del calibro di Andrzej Wajda, Peter Brook, Ingmar Bergman e Giorgio Strehler.

La sua prima produzione è del 1993, Markiza O. / The Marquis of O, dal testo di Heinrich von Kleist, opera che Rossana Rossanda a suo tempo definì “sconcertante esplorazione del femminile e del maschile e dell’eros”.
 
Alla direzione dello Stary Teatr di Cracovia il giovane regista guadagnò subito la fama di “theatre provocateur”. Anche le successive messe in scena di opere di Shakespeare, La bisbetica domata (1998), Racconto d’inverno (1997), La Tempesta (2003) o Il mercante di Venezia (1994) sono legate all’apprezzamento del rifiuto del Bardo di ogni compromesso e al «suo desiderio di descrivere il mondo nella sua interezza e non a piccoli frammenti di realtà».

Lo sforzo del regista è cogliere l’essenza di ogni testo, e spesso eventi recenti o da poco scoperti lo portano a vedere il sottofondo di ogni opera con occhi nuovi. Così ad esempio la ripresa di La Tempesta nell’ultima versione è stata legata alla scoperta del massacro di Jedwabne, pogrom antiebreo nella Polonia del 1941. Dopo la prima collaborazione con Strehler nel 1994 per l’adattamento e allestimento della Recherche di Proust, Warlikowski torna al Piccolo di Milano a dirigere Pericle, Principe di Tiro nel 1998.

phaedras-isabel-huppert.jpgL'opera e il teatro

Il successo internazionale gli viene riconosciuto con la direzione di regia di opere liriche nei più importanti teatri d’opera, da Parigi a Londra e Salisburgo.
«L’Opera è una prigione […] compito del regista è dare nuova vita a una struttura ossificata e immutabile da secoli», dichiarò nel 2004.


A teatro, indimenticabile Phaedra(s) del 2016, da Racine, con testo riscritto da J.M. Coetzee, dove la bionda eroina, interpretata da Isabelle Huppert, viene vista come una vittima, brutalizzata per il suo amore proibito, tra ballerine e vetrine peccaminose. Ultima sua direzione prima dello della pandemia e della conseguente chiusura dei teatri è stato l’acclamato From the House of the Dead di Janacek.

Warlikowski ha avuto anche il coraggio di riprendere più volte Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, con l’intento di rendere evidente tramite la sensibilità proustiana il declino della civiltà europea, le sue convenzioni morali e l’ipocrisia sessuale.

Se Bob Wilson è famoso per il suo blu nelle scene, Warlikowski sembra prediligere invece l’argento. Costante nelle sue opere l’utilizzo di elementi danzati e il forte uso di ombre e luci. I tecnici delle luci non devono avere vita facile con lui! La qualità estetica degli oggetti in scena, dei costumi e della proiezione di immagini è sempre molto curata. I gesti sono precisi anche nella più piccola delle articolazioni. Sicuramente spesso dissacranti, con messaggi non di rado eretici, le sue regie sono però sempre quello che deve essere il teatro: grande spettacolo.


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