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Home arrow TEATRO arrow INTERVISTA | Teatro residente. Mattia Berto e lo Stabile mettono in scena la Città e i suoi abitanti
INTERVISTA | Teatro residente. Mattia Berto e lo Stabile mettono in scena la Città e i suoi abitanti
di Redazioneweb   

0-1.jpgDa molti anni Mattia Berto interpreta il teatro come una vocazione non personale ma collettiva o meglio da sviluppare con la collettività, parlando alla città e ai suoi abitanti.


Berto infatti nel suo teatro al confine tra la scena e la strada trasforma gli spettatori in attori, in un'azione che si costruisce sull’improvvisazione e i cui testi sono testimonianze dirette di vita. Non sono reality o talent ma dialoghi vivi che entrano nella macchina teatrale e non si fermano, si compongono attraverso un lavoro laboratoriale puntuale che pone le basi per un Teatro di cittadinanza.


Il suo ultimo progetto in ordine di tempo è U-tòpi-a-Venezia, sviluppato con il Teatro Stabile del Veneto, che ha permesso di tenere in vita la comunità di chi ama il teatro, coinvolgendo trenta abitanti chiamati a raccontare la propria visione di città utopica.

 

In una Venezia deserta durante il lockdown, i suoi abitanti non si sono mai fermati e con essi lo spirito di partecipazione e resilienza: un gruppo di cittadini, nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza e delle disposizioni anti contagio, ha lavorato dal vivo al progetto U-tòpi-a-Venezia abitando e animando gli spazi del Teatro Goldoni.

 

Il traguardo finale sarà portare in scena, appena possibile, le loro storie in forma di performance sui canali della città, in collaborazione con alcune società remiere veneziane.


Nel frattempo, gli "u-topi" sono stati invitati a produrre degli Esercizi di Utopia sotto forma di video performance in cui raccontare il proprio sguardo sulla città, partendo dal lavoro fatto dal vivo durante il laboratorio. A partire dal 15 febbraio i video sono disponibili sui canali social del Teatro Stabile del Veneto, Facebook, Instagram e YouTube.

 

Il regista Mattia Berto ci racconta in questa intervista il nuovo progetto laboratoriale, in questo strano, stranissimo tempo.

 

Il primo lockdown. Una delle prime iniziative di ‘reazione’ alla chiusura dei teatri è stato il suo laboratorio in collaborazione con il Teatro Goldoni, “L’ora d’aria”, un gruppo Facebook a tema che ha registrato un immediato successo con oltre mille iscritti fin dai primi incontri. Citando esattamente il motto delle sue dirette, come si fa teatro quando “i corpi non possono incontrarsi”?
Sono fortemente convinto che non si possa fare teatro senza la relazione, senza l’incontro tra i corpi. Il teatro è fatto di sguardi, di respiri condivisi, di una relazione generosa, stretta e corale. Il teatro quindi si fa dal vivo! Sono però altrettanto convinto che, in un momento storico come questo, non si deve fermare il lavoro sulla comunità teatrale: quell’enorme famiglia di spettatori che abitano i teatri e che partecipano ai laboratori, come attori o come operatore culturali.
“L’ora d’aria” è stata una deriva, un esperimento. La volontà di continuare a mantenere vivo quel legame forte che da anni coltivo con la comunità veneziana. Abbiamo giocato attraverso il teatro che, ancora una volta, è diventato pretesto per farci sentire meno soli, per interrogarci sui cambiamenti, per ripensare un po’ le nostre vite. È stato un successo incredibile che ha permesso al nostro teatro di cittadinanza di aprirsi, grazie ai social, ad una comunità non più locale ma nazionale.
Non si può fare teatro senza i corpi ma si può mantenere in vita la rete delle relazioni, fondamentale per narrare il teatro dal vivo.  

Il teatro ai  tempi della pandemia. Da regista, ma soprattutto da uomo di teatro, come ha attraversato quest’ultimo anno che, salvo rare e preziose eccezioni, ha lasciato palcoscenici vuoti e sipari abbassati?
Quest’ultimo anno è stato un anno molto intenso nel quale ho ripensato con grande nostalgia ai teatri aperti, ai momenti di comunità dopo teatro, alle emozionanti ore passate a sudare sul palcoscenico. Ho una natura ottimista e positiva e credo fortemente che non ci si debba mai fermare. Per questo, appena si è potuto, sono tornato a teatro. A giugno 2020 abbiamo riaperto il teatrino Groggia, la casa di tanti miei progetti. La settimana seguente, dopo mesi di chiusura, insieme ai cittadini che partecipano ai miei laboratori, abbiamo riaperto il Teatro Goldoni. Ancora oggi che i teatri sono chiusi continuo a lavorare, creare, sperimentare, sperando che torneremo a quella vita di incontro, poesia e relazione al più presto.

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Il progetto. Come nasce il laboratorio U-tòpi-a-Venezia e come si è sviluppato  dall’avvio dello scorso ottobre?
La volontà di non fermare il progetto di teatro di cittadinanza che, in questi anni ho concertato con la complicità del Teatro Stabile del Veneto, mi ha spinto a lanciare una nuova call ai cittadini-attori. Il tema che ci sta accompagnando in questo lavoro è un tema caro a poeti e artisti ma è anche un ottimo spunto per riflettere sulla contemporaneità e sui luoghi. L’utopia è lo spunto per condividere ancora una volta un’esperienza con una comunità che attraverso il teatro si interroga e sperimenta. Stiamo lavorando da ottobre con due piccoli gruppi in presenza al Teatro Goldoni, seguiamo con attenzione un protocollo di sicurezza ma cerchiamo a tutti i costi di non perdere la qualità del nostro lavoro. Appena si potrà, dopo aver abitato con performances site specific le strade, i campi, gli hotel e le case di Venezia, porterò i partecipanti “u-topi” ad agire lungo le vie d’acqua della città.


Esercizi di utopia. Chi sono gli “u-topi” protagonisti del laboratorio e delle video performance? Quali suggestioni ha rivelato il loro ‘immaginare’?
I partecipanti al laboratorio sono veneziani di età compresa tra i 25 e 70 anni. Cittadini che nella vita fanno le professioni più svariate. Vecchi e nuovi partecipanti dei miei laboratori, sono accomunati da una grande voglia di stare insieme, di giocare al teatro, di riflettere sui luoghi che amano e vivono. I video, girati in autonomia dopo un lavoro di improvvisazione in teatro, narrano come ogni
u-tope decide di curare un pezzetto della città. Ne sono nate idee e visioni utopiche, a tratti anche realistiche e realizzabili, riflessioni utili in un momento come questo a ricostruire in qualche modo una comunità sfaldata dal COVID-19.

Visioni. Qual è la sua personale utopia per Venezia?
Gran bella domanda! Mi piacerebbe che la nostra visionaria e utopica pazza idea di teatro di cittadinanza diventasse un antidoto per una città nuova fatta di una comunità che insieme scrive il futuro.
Auguro alla mia città in questo anno di compleanno uno tsunami di novità e bellezza.


[crediti fotografici: Giorgia Chinellato] 

 

www.teatrostabileveneto.it