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Venezia 1600, una Storia tra le pagine
di Loris Casadei   
giovedì 25 marzo 2021

Ironia della sorte, il primo capolavoro letterario veneziano è legato a una sconfitta. Nel 1298 nelle acque vicino a Zara, la flotta veneziana ebbe la peggio sui genovesi. Tra i 7500 prigionieri finì nelle carceri liguri anche Marco Polo, che scrisse o dettò le sue memorie di viaggio ad un altro prigioniero reduce dalla sconfitta pisana della Meloria, Rustichello. Parte da qui il nostro viaggio nella storia di Venezia attraverso i libri...

 

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Il Milione, Marco Polo

Il primo capolavoro letterario veneziano  fu dovuto a una sconfitta. Nel 1298 nelle acque vicino a Zara la flotta veneziana venne sconfitta dai genovesi. Tra i 7500 prigionieri finì nelle carceri liguri anche Marco Polo, che scrisse o dettò le sue memorie di viaggio ad un altro prigioniero reduce dalla sconfitta pisana della Meloria, Rustichello. Ironia della sorte, il libro, di cui esistono diverse versioni in veneziano, italo francese, lingua d’oil (allora lingua franca dei commercianti e dei crociati) e latina, è pochissimo conosciuto, complici forse i testi illustrati e di fantasia dell’infanzia e forse anche del fascino estinto dell’Oriente ai giorni nostri. Larga fortuna ebbe il manoscritto sin da subito in tutta Europa, l’esemplare conservato all’Alcazar di Siviglia contiene anche postille di Cristoforo Colombo, che aveva portato il testo a bordo con sé, convinto di poter giungere al cospetto del Gran Can.
Poche pagine liberamente fruibili su Internet, interessanti perché si riferiscono ad un periodo storico, dove la vocazione mercantile veneziana è massima. Dove è percepibile uno stile di vita nel quale il tempo aveva un’altra dimensione e dove il mondo degli affari aveva prospettive di lungo periodo. Mi ricorda gli esecrabili viaggi per portare gli schiavi africani nelle Americhe. Sette anni di media per caricare le merci europee, scambiarle in Guinea e attendere la consegna degli schiavi, viaggio nel Nuovo Continente, baratto con prodotti locali e il ritorno in Europa per rivenderli. Ma anche epoca dove il viaggiare era consuetudine, a piedi, a cavallo o in mare e il rischio faceva parte della vita stessa.

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Venezia. Il porto dei santi, Renato D’Antiga

Una delle ragioni dell’acquisita fama di Venezia nel Medioevo è il culto delle reliquie, che fece della città il luogo di pellegrinaggio di gran lunga più frequentato di Roma, come anche testimoniato dai diversi ospizi per pellegrini costruiti in città. La presenza di numerose reliquie, come già osservava il Sansovino, serviva o si credeva servisse a rendere inviolabile la città. Eppure oggi i turisti trascurano questa traccia nei loro percorsi e anche i veneziani spesso non ne hanno consapevolezza. L’importanza delle reliquie nel Medioevo era anche dovuto alla convinzione che entrare in contatto con esse permetteva la partecipazione alla santità (Basilio di Cesarea, Salmo 115).
Non entriamo nell’ovvio dibattito sulla autenticità dei reperti né nel meno ovvio indagare sul perché molti di questi siano scomparsi, riportiamo alcune curiosità tratte da Venezia. Il porto dei santi (Casadeilibri, 2008) dello studioso Renato D’Antiga.
Limitiamoci solo ad alcuni degli  apostoli: un dito di San Paolo è nella chiesa di San Francesco della Vigna, di San Pietro ben due frammenti ossei, a San Simeon Grande e a Santa Maria dei Gesuiti. Matteo lo ritroviamo in ben quattro chiese: San Maurizio, Misericordia, San Michele di Murano e San Giovanni in Bragora. Una delle prime ad arrivare fu forse il braccio di San Giacomo il Maggiore giunto dopo la devastazione longobarda di Altino nel 639. Divertente a distanza di 700 anni la controversia tra i monaci benedettini di Padova, convinti di disporre delle spoglie di San Luca evangelista, trafugate dal prete Urio in fuga da Costantinopoli durante la guerra iconoclasta a cavallo tra il 700 e l’800, e il doge Cristoforo Moro che asseriva di aver portato in salvo il corpo attribuito all’Apostolo di fronte all’avanzata di Maometto II nel 1462. Diverse i processi e le valutazioni e ben tre i Papi coinvolti. L’ultima sentenza è del 1584 e diede ragione ai padovani.
 
 
 

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La morte a Venezia, Thomas Mann
e Presagio, Andrea Molesini

I capolavori hanno inevitabilmente diverse chiavi di lettura. Non sfugge a ciò La morte a Venezia di Thomas Mann. Può affascinare la costruzione di reti simboliche a partire dall’incipit, con la ridondanza di simboli di morte nelle immagini di palude tropicale, può innescare una ricerca di riferimento ai classici: il primo strano vagabondo incontrato, Mercurio, è il Dio che accompagna i morti nell’Ade? O lo si può leggere come un continuo riferimento a La nascita della tragedia di Nietzsche e al suo conflitto tra arte e vita? Più banalmente la critica storica ha anche cercato di individuare se dietro i protagonisti del racconto vi fossero personaggi reali, incontrati da Mann durante il viaggio a Venezia del 1911, e in ciò sono stati aiutati dal film di Visconti (al regista dobbiamo le riprese del mitico Hotel des Bains prima che si trasformasse in costoso residence per miliardari).
A noi interessa l’estrema bellezza della scrittura, la visione che ne promana e non tanto le vedute che sono descritte. Così lasciamo da parte il gondoliere che spinge i suoi clienti verso negozi per acquisti e riflettiamo sul trascorrere pacato del tempo nelle passeggiate lungo il Lido o nella spiaggia dell’Hotel Excelsior, tra  festose ricche famiglie russe – siamo prima della Rivoluzione –, antiche signorine inglesi, industriali tedeschi con tate francesi al seguito per accudire i figli e affascinanti fanciulli slavi che accendono la fantasia del nostro Gustav Aschenbach, o meglio, von Aschenbach.  L’epidemia di colera, che realmente imperversò a Venezia tra il luglio e il novembre del 1911, fu forse il primo segnale d’arresto per la Belle Epoque veneziana, del Lido in particolare. I primi segni di guerra erano già percepibili. Il colto scrittore veneziano Andrea Molesini, che orgogliosamente si definisce non veneziano, ma di Castello, propone una sorta di continuazione nel suo Presagio (Sellerio, 2014), dove si consuma una storia d’amore sulla musica dell’ultimo ballo all’Excelsior e le nostalgiche partenze dell’aristocrazia europea nei giorni che precedono lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

 

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La cena in casa di Levi, Maria Elena Massimi

Nel XVII secolo Venezia non era più la padrona incontrastata del Mediterraneo e del commercio, ma era sicuramente la città più cosmopolita d’Europa e anche la più autonoma dalle ingerenze del Papato. Palazzi sfarzosi con mosaici e arazzi, abbigliamenti ricchi a dismisura per patrizi e ricchi mercanti. Le donne vestivano in corpetto con gorgiera, maniche a sbuffo, stecche di balena alla vita e calzature alte anche 40 o 50 centimetri, antica memoria di quando Venezia non era ancora lastricata e quindi piena di fango. Anche i conventi non erano da meno, i loro refettori venivano spesso usati come sale di rappresentanza e come tali adeguatamente decorati. Prende da qui la decisione dei Domenicani di far affrescare la sala principale del convento dei Santi Giovanni e Paolo da Paolo Veronese con il tema dell’Ultima cena. L’enorme tela di 13 metri a lavoro finito si presenta molto diversa da ciò che trapela dal racconto evangelico. È il 1573 e subito iniziano le polemiche.
Parte anche una denuncia alla Inquisizione per il lusso esibito. Ma altri sono i sospetti. Perché i soldati con alabarda sono vestiti alla moda tedesca? Perché viene raffigurato un commensale che perde il sangue dal naso? Cosa c’entrava un buffone con un pappagallo con l’eucarestia? Vi fu un severo interrogatorio, ma la Repubblica di Venezia, gelosa della propria autonomia decise di non procedere. Venne cambiato solo il titolo in Convito in casa Levi. In realtà il pubblico veneziano apprezzò molto la riproduzione di usanze veneziane, dalla presenza del maestro di casa, all’inserviente delle salse, all’apparire del piron, prima forchetta, peraltro usata come stuzzicadenti. Una interessante analisi è contenuta nel saggio di Maria Elena Massimi, La Cena in casa di Levi di Paolo Veronese: il processo riaperto, per i tipi della Marsilio (2011).

 
 
 

Death at La Fenice, Donna Leon

deathatlafenicedonnaleon1.jpgUna rappresentazione straniante di Venezia oggi la si può trovare nei gialli di Donna Leon. Scrittrice americana, nazionalità svizzera, ma con casa a Venezia dagli anni ‘80. Mai tradotta in italiano per volontà della stessa autrice per paura di essere male interpretata nella sua rappresentazione di alcuni difetti della città lagunare, come lei stessa ha ammesso alla Fiera di Francoforte qualche anno or sono.

Un successo mondiale iniziato sin dal suo primo racconto Death at La Fenice (HarperCollins) del 1992. Il protagonista è il commissario di polizia Brunetti sposato con la figlia di un ricco e potente patrizio veneziano.

In questo suo primo romanzo la scrittrice, grande appassionata di lirica, mette in primo piano intrighi e gelosie tipiche forse dell’ambiente teatrale. Ma altri temi sono ancora più cocenti: industriali che si arricchiscono con scorie nascoste illegalmente, viaggi in un Oriente permissivo per quanto riguarda rapporti con minorenni, lo sfacelo della sanità in città o lo sfruttamento degli immigrati. Brunetti quando può risolve i casi spesso senza poter arrestare il colpevole. Il capo questore, di origine meridionale, ci tiene ad avere buoni rapporti con i potenti o più semplicemente i fatti sono difficili da provare.
Le sue indagini si svolgono nella serenità della sua vita matrimoniale, con una moglie amorosa dedita alle letterature, all’insegnamento e ai figli. Lo scorrere quotidiano delle giornate avviene in una Venezia, molto amata, piena di piccoli eventi quotidiani e si potrebbero ricostruire tutti i movimenti su una cartina topografica. In inglese pubblicati da Arrow Books della Random House, molti di questi disponibili anche gli audiolibri