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La Via Crucis da fermi. Giandomenico Tiepolo nella Chiesa di San Polo
di Franca Lugato   
mercoledì 31 marzo 2021

L'iconografia, che ora chiameremmo più comunemente “storytelling”, ci permette di penetrare più in profondità nella mente dell'artista ma soprattutto nel vivo della storia. È il viaggio “da fermi” che vi proponiamo per Pasqua. La meta? Naturalmente Venezia e la sua incredibile stratigrafia di capolavori, la maggior parte dei quali notissimi ma nascosti.

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Il rito della Via Crucis

Uno degli ultimi momenti della vita terrena di Gesù è celebrato dalla Chiesa Cattolica il Venerdì Santo con il rito della Via Crucis che ripercorre la salita al Calvario. La suddivisione che oggi noi tutti conosciamo in “quattordici stazioni”, che scandiscono passo dopo passo la Via Dolorosa, ha avuto enorme sviluppo e diffusione solamente nel XVIII secolo, ma la fortuna iconografica di tale soggetto risulta assai fiorente anche nei secoli precedenti seppur con un numero ristretto di episodi (Condanna di Cristo, Salita al Calvario, Crocefissione, Deposizione). Il primo nucleo narrativo per ricostruire l’iconografia della Via Crucis è sicuramente quello molto toccante dei Vangeli canonici, dove è decritta la Passione di Gesù e dove sono già presenti gli incontri con il Cireneo (V stazione), che aiuta Gesù a portare la croce, e quello commovente delle donne piangenti (VIII stazione) che lui consola. Ma la brevità del racconto evangelico ha portato nei secoli all’aggiunta, anzi alla prevalenza, di episodi e di figure tratti da tradizioni extrabibliche, in particolare dal Vangelo Apocrifo di Nicodemo e da diverse fonti medievali. Tra gli episodi più suggestivi c’è quello della Veronica (VI stazione), che avrebbe asciugato con un panno il volto di Cristo ricevendone la “vera icona”, oppure l’incontro di Gesù con la madre Maria (IV stazione), oltre alle tre sue cadute causate dal peso della croce (III, VII, IX stazioni).

 

Giandomenico Tiepolo e l'oratorio del Crocifisso

resurrezione-soffitto1.jpgA Venezia la poco conosciuta Via Crucis dipinta da Giandomenico Tiepolo tra il 1747 e il 1749 per l’oratorio del Crocifisso nella Chiesa di San Polo è uno straordinario racconto per immagini. Si tratta dell’opera prima di un ventenne figlio d’arte che ha inaugurato in città la prima Via Dolorosa suddivisa in quattordici episodi. Seguirà subito dopo quella per la Chiesa di San Giobbe di Antonio Zucchi (1750) e quella a più mani per la Chiesa di Santa Maria del Giglio (1755) e molte altre ancora a seguire in altre chiese veneziane. Questa prima redazione nasce subito dopo una nuova devozione imposta da papa Benedetto XIV nel 1742, in cui i parroci venivano esortati ad arricchire le loro chiese con la narrazione dell’andata al Calvario. Bartolomeo Carminati, parroco di San Polo per quasi quarant’anni, fu promotore tra le altre cose della ristrutturazione dell’oratorio del Crocifisso, un piccolo e raffinatissimo ambiente in stile rococò annesso alla chiesa ricco di marmi policromi e stucchi. A Giandomenico Tiepolo venne commissionata la decorazione pittorica che doveva comprendere anche le quattordici stazioni della Via Crucis. Con questo incarico il giovane pittore affrontava un’impresa assai difficile. Solo per alcuni episodi poteva contare su modelli iconografici già consolidati, mentre per gli altri fu egli stesso a fissare i canoni figurativi che altri artisti avrebbero poi seguito. Il risultato fu sicuramente meritevole. Grazie al ritmo narrativo serrato e ricco di tensione drammatica e a un colorismo squillante e luminoso Giandomenico esordiva con questa straordinaria raffigurazione con successo sulla scena artistica veneziana.

 

Una folla co-protagonista della storia

Una folla anonima accompagna Cristo durante la sua faticosa salita e crea un voluto contrappunto alla patetica figura del Redentore. Quello che colpisce maggiormente la nostra attenzione è sicuramente la presenza di un variegato campionario di splendide figure vestite alla moda del tempo con opulenti abiti (siamo nel bel mezzo del Settecento): dal personaggio barbuto vestito in bianco e oro nella II stazione fino al gruppo delle pie donne nella VIII, magistrale ritratto di gruppo delle donne di casa Tiepolo, dal cangiantismo cromatico delle sete del vestito della Veronica nella VI stazione al manto rosso operato di Bartolomeo Carminati nella X stazione. Le citazioni da Tiepolo padre sono numerose e ci sono tutti gli ingredienti che rendono questo ciclo pittorico godibilissimo all’occhio dello spettatore. Giandomenico nell’attualizzare il racconto aveva sicuramente seguito i suggerimenti che all’epoca venivano auspicati per creare una maggiore empatia con il fedele. Sappiamo dai documenti che questo scarso realismo nella resa del racconto sacro non venne apprezzato dai contemporanei, il che fece sì che la Via Crucis di San Polo subisse per parecchi anni una negativa considerazione critica. È grazie alla rilettura della personalità artistica del pittore da parte di Adriano Mariuz (1971) che si può oggi apprezzare il lavoro di Giandomenico e di queste opere “aurorali”. Anche se ricche di rimandi all’opera paterna, questi dipinti contengono già un linguaggio del tutto personale che porterà Giandomenico ad essere uno degli artisti più interessanti della nuova generazione, quella a cavallo tra il XVII e XVIII secolo.
La domenica di Pasqua non poteva che essere raffigurata sul soffitto dell’oratorio con una Resurrezione di Cristo e una Gloria di angeli che fluttuano nei cieli tiepoleschi, quasi marchio di fabbrica di una delle più fiorenti botteghe settecentesche.