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A beautiful mind. Un ricordo del "filosofo della danza" Ismael Ivo
di R. Lamantea, M. Bran, A. Zava   
lunedì 02 giugno 2008

Il Covid in Brasile, con una forza ancor maggiore rispetto ad altre parti del Pianeta, continua imperterrito la sua catena di morte e oggi, all’età di 66 anni ha rapito per sempre il gigante nero della danza Ismael Ivo.
Danzatore dal corpo statuario prima e poi coreografo, dotato di un grande carisma e solarità, Ivo era come un idolo antico che sapeva muoversi suscitando sempre incondizionata ammirazione. Partito da San Paolo, dove si era formato, era arrivato nel 1983 a New York, entrando a far parte  dell’Alvin Ailey Dance Company, simbolo statunitense dell’orgoglio black, da cui aveva poi spiccato il volo per l’Europa per giungere a Berlino nel 1985 e celebrare un’affinità elettiva con il coreografo tedesco Johann Kresnik, di cui era divenuto danzatore-feticcio nel solco del Tanztheater, quindi, con il giapponese Ushio Amagatsu di Sankai Juku.
Venezia ha rappresentato un capitolo importante nella vita e nella carriera di Ismael Ivo, a lui fu affidata la direzione di Biennale Danza dal 2005 al 2012 e fu per merito suo che la manifestazione riprese un ruolo apicale a livello internazionale, anche grazie alle sue provocazioni. In molti ricordano la performance Mercato del corpo, da lui ideata, in cui i ballerini venivano messi all’asta con l’intento dichiarato di sottolineare la mercificazione come fondamentale codice comunicativo nei rapporti umani e con il risultato raggiunto di fare scandalo con la danza.
A Venezia era arrivato nel 2002, scatenando letteralmente l'entusiasmo del pubblico con il suo assolo Mapplethorpe in cui danzava con la sua schiena perfetta e  possente a favore degli spettatori sulle note di Steve Reich, per portare il suo personale e sentito omaggio al celebre e discusso fotografo Robert Mapplethorpe, per cui Ivo aveva fatto da modello, nel Village artisticamente al suo punto più creativo e senza limiti di sorta durante gli anni '80, quando era un giovane e sconosciuto ballerino appena giunto a New York dal Brasile. Da Mapplethorpe aveva rubato uno sguardo sul corpo che era desiderio e sensualità. «La danza – diceva Ivo – è una possibilità per ritrovare il senso perduto della bellezza». E Venezia con la sua bellezza prorompente lo aveva stregato, incitandolo alla sfida per inseguire il senso stesso del bello, in maniera del tutto spregiudicata. Da questa ricerca ininterrotta nacquero le edizioni di Biennale danza intitolate Beauty, Body & Eros, in spettacoli spesso dedicati ai giovani tra cui Oxygen, Babilonia, Il terzo Paradiso, The Waste Land, Biblioteca del corpo.
Nel ricordare questo gigante dell'arte riproponiamo una sua intervista al nostro magazine rilasciata nel 2008. Il suo sorriso, la sua simpatia e disponibilità, così come il suo grande fascino a distanza di anni sono rimasti nei nostri ricordi. Obrigado Ismael!

[Fabio Marzari]

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La Bellezza: dopo la crisi dell'armonia classica, l'abiura del Romanticismo, l'estetica della dissonanza del Novecento (dall'espressionismo alle avanguardie) ha senso oggi parlare di bellezza? È la scommessa di Ismael Ivo, direttore dal 2005 della Biennale Danza, che battezza Beauty il 6° Festival Internazionale di Danza Contemporanea (14-29 giugno), dopo la trilogia 2005-2007 Body Attack, Under Skin, Body & Eros. Dopo il corpo aggressivo, il corpo scandagliato ‘sottopelle’ fino a neuroni, sinapsi, nervi, tendini, muscoli, il corpo del desiderio, il Festival 2008 canta la bellezza del movimento.

La bellezza è di nuovo attuale: non quella delle mitologie pubblicitarie e televisive, ma il corpo in movimento, la paradossale invisibilità della danza che, arte visiva, segnalinee e spazi nell'aria destinati a vivere solo nell'attimo dell'evento scenico, quindi a sparire, a lasciare tracce solo nella memoria dello spettatore o in quella elettronica. Attualità della bellezza: bellezza come scandalo «in questi tempi di miserie onnipresenti, violenze cieche, catastrofi naturali o ecologiche», annota François Cheng in Cinque meditazioni sulla bellezza (Bollati Boringhieri, 2007); la bellezza vive, e non solo nella filosofia dell'arte, per Arthur Danto, di cui Postmedia-Books ha appena tradotto L'abuso della Bellezza – Da Kant alla Brillo Box (Milano 2008). Insomma, Beauty come snodo del pensiero contemporaneo e persino come rivolta. Il 6° Festival della Biennale vede la riconferma di Ismael Ivo, dopo il quadriennio di Carolyn Carlson (1999-2002), Frédéric Flamand (2003), Karole Armitage (2004). Il "filosofo della danza" (così Vittorio Sgarbi ha definito Ivo alla conferenza stampa di Milano il 29 aprile scorso) può concludere la sua riflessione avviata nel 2005 con Body Attack

Il programma allinea novità assolute a prime italiane, danza astratta a tecnologia, videoinstallazioni, cinema, teatro, arti visive e si annuncia molto bello (non è una tautologia). Torna la formula consueta di Ivo: il Festival è aperto il 14 giugno alle Corderie dell'Arsenale da un simposio dove danzatori e coreografi, oltre a scrittori, studiosi e giornalisti, s'interrogano su ciò che oggi si può chiamare bellezza; tra gli ospiti Germaine Greer, l'autrice de L'eunuco femmina. Per capirne un po’ di più e per viaggiare alti e aperti abbiamo incontrato il vulcanico e contagioso danzatore-filosofo brasiliano.

 

In un’età in cui tutto sembra concludersi in una dimensione di sterile edonismo fine a se stesso, con l’ossessione dell’immagine, del look come modelli estetici univoci, lei propone in questa Biennale un tema che, enunciato com’è nella sua purezza e semplicità, suona quasi provocatorio: la Bellezza. Senza alcuna complicazione, diretto. A essere cronicamente dietrologici, verrebbe da chiederle che cosa ci sia... alle spalle, tra le righe.
Anche un tema semplice può essere provocatorio. Con questa edizione dedicata alla Bellezza, dopo la trilogia del corpo che si è articolata nelle tre precedenti edizioni (Body Attack, Under Skin, Body & Eros), la mia intenzione è proprio quella di provocare; Beauty rappresenta un’occasione per proporre in modo diretto una domanda semplice ma quanto mai necessaria: «Che cosa è la bellezza oggi?». Si tratta di una provocazione al fine di cercare di ridefinire e rivalutare l’estetica. Un’estetica, quella odierna, che rischia troppo spesso dico incidere con il potere dell’immagine, del marketing. L’obiettivo è tentare una nuova focalizzazione della bellezza nel suo essere fenomeno interattivo, che non si circoscrive nell’oggetto o nella persona ‘bella’, ma che prende in considerazione le conseguenze emozionali, energetiche che la bellezza provoca in chi guarda. Un’opportunità essenziale per riscoprire la bellezza oggi, che cosa essa sia in questo mondo veloce, globale; in ultima analisi dare/ridare un senso profondo all’immagine.

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Ci sono due, tre o più linee-madri che connettono le varie opere presentate, oppure il programma si dispiega volutamente frammentario, invitandoci a scoprire in mille luoghi e gesti distinti schegge di bellezza in sé, oltre ogni intento programmatico?
Susan Sontag, giornalista e scrittrice, scrisse una volta che in ogni tempo, ciclicamente, bisogna rivalutare il senso della spiritualità e della bellezza; in ogni secolo, in ogni era è necessario ripensare il concetto. Questo è esattamente il tipo di operazione che ho cercato di realizzare, tanto più che già ero a conoscenza di coreografi che stavano elaborando e articolando le proprie visioni in rapporto a questa domanda: quello che alla fine ho ottenuto è stata una sorta di risposta da parte di una coscienza collettiva, che già era nel vivo di questa riflessione. Con entusiasmo dunque ho posto i coreografi innanzi a questa sfida e ciascuno di essi interpellati, per-correndo il binario tematico generale, ha prodotto risposte di diverso tenore e taglio. Il nostro stesso concetto occidentale della bellezza ha bisogno di essere rivisto, cambiato e, in ultima analisi, il lavoro del coreografo consiste proprio nel riva-lutare un certo tipo di occhio, di visione, proponendo un concetto di estetica tramite il linguaggio della danza.  

Tra tutti gli spettacoli in programma, uno fra tutti ci ha incuriosito per la sua trasversalità, La Bambola di Carne. Trasversalità di linguaggi, è un’opera sperimentale davvero multimediale, trasversalità produttiva, si tratta infatti di una coproduzione di Biennale con gli altri due grandi festival europei, Dance Umbrella e ImPulsTanz. Possono essere queste due tracce identitarie rivelatrici della natura viva di questa Biennale Danza 2008?

La Biennale è un privilegiato luogo di curiosità e di ricerca, un luogo di arte progressiva, di arte ‘da venire’, uno sguardo, una finestra sul futuro. Questa è l’impronta che io ho cercato di dare alle edizioni che ho curato. Essenziale è dunque che la Biennale si apra anche alle altre realtà internazionali, stabilendo quelle direttrici di ricerca e culturali sulle quali proporre Arte. In questo senso un progetto come La Bambola di Carne, spettacolo sperimentale definito una “polifonia mediatica” ispirato al celebre film di Ernst Lubitsch, ideato da Letizia Renzini con la danzatrice Marina Giovannini, rappresenta un chiaro tentativo di fusione di cinema, danza, musica ed estetica. Un tentativo, sviluppato in collaborazione con Dance Umbrella e ImPulsTanz, di allestire un nuovo vocabolario, una nuova struttura, una nuova grammatica coreografica in grado di riflettere in profondità in maniera realmente multimediale. Si parla molto di questi tempi di crossover e multimedialità, ma accade spesso che lavori che si addentrino su questo terreno riescano semplicemente a giustapporre elementi diversi senza mai produrre qualcosa di realmente organico e amalgamato. Letizia Renzini e Marina Giovannini cercano di realizzare una vera fusione di idee, creando un contesto coreografico, ad esempio, che possa dialogare attivamente con il linguaggio musicale. Questa operazione di avvicinamento delle arti è essenziale e mi ricorda quando, all’inizio del secolo scorso, dal dialogo attivo tra gli artisti hanno avuto origine movimenti quali Surrealismo, Dadaismo, Espressionismo. Inoltre, da un punto di vista istituzionale e produttivo, questa proposta rientra in un tentativo complessivo di dare lo spazio e la visibilità internazionali che la danza contemporanea italiana ritengo debba avere, nell'ambito del progetto chiamato ENPARTS (European Network of Performing Arts), promosso per iniziativa della Biennale di Venezia e approvato dalla Comunità Europea per la creazione di un circuito di collaborazione tra le più grandi istituzioni di danza, musica e teatro. Da qui la collaborazione con Dance Umbrella e ImPulsTanz.  
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La Biennale ha due target privilegiati di riferimento: il mondo e il territorio. Il Presidente Baratta, già dal suo primo mandato, a parole e nei fatti ha dimostrato che il territorio è un soggetto nodale per lo sviluppo e la crescita della Biennale. Da questo punto di vista lei è stato uno dei curatori più attivi, visto che è da più di due anni che è attivo Choreographic Collision, vero e proprio laboratorio di danza. Come procede il progetto e che urgenza comunica?  
Lo spazio geografico ricopre un'importanza fondamentale e Venezia rappresenta ancora un punto storico di riferimento internazionale; ma non può essere solo la mera sede della Biennale: deve essere presa in considerazione anche nella sua incidenza locale e regionale. La città e la regione devono rappresentare una fonte di ispirazione, in particolar modo Venezia, città che non porta solo un carico enorme di storia e tradizione, ma che presenta un suggestivo lato 'misterioso'. È la città di chi respira mistero... È necessario valorizzare una tale base di partenza e questa piattaforma per giovani coreografi vuole dare all’artista locale emergente l’opportunità di relazionarsi alla Biennale non come entità lontana e irraggiungibile, ma come motore culturale territoriale e produttivo. La filosofia del nuovo Presidente Baratta è proprio quella di investire nella regione, di portare la Biennale non solo a livello internazionale, ma di costruire un stretto legame, per l’appunto, con il territorio, con il pubblico giovane. Investire sui giovani rappresenta uno degli aspetti prioritari della filosofia del nuovo Presidente e questo non può che farmi felice, naturalmente. Ripeto, un luogo veramente internazionale non può dimenticare il territorio, la regione. Globale e locale, queste sono le direzioni parallele e incrociate da imboccare. Il progetto di creare una nuova Accademia di danza ben esprime la volontà di rafforzare il rapporto con il territorio e con lo 'sfondo' culturale locale: investire nei giovani emergenti, aprire l'arte alla regione, uscendo dai luoghi istituzionalmente a lei deputati (Arsenale, Giardini), contattare il pubblico e gli organi di informazione attraverso seminari itineranti o performance. In due parole, porre le basi per l'Arte e creare stimoli attorno ad essa. 

 

 

Il Leone d’Oro alla Carriera quest’anno viene assegnato al coreografo praghese Jirí Kylián, anima del Nederlands Dans Theater. Quali le motivazioni?

La motivazione è legata al tema trattato quest’anno. Tutto ruota attorno alla seguente domanda: «È per caso la bellezza l’amante segreta dell’arte?». L’artista cerca la bellezza quando scrive un pezzo? No, perché l’estetica muta, il concetto stesso di arte e bellezza muta. Ci sono personalità come Jirí Kylián che hanno investito in questo tipo di sviluppo dell’estetica; e quando si assiste alla rappresentazione di un suo lavoro si può vedere la bellezza della danza pura, in sé, il movimento nasce e sparisce davanti i nostri occhi, lascia una sensazione e provoca un'emozione. Jirí Kylián non è un coreografo, è un mago del movimento!
 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 09 aprile 2021 )