VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow VENICENESS arrow Il piron del diavolo. La (s)fortuna della forchetta a Venezia
Il piron del diavolo. La (s)fortuna della forchetta a Venezia
di Fabio Marzari   

Tra i molti primati di cui Venezia potrebbe vantarsi c’è l’utilizzo diffuso delle prime forchette da tavola, anche se fu un inizio travagliato. Il “piron”, ossia la forchetta nel dialetto veneziano, sembra essere un’invenzione bizantina. Furono proprio le principesse di Costantinopoli, infatti, a diffondere l’uso di questa posata, prima a Venezia e poi nel resto d’Europa. Per questo si può affermare, malgrado il non certo fortunato avvio dell'utilizzo di questo indispensabile strumento da tavola, che Venezia conobbe l'uso della forchetta assai prima della Francia, dove fu importato soltanto nel 1379.

forchetta-2-e1543490456760.jpg
Inizialmente il “piron” era considerato uno strumento demoniaco, non decoroso come le tre dita regali. Fonti letterarie dopo il Mille descrivono l'uso della forchetta dapprima a Venezia, poi a Pisa e Firenze, soprattutto in mano a borghesi e mercanti, mentre nelle corti vigeva ancora l’etichetta tradizionale di Ovidio delle tre dita, che imponeva di attingere direttamente dal piatto per pescare il cibo solido.

 

La dogaressa Teodora pioniera della forchetta

paolo_veronese_-_the_marriage_at_cana_detail_-_wga24861.jpgFu Teodora Anna Doukaina, una principessa bizantina, sorella dell’imperatore Alessio e moglie del Doge Domenico Selvo, nel 1077 a utilizzare la forchetta il giorno del suo matrimonio e questo gesto suscitò la disapprovazione generale. Fra le abitudini che importò da Bisanzio, oltre all’insegnamento alle dame dei segreti del trucco e dei passi di una danza tipica bizantina, la dogaressa Teodora infatti aveva quella di non portare mai il cibo alla bocca con le dita bensì con una specie di forchetta d'oro e sperava che potesse bastare per farsi accettare dalle famiglie maggiorenti.
Ci pensò la Chiesa a giudicare la forchetta come un diabolico strumento di mollezza e perversione e il comportamento della dogaressa venne descritto come peccaminoso. Fu San Pier Damiani (1007-1072) che istigò la collera divina sullo strumento, giudicandolo un lusso diabolico e una raffinatezza scandalosa. Il suo utilizzo venne anche ritenuto segno di debolezza da parte dei maschi nobili.


Teodora amava circondarsi di lusso regale e la condotta di vita sfarzosa suscitò il disappunto fin dal suo primo approdare a Rialto, tanto più che si abbandonava ad estrema mollezza di vita, lavandosi ogni giorno nelle sue stanze profumate con acque odorose e talvolta con la rugiada che pretendeva fosse raccolta dai suoi schiavi. Non c’è da stupirsi quindi se il popolo attribuisse a celestiale castigo la terribile malattia che, in mezzo alle piaghe e alla putredine, la condusse a morte.
Non che al marito il destino riservò sorte favorevole. Egli, infatti, subì l'attacco dei Normanni e nonostante l'aiuto chiesto al cognato Imperatore venne sconfitto nel 1084 presso Corfù. Venne deposto dal popolo e costretto a chiudersi in un convento. Varie erano le accuse che gli vennero mosse, prima tra tutte il suo ambizioso matrimonio con Teodora.
L’uso della nuova posata si affermò un po’ alla volta, mentre ancora si seguiva l’etichetta di usare le tre dita regali per pescare il cibo dai piatti. Solamente nel 1700 le autorità ecclesiastiche riconsiderarono la dibattuta questione dell’infernale strumento, ancora interdetto fra le mura dei conventi.