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Abbattere muri, costruire ponti. Quattordici dialoghi virtuali per Afropean Bridges
di Loris Casadei   
giovedì 22 aprile 2021

Prosegue fino alla fine di maggio con un paio di appuntamenti settimanali l’intrigante progetto dall’azzeccatissimo titolo Afropean Bridges, workshop internazionale organizzato dall’International Center for the Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari di Venezia incentrato sull’identità degli europei di origine africana e sulle molteplici relazioni tra Africa e Unione Europea. Il workshop, giunto nel 2021 alla sua terza edizione, mira letteralmente a “colmare il divario” (bridge the gap) tra la realtà e gli stereotipi fuorvianti sugli afro-europei, ponendo l’accento in particolare sui temi della migrazione, dello sviluppo e dei diritti umani. I dialoghi virtuali, quattordici in totale, fino al 27 maggio, sono pubblicati ogni lunedì e giovedì alle ore 18 sul sito e sul canale YouTube di HSC-Venice, dove rimangono a disposizione del pubblico.
Il progetto ha come scopo quello di dare adeguato riconoscimento ad artisti, scrittori, musicisti di origine africana, ma al contempo di creare una preziosa occasione di dibattito sul riemergere di fratture sociali a più livelli che caratterizzano il nostro tempo.

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La cultura afro-europea in letteratura

Maaza Mengiste, scrittrice etiope, in collegamento da New York dove è docente di scrittura creativa, ci ha ricordato che l’Africa è sempre stata in movimento e la sua spinta migratoria ha dato origine al popolamento dell’Europa: numerosi imperatori romani per esempio furono di stirpe africana – il primo fu Settimio Severo –; ha ricordato inoltre la dominazione araba in Sicilia, che a noi veneziani non può che richiamare alla mente il Moro (non l’imbarcazione, ma il personaggio shakespeariano, anche se storicamente Cristoforo Moro non era di origine africana).
Dai dibattiti emergono invece pesantemente i conflitti uomo/donna, povero/ricco, sessualità non accettate o difformi, e certo anche popolazioni e lingue diverse. Maaza Mengiste cita l’esempio delle donne soldato, mitra alla mano, pronte però a tornare ai lavori domestici non appena appoggiata l’arma.
«La letteratura può parlare di ogni cosa, può aiutare a cambiare mentalità», afferma con un sorriso Bernardine Evaristo, nata a Londra da madre inglese e padre nigeriano, autrice fra gli altri di Ragazza, Donna, altro, pubblicato in Italia da Sur nel 2020. Un lavoro dallo stile particolare, poca punteggiatura e prosa quasi in versi, dove una delle protagoniste di sangue misto afro-indiano, ma anche omosessuale, osserva il mondo dei genitori in cui papà sembrava impegnato a salvare il mondo diffondendo idee socialiste, mentre la madre «si smazzava otto ore al giorno di lavoro stipendiato, tirava su quattro figli, faceva trovare al patriarca la cena in tavola tutte le sere e le camicie stirate ogni mattina».

Tutte le strade portano a Roma

Protagonista del terzo incontro, insieme al baritono britannico Peter Brathwait e all’artista Theo Imani, Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala. Il suo ultimo romanzo, La linea del colore (Bombiani, 2020), parte dalla sconfitta italiana – negata – di Dògali in Eritrea nel 1887 per raccontare la vita romana di Lasanu, che impugna il pennino come un guerriero, incollata allo scrittoio, ma pur sempre nera.
Dona tristezza e suscita un po’ di vergogna il racconto Quando il cielo vuole spuntano le stelle (Brioschi, 2020) dello scrittore nigeriano E.C. Osondu (24 maggio), che narra del sogno del piccolo protagonista nel villaggio di Gulu Station, così chiamato in onore di una fantomatica stazione ferroviaria che però non fu mai costruita. Il ragazzo ha un grande sogno: Roma. «La prima volta che ho sentito parlare di Roma pensavo fosse in paradiso. Sì, come Gerusalemme, Israele, la Siria, la Giordania, l’Abissinia e quei posti di cui parlano solo i libri sacri». Poi il viaggio attraverso il deserto, l’attraversamento del mare, l’incontro con un’umanità varia e colorata, piena di dolore, ma anche di speranze.
Roma ancora protagonista nel bel romanzo Il comandante del fiume (66thand2nd, 2014) di Ubah Cristina Ali Farah, nata a Verona da padre somalo e madre italiana. Nella vita il bene e il male ci circondano, così come la leggenda somala che narra della mancanza di acqua nel Paese e della creazione da parte dei saggi di un fiume, nel quale però dopo poco apparvero anche pericolosi coccodrilli. Cosa era successo? I saggi Xiltir e Goole avevano portato con loro anche un servitore, Shiirre, detto il Puzzolente, che aveva lavato nel fiume i suoi panni sporchi e le pulci, divenute sempre più grosse, si erano trasformate in coccodrilli. Ecologia e sviluppo, un’ulteriore frattura.

I protagonisti dei prossimi appuntamenti di Afropean Bridges

Tra gli ospiti dei prossimi incontri troviamo: lunedì 26 aprile lo scrittore eritreo Sulaiman Addonia in coppia con Cristina Ali Farah; giovedì 29 aprile Lidija Kostic Khachatourian, fondatrice della galleria Akka Project di Venezia, interverrà insieme a Kelechi Nwaneri, artista nigeriano in residenza ad Akka Project nel 2020; lunedì 3 maggio doppio incontro speciale con Yuri Boychenko, capo dell’Unità antidiscriminazione presso l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR) e Chinedu Nwokeafor, attivista del movimento Black Live Matter negli Stati Uniti. E ancora il sociologo senegalese Mamadou Ba, Saba Anglana, cantautrice e attrice italo-somala, Francesca Melandri, scrittrice e documentarista, autrice de Il sangue giusto (Rizzoli, 2017), lo scrittore togolese Sami Tchak, vincitore nel 2004 del Grand prix de littérature d’Afrique noire, e molti altri… (programma completo su hscif.org).

 

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