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25 Aprile. Anniversario e Festa fondamentale della città
di Fabio Marzari   

Venezia e il 25 aprile, due feste in una: l'anniversario della liberazione del Paese dal nazi-fascismo e il Santo patrono. Non si sa se per smania di originalità o per quale altro recondito motivo, il 25 aprile a Venezia è urbi, ma non orbi, la “festa del bocolo”, evitando troppe commistioni politiche o religiose. Il bocciolo di rosa rossa donato in primis all'amata, poi estesosi come omaggio all'universo muliebre, è il simbolo stesso di questo giorno per i veneziani, anche del circondario, e la solita leggenda di una triste storia d'amore viene perpetuata nei secoli con questo gradito omaggio che almeno per un giorno rende tutti più cortesi.

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È chiaro dunque come divenga difficoltoso, se non impossibile, riuscire a trovare una sintesi tra un sentimento di profonda e immutata gratitudine verso tutti coloro i quali in anni difficilissimi e mettendo a repentaglio le loro vite, decisero di collocarsi dalla parte della libertà e della ragione, esprimendo i migliori impeti di democrazia nella rivolta, spesso anche violenta, contro una dittatura fascista feroce e sanguinaria, che solo per le ignobili leggi razziali e per essersi alleata con Hitler meritava, merita e meriterà sempre un perenne disprezzo e nessuna giustificazione, e l’aderenza a un Santo patrono, Marco, a cui dobbiamo il senso materiale della costruzione di una delle basiliche più belle al mondo, mai abbastanza celebrata nella sua magnificenza.
Mi limito a segnalare sul fronte “resistenziale” un nuovissimo sito web www.noipartigiani.it dedicato all'attualità della Resistenza e ai Partigiani, realizzato in modo innovativo, includendo i volti e le voci di queste donne e uomini, spesso molto giovani, cui dobbiamo il Paese nel quale siamo cresciuti pur tra mille e mille difetti e che in questi tempi difficili talvolta rischia di cadere nella tentazione di un revisionismo pericoloso e controproducente, che dietro ad un populismo vomitevole, utilizzando il web come moderno olio di ricino, cerca di raccontare i fatti attraverso il filtro della menzogna storica, come se il fascismo avesse le caratteristiche di un movimento popolare e democratico.

Chi era davvero San Marco?

Tornando invece al buon Marco, autentico santo di Stato – prendendo a prestito la definizione dal titolo del volume di Renato D’Antiga per i tipi di CasadeiLibri – cui è dedicata la basilica simbolo di Venezia, un capolavoro architettonico dal valore inestimabile, patrimonio dell'umanità e simbolo magnificente e fragile come la città in cui sorge, chi fu davvero costui?

Prima discepolo di San Paolo apostolo e poi di San Pietro, è, come è ben noto, l’autore di uno dei quattro Vangeli. La sua santità è riconosciuta da molte Chiese cristiane ed è considerato patriarca e primo vescovo di Alessandria da quella copta. Un quadro abbastanza dettagliato della vita di San Marco evangelista proviene da quanto di lui descritto nel Nuovo Testamento, mentre altre notizie giungono a noi dagli Atti apocrifi di Marco e dalla Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. Ebreo di stirpe levitica, nasce intorno all’anno 20 a Cipro o in Palestina. Il primo riferimento alla sua figura negli Atti degli Apostoli ricorre nella narrazione della miracolosa liberazione di Pietro dalla prigione: «Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera (Atti 12,12)». Per alcuni studiosi il riferimento a sua madre come Maria fa pensare che la donna di Gerusalemme fosse la vedova, proprietaria della casa in cui si tenne l’Ultima Cena. È inoltre noto come, ad alcuni anni dalla morte di Gesù, apostoli e discepoli si radunassero proprio a casa della madre di Marco. Il nome Marco era quello gentile, mentre quello ebreo era Giovanni, come da usanza israelita del tempo. Non molto altro si conosce circa i suoi anni giovanili. Colui che diverrà in seguito San Pietro lo chiama “figlio mio” e lo ha certamente al suo fianco nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con San Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l'apostolo Paolo, che incontra per la prima volta nel 44, quando Paolo e Barnaba portano a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba porta con sé il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di San Paolo a Roma. Nel 66 San Paolo ci dà l'ultima informazione su Marco scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L'evangelista probabilmente muore nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o da martire, secondo un'altra, ad Alessandria d'Egitto. Marco viene torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo risulta devastato da ferite sanguinanti. Dopo una notte in carcere, dove viene confortato da un angelo, Marco è trascinato di nuovo per le strade fino a trovare esausto la morte il 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni. Ebrei e pagani intendono bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fa disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani di recuperarlo e seppellirlo a Bucoli in una grotta. Da lì nel V secolo sarà traslato nella zona del Canopo.

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Il racconto evangelico di Marco, considerato dagli studiosi come “lo stenografo di Pietro”, è scritto con vivacità e scioltezza in tutti e sedici i capitoli che lo compongono, in cui viene seguito uno schema altrettanto semplice: la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione. Tema del suo annuncio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». In queste parole si trova la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo. Come per ogni santo che si rispetti, la vicenda delle sue reliquie prima di giungere a Venezia assume dei connotati a dir poco rocamboleschi. La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, viene incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria Agatone (662-680) e Giovanni di Samanhud (680-689). In questa chiesa giungono nell'828 i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadroniscono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove infine giunsero il 31 gennaio 828, superando con uno stratagemma “suino” il controllo degli arabi, oltre che una tempesta e l’arenarsi su una secca. Le reliquie vengono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto Agnello, e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo che oggi ospita il favoloso tesoro di San Marco.

 

La costruzione della Basilica veneziana

Inizia in quegli anni la costruzione di una basilica, che sarà portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore. Ma pure la basilica ebbe i suoi guai, andando distrutta da un incendio nel 976 provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976), che lì si era rifugiato insieme al figlio. In quell’occasione, mossi da una furia incontenibile, i rivoltosi pensano bene di distruggere anche il vicino Palazzo Ducale. Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo deciderà di ristrutturare a sue spese sia il Palazzo che la Basilica. La costruzione dell’attuale "Terza San Marco" ha il via, invece, nel 1063 per volontà del doge Domenico I Contarini, venendo poi completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
 La basilica viene consacrata nel 1094, quando è doge Vitale Falier, ma già prima nel 1071 san Marco viene scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima in luogo di san Teodoro, che fino all’XI secolo era stato patrono e unico santo militare venerato ovunque. Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di San Marco e il santo guerriero Teodoro nell’atto di uccidere un drago simile ad un coccodrillo.

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La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione. Dopo la Messa celebrata dal vescovo, viene spezzato il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone, da dove compare la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si diffonde per tutta la basilica.
 Venezia resterà sempre indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la scritta «Pax tibi Marce evangelista meus», diverrà lo stemma della Serenissima, che per secoli sarà posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove imporrà il suo dominio.
 San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici.
E speriamo, per chiudere, che possa il Santo contribuire, e qui ci vorrebbe davvero un miracolo…, a riportare Venezia ad essere una città viva, vitale, pulsante, in equilibrio virtuoso tra vecchi residenti, nuovi abitanti, turisti attenti...