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Siamo pettirossi testardi. ricci/forte presentano una Biennale Teatro "da combattimento"
Written by Fabio Marzari e Chiara Sciascia   

Biennale Teatro 2021, seconda edizione in versione “pandemica”, capitolo primo della direzione ricci/forte, un diarchia che promette assai bene per i prossimi quattro anni, lo si è compreso da subito durante la conferenza stampa di presentazione, in cui i due, uniti, ma separatamente, hanno espresso le loro idee sul progetto sviluppato per il settore Teatro, con una capacità affabulatoria rara e convincente oltre che densa di valore, adoperando inoltre una tecnica di comunicazione di livello così raffinato ed elegante, da suscitare una sconfinata ammirazione nel pubblico. E proprio per il valore delle parole espresse nel presentare il loro lavoro curatoriale abbiamo scelto di riportarle quasi letteralmente, per non sminuire l’importanza del loro impegno.
Il loro è un polittico, afferma Stefano Ricci: «siamo partiti dai colori, che per noi hanno una stretta attinenza con quello che raccoglie il significato di arte; il colore non ha la possibilità di essere categorizzato, non ha limiti. Proveremo a tracciare un affresco di un popolo, quello culturale e quello artistico, alla luce di quest’ibernazione dell’ultimo periodo, con i nostri sensi che si sono ‘congelati’ in attesa di quello che sta arrivando adesso...
C’è un unico teatro, il cielo è lo stesso. Per questo partiamo dal Blue, il cielo che ci rappresenta, che è in noi; un cielo che per tanto tempo è diventato il coperchio di una ‘bara’, si trasforma in un cielo possibile, laddove riusciamo a far trionfare i valori delle differenze, e a lanciarci nel firmamento per raccontare ancora una volta che siamo qui.
Tutti gli artisti invitati per la rassegna, sia i giovanissimi che le figure professionali più conosciute, nazionali o internazionali, attraversano i temi cari a questo momento storico di ricostruzione, di ascolto dell’altro e il tentativo di recuperare quella dignità da troppo tempo dimenticata. Tutti insieme costruiremo il nostro polittico, un giardino delle delizie, per raccontare una resistenza, per dire “ricominciamo, riprendiamo a vivere!”, ma soprattutto cerchiamo di restituire un senso al fare teatro, al fare spettacolo dal vivo, perché il nostro senso è il senso di un Paese che si affaccia a un futuro possibile».
Gianni Forte inizia con: «Useremo il potere rivoluzionario della parola poetica. Auspichiamo che il Festival diventi una sinfonia pubblica non solo da camera, un’incandescente leva trasversale di riflessione, di scambio e di incontro, una Biennale da combattimento senza alcun clamore, come la lotta che facciamo con il nostro angelo, silenziosa, ma non per questo meno furiosa.
Uno spazio di vita in questo mondo che lascia il tunnel solo per riprendere la stessa strada polverosa percorsa precedentemente. Vogliamo imboccare sentieri altri non convenzionali, apparentemente impervi, che però alla fine risultano più luminosi, utilizzando ciascuno il proprio alfabeto e non uniformandoci alla corrente. Siamo dei pettirossi testardi, appollaiati sul filo spinato, che inondano la notte, spesso senza più luna né stelle, con il loro canto fragile, ma abbagliante».

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L’idea del coinvolgimento dell’apertura alla città, di riportare il teatro in mezzo alla gente, fuori dai confini degli spazi di Biennale, porta con sé la voglia di uscire da quell’ambito di quasi auto-referenzialità che talvolta manifestazioni come queste hanno.

G.F. Aprirci alla città era l’intento che avevamo. Con il nuovo bando Site Specific del College, andando ad utilizzare spazi non teatrali, volevamo, così come si faceva in passato, anche nell’antica Grecia, ritornare nell’agorà, nella piazza, ricreando un forum che consenta di riunirci e di discutere, di parlare insieme, per rendere il teatro vivo, non un qualcosa di già mummificato, autoreferenziale, appunto. Vogliamo uscire per calli e campielli portando la gente a teatro, alla vita.
C’è un pensiero diffuso che vede il teatro come qualcosa di ‘lusso’, di élite, ma vogliamo demolire questo preconcetto. Sono felicissimo di essere approdato alla Biennale Teatro, e credo che come Direttori in questi quattro anni probabilmente non proporremo niente di nostro, faremo lavoro di puro scouting, ed è entusiasmante smettere di guardarsi l’ombelico e proiettarsi nella scoperta di nuovi talenti. Ci sono tantissimi fiori preziosi che stiamo pian piano cogliendo, innestando e coltivando nel nostro ‘campo’ di Biennale.
Abbiamo visto dei lavori molto interessanti tra tutte le proposte che si sono state fatte tramite il College, ne abbiamo selezionati alcuni secondo il numero che ci veniva permesso dal Bando. Il 14 luglio sarà svelato il vincitore tra i Registi under 35, che percorrerà la medesima strada che sta seguendo quest’anno Paolo Costantini, vincitore dell’edizione 2020, che debutterà nel Festival di Teatro 2022 con una vera produzione commissionata dalla Biennale, per un giovane regista un passo importantissimo. Quando abbiamo cominciato noi, ma anche in seguito quando eravamo già affermati, anche con grandi produzioni, non abbiamo mai ottenuto una somma così rilevante da permetterci di creare esattamente quello che volevamo realizzare.
Diciamo sempre che non c’è una sola forma di teatro, ma tanti teatri possibili, quindi questi bandi del College e le Masterclass diventeranno fattivamente un’officina di idee, un luogo di scambio di visioni, di progettazione con tutti i codici possibili che abbiamo oggi a disposizione.

Siamo dei pettirossi testardi, appollaiati sul filo spinato, che inondano la notte, spesso senza più luna né stelle, con il loro canto fragile, ma abbagliante 


S.R. Vedremo in città gli spettacoli dei vincitori del nuovo bando Site Specific che sono molto diversi tra loro. Il collettivo -ness, composto da Rooy Charlie Lana e Giulia Zulian, firma tre diverse azioni performative raccolte nel titolo On a Solitary Beach, che prenderanno forma in diversi luoghi al Lido, ai Giardini, all’Arsenale e tra i canali, in laguna. In Campo Santo Stefano Stellario Di Blasi allestisce invece il suo Ab imis che racconta il tentativo, come dice la locuzione latina stessa, di “ricominciare dalle più profonde fondamenta”. Lo spettacolo si interroga su quelli che sono stati probabilmente gli errori maturati anche alla luce di quest’immobilismo di un anno e mezzo, e sul tentativo, che è il filo conduttore di tutto il Festival, di mettersi in ascolto dell’altro attraverso l’inclusione. È presente e palpabile un’attitudine da parte di tutti gli artisti ad affrontare un’indagine liminare, che racconti uno stato di coscienza che è sottopelle, quindi un tentativo veramente differente di entrare in relazione con l’altro. Nel caso di Stellario Di Blasi, costruire un cortocircuito del genere, focalizzando l’attenzione su un’indagine così preziosa, in un luogo come Campo Santo Stefano, all’interno di un ambiente sociale definito, restituisce un valore assolutamente deflagrante rispetto a quello che è il senso profondo dello spettacolo dal vivo.
Nel contempo le Masterclass raccontano il ‘nutrimento’ che offriamo ai giovani che un giorno prenderanno in carico le redini di un nuovo percorso. Tutte le discipline possono raccontare la tavolozza delle possibilità di parlare e di muoversi sul palcoscenico, dalla Masterclass di Galatea Ranzi e Chiara Guidi, che lavorano con attori e performer su testi di Virginia Woolfe, al laboratorio di drammaturgia con Martin Crimp, uno dei massimi esponenti della drammaturgia contemporanea mondiale. Andrea Porcheddu conduce un workshop con giovani critici che monitoreranno il Festival per tutta la sua durata; Adrienn Hód lavora sull’abbattere i confini del teatro con un laboratorio sull’espressione performativa; Krzysztof Warlikowski, premiato con il Leone d’Oro, avrà uno spazio di indagine e di colloquio con un gruppo di registi e drammaturghi, elaborando un’ipotesi su un testo di J.M. Coetzee; Danio Manfredini lavora sul trionfo del corpo poetico.

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È interessante anche la presenza della lirica e il coinvolgimento di altre forme di spettacolo, perché effettivamente, bisogna creare un nuovo pubblico e coinvolgerlo con altri linguaggi, altre energie, con altre possibilità di accesso.
S.R. È importante per riuscire a costruire, non soltanto per diventare un Paese evoluto artisticamente alla pari col resto dell’Europa, ma proprio per permettere di comprendere a un giovane cantante, attore, regista e artista in generale, anche le potenzialità che non sa di possedere, ciò è fondamentale. Una delle Masterclass, che rappresenta più di tutto la commistione tra generi, è focalizzata sull’interpretazione nel teatro d’opera, dove un gruppo di giovanissimi cantanti lirici sarà guidato dal regista Leo Muscato, dalla coach fisica Nicole Kehrberger e dal maestro Riccardo Frizza, perché anche la lirica appartiene allo stesso cielo, ha bisogno di interpreti e sta comprendendo che lo strumento vocale è soltanto uno tra quelli a disposizione di un interprete quando costruisce uno spettacolo dal vivo.

Per quanto riguarda gli spettacoli, qual è il fil-blue che li unisce?

G.F. C’è un filo, ed è ideale naturalmente, perché i tredici spettacoli che abbiamo scelto di rappresentare ci hanno sconvolto per la loro attualità, pur non essendo legati o ingabbiati nell’attualità presente. In scena vedremo diverse opere, alcune di repertorio, tutte di artisti che sono stati fermi un anno e mezzo, di conseguenza non troveremo il tema “pandemia” nei loro lavori, ma nello stesso tempo emerge un’urgenza, consapevole, fortissima, che il disastro, la distruzione, è un qualcosa che non appartiene agli ultimi tempi, alla dimensione pandemica universale, già ce lo portiamo avanti da tempo. Questi spettacoli ci permettono una sorta di distorsione dello sguardo, prenderanno lo spettatore per mano come Virgilio con Dante per entrare in questa Selva Oscura che non è solo metafora di disagio, di ostilità e pericolo, ma anche di cambiamento, di rinnovamento, di rinascita. Non possiamo ignorare, al di là del significato della crisi attuale, l’urgenza di restituire al cittadino, cioè a ciascuno di noi, i mezzi essenziali per una nostra emancipazione e sviluppo. La cultura è necessaria, non è un accessorio, né un lusso.

La cultura è necessaria, non è un accessorio, né un lusso

È un segnale importante per la città voler ripartire puntando sulla cultura.
S.R. Tutti abbiamo sperato che questo lockdown, questa ‘glaciazione’, servisse per ricostruire, ma in realtà c’è stato un accanimento su quelle certezze più risibili che si sono andate ad accentuare purtroppo, mentre non c’è stato quell’ascolto che auspicavamo. Probabilmente il nostro obiettivo, anche attraverso il teatro, è proprio questo: cercare di scuotere le coscienze, ma in modo davvero empatico, dicendo: «siamo qui, siamo tutti sotto lo stesso cielo, e questo è un grande valore, ma lo stesso cielo può trasformarsi in un attimo in una bara! Dobbiamo renderci conto che non possiamo più accontentarci solo delle nostre piccole sicurezze».

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Le nuove generazioni sono abbastanza sensibili? Il teatro riesce ancora a calamitare un suo pubblico, anche per garantirsi un futuro?
S.R. Dipende dal percorso degli artisti. Personalmente ho sempre lavorato cercando una visione trasversale e coinvolgendo pubblici trasversali, perché nel momento in cui capisci che ti stai rivolgendo ad un apparato familiare, tutto perde di senso, è nel confronto continuo infatti che vive il significato del fare teatro. Da questo punto di vista i giovani sembrano essere davvero sorprendenti: si sono presentati numerosissimi con ottimi progetti e tantissima voglia di fare. È una cosa molto bella, perché infonde tantissima energia in noi che siamo di una generazione precedente, e ci fa ben sperare nel futuro. Si dice che il teatro è morto, ma in realtà non è il teatro a morire, ciò che muore è la consapevolezza delle persone nel dare un valore autentico a questa espressione artistica. La risposta dei giovani, questa voglia di costruire sulla sabbia – perché questo è il nostro mestiere – è veramente la chiave di volta, dobbiamo continuare ad alimentare fantasmi di fantasia.

Per due “non-veneziani” che ruolo gioca nel vostro lavoro la città, con il suo straordinario tessuto urbano?
G.F. Non vivendo qui da molto tempo, sono follemente innamorato della città, però magari è una ‘cotta’ iniziale, perché adesso non noto le difficoltà, l’entusiasmo è così vivo che non sento la fatica, né le criticità che potrebbero esserci. Siamo in una posizione privilegiata e abbiamo la possibilità di godere della città appieno.
Vorremmo inoltre in futuro creare co-produzioni, quindi speriamo che come hanno promesso, direttori di teatri e artisti internazionali vengano a trovarci perché proprio a Venezia, che non è una città morta ma più viva che mai, si possano creare dei poli di congiunzione per poi partire e propagarci per il mondo.

 

49. Festival Internazionale di Teatro

de La Biennale di Venezia

2-11 luglio 2021

www.labiennale.org

 

Last Updated ( mercoledì, 07 luglio 2021 )