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Scandalosa è la vita. Parola a Krzysztof Warlikowski, Leone d'Oro della Biennale Teatro 2021
di Loris Casadei   
giovedì 01 luglio 2021

Il regista polacco Krzysztof Warlikowski, Leone d’Oro alla carriera 2021, è atteso a Venezia come una superstar. La provocazione a teatro sembra diventata tema vincente per il pubblico e i suoi spettacoli sono andati sold-out in pochi attimi. Già venti anni or sono veniva definito “agent provocateur” e le sue messe in scena delle opere di Shakespeare suscitavano scalpore. La Tempesta, ad esempio, venne riscritta alla luce della scoperta del massacro di Jedwabne, pogrom antiebraico nella Polonia del 1941.

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Personaggio irrequieto, nato a Stettino in Polonia nel 1962, si trasferisce molto presto a Parigi per seguire studi di storia, filosofia e infine teatro. Frequenta e collabora con i massimi protagonisti della regia teatrale del Novecento: Krystian Lupa a Cracovia, già allievo di Kantor, Andrzej Wajda, Peter Brook, Ingmar Bergman, Giorgio Strehler. Il successo internazionale gli viene dalla direzione di regia di opere liriche, che connota con un suo tratto inconfondibile attraverso un gusto barocco per il colore, i costumi e le luci.


A Venezia presenta in prima nazionale We Are Leaving, adattamento del romanzo Suitcase Packers di Hanoch Levin, poeta e drammaturgo israeliano scomparso nel 1999, noto per i suoi cabaret satirici, commedie di ripresa di antichi miti o episodi del Vecchio Testamento, talvolta in chiave domestica.


Il palcoscenico è arredato come una sala d’attesa. Personaggi di varia umanità si presentano e raccontano al pubblico e ad altri avventori in scena la dolorosa vicenda che
li ha portati in quel luogo, forse in attesa di un funerale. Ognuno racconta del suo sogno di andare altrove, per amore, per lavoro, per semplice desiderio di scappare. Il palco si riempie di valigie e borse, trasformandosi in una (im)probabile sala di imbarco per viaggiatori. Sappiamo tutti che in realtà il nostro unico spazio di vita è qui e ora: ogni fuga è inutile, sembra volerci dire il regista.
 Paradossi, contrasti, ironia e forse un messaggio nella scena finale, ove tutti gli attori si ritrovano solidali come una grande famiglia, una comunità che ha saputo nello spettacolo divertirsi.


Convenzioni, ipocrisia, superficialità del mondo contemporaneo sono spesso al centro delle sue rappresentazioni. Durante gli anni al TR Warszawa è stato anche definito “provocatore teatrale”. Quanto di questo resta oggi nelle sue messe in scena?

Considerando che la vita di per sé è trasgressione, il teatro deve prenderne atto. Non possiamo fingere di vivere nel migliore dei mondi possibili. Lo scandalo è onnipresente: in politica, nelle nostre relazioni umane, nel nostro corpo, nel nostro modo di vivere e di morire. In questo momento stiamo vivendo anche lo scandalo della pandemia. Non andiamo a teatro per dimenticarci della realtà, ma al contrario per riflettere su di essa. Ci tengo sottolineare che non è il teatro ad essere trasgressivo, scandaloso, bensì la vita.


Ha avuto il coraggio di mettere in scena alcuni grandi scrittori, spesso di non agevolissima lettura, tra cui Proust, ad esempio. Come avviene la genesi di que- sti spettacoli? Mentre legge si formano immediatamente le immagini nella sua mente o vi è un’elaborazione successiva, una sorta di riscrittura di copione?
Sono essenzialmente interessato ai testi che creano mondi, universi che vedono l’uomo coinvolto in scandali storici. Non sono interessato a quei testi imperniati su uno specifico argomento, che restituiscono solo un’immagine parziale della realtà. I miei lavori spesso nascono da una combinazione di vari testi; creo delle sceneggiature originali che sono ben radicate nei testi di partenza ma vanno molto al di là di questi. Le immagini prendono forma durante tutto il processo creativo e provengono da fonti e luoghi diversi. Molte di esse traggono ispirazione da Małgorzata Szczęśniak, scenografa che ha lavorato a tutti i miei spettacoli.

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Durante la messa in scena dei suoi spettacoli è presente e attento alla reazione del pubblico? È mai successo che la reazione degli spettatori rendesse necessaria una correzione del testo?


Cerco di essere presente a tutti i miei spettacoli. Il mio lavoro non termina mai il giorno della prima; spesso apporto delle modifiche sostanziali ai miei spettacoli in progress, ma queste non dipendono dalla reazione del pubblico, bensì esclusivamente da me stesso: sono io che sento la necessità di cambiare e che decido che qualcosa va migliorato in un dato modo o trattato diversamente.


Negli ultimi anni ha goduto di una notorietà universale, fuori anche dai ristretti ambiti teatrali, dedicandosi molto all’opera. Ha commentato questo suo impegno con la necessità di dare nuova vita a una struttura ossificata quale è la classica opera all’italiana. Ma il piacere intimo che prova nell’occuparsi della regia di un’opera è lo stesso che vive realizzando un’opera teatrale?

Di fronte ad un’opera lirica mi comporto sostanzialmente come di fronte ad un’opera teatrale e apprezzo moltissimo l’impulso teatrale che il compianto riformatore d’opera Gerard Mortier ha saputo imprimere all’opera prendendo delle decisioni molto coraggiose. Non si può paragonare il lavoro nell’opera lirica con quello nel teatro di prosa, poiché rappresentano due percorsi di lavoro molto diversi tra loro; sono organizzati in maniera differente e aprono la via a sfide diverse. Tal- volta mi sento sollevato dal fatto che quando lavoro con un’opera lirica non devo creare nessuna sceneggiatura, perché tutto già pronto. Altre volte invece vivo questo aspetto come un ostacolo, un limite.

Cerimonia di consegna del Leone d’Oro
3 luglio ore 12, Ca’ Giustinian


We Are Leaving
2 luglio ore 19; 3 luglio ore 17, Teatro alle Tese (III)

 

www.labiennale.org