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Home arrow TEATRO arrow Il sale della terra. Incontro con Germaine Acogny, Leone d'oro per la Danza 2021
Il sale della terra. Incontro con Germaine Acogny, Leone d'oro per la Danza 2021
di Katia Amoroso e Loris Casadei   
venerdì 16 luglio 2021
Leone d’Oro alla carriera 2021, Germaine Acogny, franco-senegalese, classe 1944, è considerata la “madre della danza contemporanea africana”. È un’artista che colpisce soprattutto per la sua visione: «crede fortemente nel potere della danza di trasformare la vita delle persone e si è sempre impegnata a condividere la sua passione come un vero e proprio atto di rigenerazione», recita la Motivazione del Premio. Ha diretto dal 1977 al 1982 il Mudra Afrique di Dakar, la scuola di danza fondata da Maurice Béjart e dal Presidente-poeta del Senegal Léopold Sédar Senghor.
Oggi dirige la sua scuola in Senegal fondata insieme al marito, l’École des Sables, istituto di formazione e compagnia (Jant-bi) divenuto uno dei maggiori centri propulsivi della danza contemporanea, che attira danzatori e coreografi da tutto il mondo. Il suo assolo Somewhere at the Beginning, a Venezia in prima nazionale, è un’autobiografia d’autore e una testimonianza vissuta dei rapporti tra Africa e Occidente, che contrappone ragioni e culture diverse. In dialogo con il padre, Acogny intesse il suo personale viaggio tra passato e presente alla ricerca della propria identità, un viaggio scevro da ogni ideologia e semplificazione, per svelare al pubblico qualcosa di intimo e personale, le sue radici ma anche i conflitti che queste stesse implicano.
Abbiamo incontrato Germaine via Zoom e ci ha subito incantati con il suo carisma e la sua prorompente energia.
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“La sua influenza come artista e il suo impegno nella formazione di innumerevoli giovani artisti della danza in Africa (e non solo) sono un retaggio che dovremmo valorizzare e celebrare mentre la sua inesauribile visione continua a essere fonte di ispirazione e di guida...
Wayne McGregor

 

Lei è nota soprattutto per i suoi assoli. Da dove ha avuto origine questa sua personale tecnica che oggi l’ha portata ad essere riconosciuta in tutto il mondo come ambasciatrice della danza e della cultura africane?
Dopo aver svolto i miei studi di educazione fisica e di danza all’École Simon Siegel a Parigi negli anni ‘70 sono rientrata in Senegal. Qui la danza non si insegnava come in Europa e mi sono chiesta come poter riuscire a trasmettere tutto quello che avevo imparato a Parigi e se fossi davvero in grado di farlo. Soprattutto perché in Senegal, e più in generale in Africa, non esiste la danza di un solo ballerino. Si balla sempre in gruppo e in comunità, in costante dialogo con il prossimo. Quando sono rientrata in Senegal mi è capitato tra le mani la poesia Femmes noires. Non sapevo chi l’avesse scritta, ma ne sono rimasta conquistata, sembrava parlasse di me. Ho scoperto poi che l’autore era Senghor, il presidente del Senegal. Ho trovato questa cosa incredibile: conoscevo tutti i poeti europei e non i poeti africani! In quell’istante mi è venuta l’idea di traslare in danza la poesia, facendomi aiutare da un tecnico della radio. Ancora oggi mi chiedo come sia riuscita a realizzare una composizione così complessa. Ho riunito tutti gli strumenti musicali necessari per creare una sinfonia straordinaria che coinvolgesse tutto il corpo. Inoltre ho ideato un nuovo spettacolo. Era davvero il primo “solo” africano in occasione dei 70 anni del Presidente. È stata una rivelazione anche per me. E poi, leggendo i giornali, ho scoperto che proprio in quegli anni si stavano sviluppando in Europa gli assoli. Questa stessa ispirazione era arrivata anche a me. Sono profondamente convinta che in qualche modo tutte le menti degli artisti siano in connessione tra loro ovunque esse si trovino.

Ci racconta del suo primissimo incontro con Béjart? Quali suoi insegnamenti sono stati per lei fondamentali?


Il presidente Senghor voleva trasformare il Senegal in una sorta di “Grecia dell’Africa”. Amava molto la letteratura, le arti plastiche e la danza tradizionale, ma al contempo voleva anche sviluppare delle innovazioni, in particolare un nuovo stile di danza in grado di diffondere in una chiave contemporanea la cultura senegalese. Mi conosceva e ha chiesto di incontrarmi perché aveva individuato in me una “nuova danza”. Così come gli artisti europei si sono ispirati al continente africano, anch’io ho fatto la stessa cosa ispirandomi all’Occidente. Dopo avermi visto danzare Senghor ha voluto portarmi da Maurice Béjart. Siamo stati nella sua scuola Mudra a Bruxelles. Da allora ho iniziato a lavorare come docente con estrema disciplina. Ricordo una volta di aver dovuto mandar via uno studente perché masticava un chewing gum! Béjart ha apprezzato molto il mio lavoro e ha così deciso di venire a trovarmi in Senegal. Con lui avevo costruito un rapporto particolare, non riuscivo proprio a dargli del Lei… Avevo come la sensazione di conoscerlo da sempre, possedeva un non so che di familiare, pareva che io gli somigliassi molto, tanto che Maurice stesso mi disse che sicuramente in una vita precedente ero stata sua figlia. Qualcuno ha davvero pensato che fossimo padre e figlia. Il nostro fu un incontro che andò oltre le nostre vite, sono infatti convinta di aver riscoperto le mie radici attraverso gli specchi di Béjart e Sangor e sarò loro sempre riconoscente perché mi hanno incoraggiato a spingermi oltre.

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La sua terra di origine ha fama di essere terra di magia. Si sussurra che sua nonna fosse una sacerdotessa fra gli Yoruba. Vi sono nella sua danza elementi ripresi da questi rituali sacri della tradizione?
Certamente. Io ho conosciuto la storia della mia terra anche tramite un libro scritto da mio padre che non è però mai stato pubblicato. Era un testo straordinario che parlava di religione, di incontri e di conflitti, di colonizzazione. Soprattutto parlava della storia delle donne senegalesi che in qualche modo evoca la tragedia di Medea. Nel nostro Paese esiste ancora la poligamia. Nella nostra tradizione prima del secondo matrimonio si incontrano i due clan (quello della prima moglie e quello della seconda moglie) e in questa circostanza iniziano discussioni molto animate e accese. La prima moglie scarica tutto il rancore che ha dentro il suo cuore. Anche a me è successa una cosa del genere: il mio primo marito ha voluto un’altra donna. Io non riuscivo ad accettarlo, dunque me ne sono andata. Tutti questi eventi, queste tradizioni e contraddizioni si riflettono nel mio modo particolare di danzare.

Tra poco sarà a Venezia. Cosa si ripromette di visitare?
Ho fatto un patto con Stravinsky, l’autore di Le Sacre du printemps. Quando ho ballato la sua opera con Olivier Dubois ho avuto molte difficoltà a rapportarmi con questa musica. Sentivo che dovevo dominarla, essere al di sopra della musica stessa. Quando arriverò a Venezia mi recherò al cimitero di San Michele, dove è sepolto il compositore: qui fumerò un sigaro e offrirò al mio caro Stravinsky della vodka e del latte, versandoli sull’erba intorno alla sua tomba. E gli dirò: «Io ti offro la vodka, il sigaro e il latte perché tu mi lasci continuare a dominare». La mia prima visita a Venezia sarà dunque un omaggio a Stravinsky perché permetta che Le Sacre du printemps continui a essere interpretata dagli africani e diffusa nel mondo.

Consegna del Leone d’Oro
24 luglio ore 11, Teatro Piccolo Arsenale

Somewhere at the Beginning

23 luglio ore 20, Teatro alle Tese, Arsenale

www.labiennale.org