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Home arrow TEATRO arrow INTERVISTA | Liturgia urbana. Oona Doherty conquista il Leone d'argento per la danza
INTERVISTA | Liturgia urbana. Oona Doherty conquista il Leone d'argento per la danza
di Loris Casadei   
venerdì 16 luglio 2021

È un piacere parlare con Oona Doherty. Schietta, diretta, senza asettici filtri da uffici stampa. Nata a Londra ma cresciuta a Belfast, dove la madre nord-irlandese si trasferì quando aveva 10 anni, la piccola Oona era un maschiaccio dichiarato. Ha iniziato a ballare nel doposcuola, prendendo parte ai musical dell’istituto cattolico che frequentava. «Il mio lavoro gioca sul confine tra la carne e l’anima, il pubblico e il palcoscenico, per condividere un’esperienza cinetica. Sono persuasa a esplorare stati di pura onestà metafisica. Per rappresentare il sesso, il punk, il romanticismo [...] la scatola nera, il cubo bianco, l’Irlanda». Oona, cui va il Leone d’Argento per la Danza, è un’artista trasparente, “cruda”: crea incessantemente, ascoltando, assorbendo ciò che la circonda. Il suo lavoro è complesso, sofisticato, ma al tempo stesso appartiene visceralmente alla strada, trasudando un realismo gutturale.
Oona presenta in prima nazionale Hard to Be Soft – A Belfast Prayer, pensato e coreografato nel 2017. Le tematiche gender, la violenza, la non accettazione degli altri giocano un ruolo rilevante nei lavori di Oona, almeno quanto i suoi ricordi di stretta educazione cattolica. Una danza di strada la sua, che vedremo in un teatro, ma che dovremmo immaginare in un contesto urbano degradato come un urlo alla vita.

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“Gli interessi e le passioni della Doherty e il suo istintivo essere controcorrente non si sono mai incontrati con il mondo della danza istituzionale. Ispirata dalla cultura club e da una danza fuori dalle regole, Doherty ha affinato la sua arte per tentativi, con un approccio creativo poco ortodosso, senza filtri e coraggioso. La sua danza [...] va dritta al cuore come una freccia...

Wayne McGregor

 

Le sue coreografie seguono spesso una storia. In Hard to Be Soft, ad esempio, la traccia è leggibile anche grazie ai suoi spunti.
Il corpo investito che si rialza, la rabbia o il sorriso interpretati dai muscoli della schiena, la rottura delle membra... È fondamentale che il pubblico riesca a leggere la trama di uno spettacolo di danza o ritiene sufficiente che ne colga l’architettura generale?
Al fine di garantire una rappresentazione sincera devo necessariamente dar corpo a una narrazione interna. Per quanto mi riguarda non c’è problema se il pubblico legge una storia leggermente diversa; penso sia del tutto normale, in quanto ogni persona interpreta i simboli visivi e le emozioni attraverso la propria pelle, o meglio attraverso il proprio sistema fisico e nervoso, ovvero attraverso i propri sentimenti e il pro- prio bagaglio culturale. Per cui anche se non percorriamo esattamente la stessa storia nel corso dello spettacolo, leggiamo e interpretiamo gli stessi temi, intenzioni ed emozioni, ovvero l’universale, la lotta e la speranza.


Nei suoi lavori sono evidenti più tracce riprese da motivi biblici che lei spesso traspone in una dimensione urbana, contempora- nea, avvalendosi di tecnologiche moderne. È corretto leggervi una affermazione d’identità, del suo essere irlandese?
Il fatto di aver vissuto a Londra e a Belfast e di aver frequentato una scuola cattolica femminile ha sicuramente segnato profondamente il mio inconscio. Statue della Vergine Maria circondate di immondizie e pacchetti di patatine vuoti, bambini che si baciano e fumano dietro la chiesa, le suore a scuola. Sicuramente venendo da un posto così so che cosa sia una società intaccata dalla religione, segnata da una politica malata, dove la gerarchia sociale è ancora molto forte. Ma in tutto ciò vi è anche un nuovo spiritualismo che ho trovato nella danza: un misto di Chi e anima. Danzare è una sorta di preghiera per me, che coinvolge anima e corpo. E quando sono sul palcoscenico mi sento in preda ad un’energia che non so dire esattamente da dove provenga, forse dall’atto stesso del pubblico che guarda una persona che danza. È come se il teatro fosse una parte infinitesimale del rituale liturgico. Quando ballo è come se venissero fuori tutti i miei fantasmi in una sorta di processo catartico; forse però non sono solo i miei fantasmi, ma anche quelli del mio lignaggio, dei miei antenati. Anche se non sono un sacerdote e tantomeno uno sciamano, talvolta la danza mi fa sentire come se fossi portatrice di un messaggio proveniente da un mondo ignoto.

 

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Per i suoi spettacoli ritiene più adatta la classica sala teatrale o preferirebbe poterli allestire in altri luoghi?


Mi piacerebbe portare Hope Hunt nelle prigioni o nelle carceri minorili. O ancora mi piacerebbe portare Hard to be Soft nei complessi residenziali, disponendo le sedie per il pubblico in strada o nei giardini prospicienti. Sarebbe lo spettacolo ad andare letteralmente incontro alle persone, in particolare a quelle che solitamente non vanno a teatro. Rappresenterei Lady Magma in una radura in mezzo alla foresta con il pubblico seduto in cerchio vicinissimo ai ballerini, bevendo tutti assieme vino e fumando erba per continuare con musica dal vivo subito dopo lo spettacolo fino a notte inoltrata. Immagino quasi un rito dionisiaco, una vera e propria festa pagana.

So di aver detto che il teatro segue un rituale quasi liturgico e ci tengo a ribadirlo. Sono tremendamente fortunata a fare un simile il lavoro,
 è un onore potersi esibire nei teatri. Ma francamente penso che un semplice edificio nero squadrato metta il pubblico un po’ in soggezione, così come una galleria bianca con tutte le sue etichette, e le persone di un certo ceto che frequentano questi spazi vuoti. Per una danza veramente autentica il massimo è poter contare su uno scenario naturale che ne elevi l’intento.


Sarà a Venezia tra pochi giorni. Ha già piani per visitare la città? Cosa si è ripromessa di fare?

Sarò impegnatissima a preparare le mie ragazze italiane per lo spettacolo. Quindi sarà la nostra collaborazione a farmi conoscere la città, saranno loro ad insegnarmi tutto quello che devo sapere. In occasione della consegna del Leone d’Argento verranno proiettati alcuni film dei nostri spettacoli, per cui sarà una bellissima occasione per me per fare un brindisi con uno spritz assieme a Luca Truffarelli (cineasta) e
a Gabriele Veyssire (agente/coregista), continuando a sognare grandi progetti assieme. Mia mamma e la mia bimba Rosaria saranno con noi. La mia bambina è mezza sarda. Quando arriveremo avrà sei mesi e spero che potrà assaggiare la sua prima “pappa” italiana.

Cerimonia di consegna del Leone d’Argento

24 luglio h. 11, Teatro Piccolo Arsenale


Hard to Be Soft – A Belfast Prayer

30 luglio h. 20, Teatro Piccolo Arsenale

www.labiennale.org