VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow Narrazioni a cinque cerchi. Incontro con Federico Buffa aspettando Tokyo 2020/21
Narrazioni a cinque cerchi. Incontro con Federico Buffa aspettando Tokyo 2020/21
di Massimo Bran   

C’è un prima di Buffa e un dopo di Buffa. Senza troppi giri di parole, il narratore per eccellenza sul piccolo schermo di storie di sport Federico Buffa in questi ormai dieci anni almeno di lungo e approfondito lavoro per restituire in chiave narrativa persone, emozioni, gesti dentro campi in erba, parquet, piste di atletica ha prodotto uno scarto deciso, netto verso una più alta e riconosciuta identità di questo particolare forma di racconto per immagini, parole e suoni. Non che alle sue spalle non ci fosse una strutturata tradizione, anzi. Lo sport, le storie di sport sono state raccontate per decenni prima sulla carta stampata e poi in televisione, ma anche in radio, da giornalisti di grana finissima, spesso scrittori puri, vedi gli aurei tempi dei Soldati e Buzzati prima e degli Arpino poi, senza poi parlare, naturalmente, di Gianni Brera. Diciamo che sui giornali negli anni della rinascita dopo la devastante guerra al nazifascismo il Giro d’Italia fu il vero terreno in cui lo sport si fece luogo di incontro tra cronaca viva e letteratura. Ma fu anche la prima, straordinaria occasione in cui provare a raccontare in diretta tv, seguendo un sottile ma resistente filo a legare volti, parole, pensieri in tono alto, nel senso qualitativo non di decibel, unendo il dato emozionale live con la riflessione e l’analisi tecnica competente. Parlo naturalmente del Processo alla Tappa, programma a cura del più grande giornalista di inchieste televisive della nostra storia, Sergio Zavoli. Poi fu il tempo di Gianni Minà, ossia della sprovincializzazione, del racconto empatico e insieme documentato, della retorica sempre sul filo del collasso ripresa in qua da una straripante capacità di restituire emozionalmente i volti veri dei grandi dello sport, sempre con un occhio vivo verso il terzomondismo politico, verso le storie di spavaldo riscatto, perdenti o vincenti che fossero.

federico-buffa.jpg

Ecco, Federico Buffa a mio modo di vedere è quello che è, ossia un finissimo narratore di gesta e gesti di uomini e donne prima che di meri sportivi e sportive, perché capace di assimilare, elaborare e risolvere a suo modo in una chiave presente e nuova queste profonde radici storiche in cui affonda e da cui prende vita il suo lavoro. In lui rivedo un mix, definito da uno spiccatissimo tratto personale, di queste matrici e radici declinate e restituite nella grammatica che il mezzo televisivo, o streaming che sia, oggi richiede per prodotti di questo tipo. Ossia costruzione del racconto a climax, montaggio serrato e liquido al tempo stesso, soundtrack mai costruita in qualità di mero elemento di contorno, partecipazione emotiva spinta anche sfidando i confini della sempre incombente retorica. Insomma, un progettare linee narrative insieme divulgative e filologicamente puntuali nel linguaggio e nell’età della serialità, dando decisamente del tu al ritmo.
Siamo a un lampo da Tokyo 2020/21, Olimpiadi quanto mai travagliate e per questo attesissime. Volevamo approcciarci alla regina delle kermesse sportive dialogando con qualcuno che andasse oltre il menù all inclusive classico, della serie prevedo questo, spero in quello, vedo quest’altro… Era da un po’ che volevamo incontralo il Buffa; se non ora quando ci siamo detti? Naturalmente le Olimpiadi sono 'solo' uno spunto, perché qui siam tutti baskettari e quindi… Ma il tutto inizia da una scintilla brillata in pieno Far East, direzione cinema, hub Udine.

 

I nostri cari amici del CEC – Centro Espressioni Cinematorgrafiche di Udine Sabrina e Thomas, organizzatori dell’ormai imprescindibile Far East Film Festival e che ci hanno messo in contatto, ci dicono della tua grande passione per il cinema delle tigri asiatiche. L’occasione di questa nostra chiacchierata sono gli imminenti Giochi Olimpici di Tokyo, ma alla luce di questa tua frequentazione cinematografica non potevamo certo allora “circoscrivere” allo sport, relativizzandola, questa tua vocazione circolare verso l’Estremo Oriente. Come nasce questa attrazione?
Partiamo dal fatto che in questo momento io non mi trovo a vivere in Oriente perché la vita alle volte ti fa improvvisamente svoltare verso un’altra strada rispetto a quella che avevi convintamente deciso di percorrere. Il mio sogno nel 2012 era quello di commentare la finale di basket delle Olimpiadi di Londra, poi vinta dagli americani sulla Spagna per 107-100; una partita che, visti i giocatori in campo, ero convinto potesse entrare nella storia, storia che a posteriori credo mi abbia dato ragione, regalandoci praticamente una partita NBA scandita da regole internazionali. Non fui coinvolto nella telecronaca e a quel punto mi trovavo davvero in procinto di partire: avevo una fidanzata giapponese, di Fukuoka, e volevo andare a vivere da quelle parti. In Giappone sarebbe stato però un po’complicato, per via della lingua; Singapore sarebbe stata una via già più percorribile, migliore certamente come dimensione urbana e sociale per quanto mi riguardava rispetto a, che so, una Nuova Dehli, dove mi avevano fatto una proposta di lavoro interessante. Questo progetto di vita poi non si è più concretizzato, ma il mio amore viscerale per l’Oriente è rimasto intatto.
È immediato per me ragionare in chiave orientale, è proprio una cultura che ho introiettato facendola mia in svariate declinazioni. I nostri amici Sabrina e Thomas del CEC ci hanno regalato questa meravigliosa dieci giorni di immersione nella settima arte versante asiatico che per me è pura gioia per occhi e anima. Il Far East Film Festival è Il Festival per me, senza se e senza ma. Anche perché non è costruito come il classico viaggio un po’ a pioggia tra passato e presente di un cinema lontano, certo oggi assai più vicino, ma comunque da molti magari ancora letto e vissuto in una chiave meccanicamente esotica. No. E’ una grande immersione in tutti i generi attraversati da quelle cinematografie, il che ha permesso a chi per anni era rimasto all’idea di un cinema caratterizzato o da grandi autori alla Kurosawa e alla Ozu, o da pellicole mozzafiato di combattimenti di arti marziali, di avere la concreta possibilità di misurarsi con la complessità e la poliedricità di quest’arte, che come nessun’altra ha la capacità di coinvolgere praticamente tutti i target possibili e immaginabili, da quello ostinatamente d’essai a quello che se il cinema non è blockbuster non è. Qui a Udine si vede di tutto: commedie, horror, film d’azione, thriller politici, il che ci permette davvero di entrare nel continente asiatico attraverso mille vie diverse, permettendoci quindi di assorbire la straordinaria complessità e varietà di linguaggi che connota questa parte di mondo. Tra l’altro parliamo di cinematografiche nettamente più vitali delle nostre, se solo pensiamo che Cina, Giappone e Corea sono rispettivamente oggi la seconda, la sesta e la settima cinematografia del mondo. Insomma, viva il FEFF!!

La parola Olimpiadi cosa ti accende dentro? Emotivamente, professionalmente, culturalmente.
In questo periodo sono impegnato teatralmente con un progetto dedicato alle Olimpiadi, precisamente a quelle di Città del Messico del 1968. Quando all’inizio del mio percorso di narratore mi chiesero cosa avrei desiderato raccontare, risposi senza esitazione: «Le Olimpiadi di Berlino del 1936». Così mi costruirono uno spettacolo teatrale intorno a quello.
Credo che dal punto di vista antropologico non esista kermesse al mondo in grado di eguagliare la potenza delle Olimpiadi, momento in cui il linguaggio universale dello sport raggiunge il proprio apice indiscusso e indiscutibile. Non esiste nulla che possa mettere in dubbio questa mia convinzione.

messico68.jpg
Il tuo Pantheon Olimpico.
Sono nato nel 1959, quindi le prime Olimpiadi di cui conservo ricordi netti sono proprio quelle di Città del Messico, quando avevo 9 anni. Quelle Olimpiadi io le ho letteralmente divorate; ricordo distintamente tantissime gare che seguivo nonostante l’improbabile compatibilità di orario delle messe in onda rispetto a quelle che erano le mie abitudini di bambino.
Penso che le due edizioni cruciali delle Olimpiadi siano state proprio quelle del 1936 e del 1968. Nel primo caso lo sport perde la propria “verginità”. Ricordo ancora quando, ospite a Sky, ho provato a fare un gioco, ossia prendere le prime cinque notizie date nel corso del loro telegiornale provando a collegarle con quello che era successo a Berlino in quel fatidico anno. Ebbene, gli esiti furono a dir poco impressionanti: tra quelle notizie di giornata e quell’appuntamento storico non intercorrevano mai più di due gradi di separazione.
Le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico cambiano invece per sempre la percezione che il pubblico e gli atleti avranno della manifestazione. Basti pensare che la persona che all’epoca convinse Tommie Smith e John Carlos ad alzare il pugno guantato di nero sul podio dei 200 metri piani, il sociologo e attivista Harry Edwards, è la stessa che cinquant’anni dopo ha suggerito a Colin Kaepernick, ex quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, cosa che abbiamo visto fare in questi giorni regolarmente dai giocatori di calcio ai Campionati Europei.
Credo che solamente nello sport sia possibile cucire assieme avvenimenti tanto lontani con un filo rosso di tale straripante potenza.

Beh, sul fronte dei Sixties lato lotta per l’emancipazione degli afroamericani hai di fronte qualcuno che fondando 25 anni fa una rivista, questa, ha deciso alla fine del suo colophon alla voce Guida Spirituale di inserire una volta e per sempre il Più Grande, Muhammad Alì, tra l’altro anch’egli protagonista assoluto di un’edizione olimpica a sua volta storica quale fu Roma 1960.
Lui è un capitolo a parte, qualcosa di impossibile da spiegare a parole, anche se recentemente ci ho provato, cercando di cavare il meglio che potevo dal mio bagaglio di memorie e suggestioni per non perdermi in una simile, impervia sfida.
Sono tutti figli di Muhammad Alì, tutti: neri, bianchi, gialli... Ogni volta che, che so, un Cristiano Ronaldo segna e fa riecheggiare il suo «Yo estoy aquí!», credo dovrebbe dare come minimo un centesimo ad Alì, alla sua memoria, vero inventore di gestualità sovrasportive che hanno segnato la storia della comunicazione, del costume, della politica ben oltre il mero recinto agonistico. Tutti, davvero tutti i grandi e i meno grandi dello sport gli devono qualcosa, perché è lui che inventa il gesto che complementa l'azione sportiva. Ogni arciere di Bolt, ogni celebrazione di gol, schiacciate e touchdown derivano dal suo modo di spettacolarizzare il gesto atletico ponendone un altro immediatamente prima o dopo.
m.-ali.jpg
Quale chiave narrativa useresti per restituire al meglio un viaggio nella storia profonda dei Giochi Olimpici?
Personalmente mi considero affezionato a tutte le edizioni delle Olimpiadi, a partire proprio dalla prima della storia, quella di Olimpia. E questo ancora una volta mi collega ad altro, precisamente alla gara che vide protagonisti proprio Smith e Carlos, quei 200 metri piani che rappresentano la più antica competizione di corsa di cui si ha conoscenza, perché ci furono appunto già nella prima edizione. Il mito racconta che la distanza originaria in realtà fosse leggermente inferiore e che corrispondesse ai passi che Eracle Ideo mise consecutivamente uno dietro l’altro, da cui possiamo dedurre che calzasse circa il 42 di scarpa.
Se c’è una cosa che adoro fare nelle mie narrazioni è legare la storia dello sport a dei particolari gesti. I gesti non hanno età: se i 200 metri si corrono oggi come all’epoca dei primi Giochi in terra greca, ecco allora che l’uomo mette in mostra tutta la propria continuità attraverso un percorso capace di superare i confini del tempo.

Raccontare divulgativamente lo sport in immagini in Italia, pur alla presenza di straordinarie figure della storia del giornalismo non solo sportivo che si sono cimentate in questo, non ha mai trovato un suo adeguato spazio. O meglio, non ha mai potuto godere di un contenitore dedicato che assicurasse a questo genere, perché lo è a tutti gli effetti, una necessaria e vitale continuità. Il tuo stile narrativo, che ha trovato una felice rispondenza in un broadcast come Sky e in un pubblico attento e curioso alle storie innanzitutto umane che l’universo sportivo ha saputo e sa copiosamente regalare, ha prodotto un evidente scarto in questa lunga ma frammentata tradizione, con quel felice mix di approfondimento, di seria ricerca filologica delle fonti e di sana, contemporanea disposizione pop, cool, nel raccontare storie che si fondano innanzitutto sul dato preminente della passione. Che altro ancora può spiegare il successo di questo tuo percorso?
Parto sempre dal presupposto e dalla ferma convinzione che ci saranno sempre storie da raccontare. Potranno cambiare tante professioni, tanti scenari politici e sociali, ma esisterà sempre qualcuno o qualcosa che parlerà di quello che succede, in modi che magari in questo momento non possiamo nemmeno immaginare. La figura del reporter, nel senso più genuino del termine, secondo me non potrà tramontare mai; ci sarà sempre qualcuno capace di catturare una storia ed esporla. E credo che i motivi di questa convinzione si possano radicare nella vittoria dell’Homo Sapiens sull’Uomo di Neanderthal, vittoria raggiunta grazie alla migliore capacità di immaginazione del primo rispetto al secondo e alla conseguente sua bravura nel creare un linguaggio efficace per meglio comunicare, trasmettere le sue conoscenze e le sue memorie.
Siamo sempre stati affiancati dalle storie nella nostra storia di esseri umani; poi nelle diverse fasi è cambiato ciò che la gente voleva sentirsi raccontare e il modo in cui raccontarlo. Personalmente ho l’enorme privilegio di poter raccontare storie che ascolterei io per primo molto volentieri. L’entusiasmo mi contagia nel momento stesso in cui queste storie cerco di impararle per trasmetterle poi al pubblico. Alla mia maniera.
Altro aspetto per me fondamentale nelle dinamiche del mio racconto è non scordare mai come dietro allo sportivo ci sia sempre l’essere umano. E come ad ogni essere umano, anche ai grandi atleti della storia, si può spegnere la luce, decidendo di cambiare completamente mondo dopo aver concluso la carriera, oppure invece cadendo in depressione per l’incapacità di elaborare il “lutto” dell’inevitabilmente giovane fine della propria ribalta agonistica, il tutto anche a dispetto di introiti ultramilionari e di una fama globale. I più credono che il denaro di per sé sollevi dal dolore di dover smettere, ma si dimenticano che il denaro, per quanto potente, non spiega e non spiegherà mai l’impasto emotivo, il portato esistenziale di queste esperienze decisamente extra-ordinarie, i cui esiti esaltano la primazia del dato umano individuale su tutto il resto.
Credo, quindi, che guardare a questi atleti dal punto di vista umano possa aiutare lo spettatore ad entrare meglio nelle pieghe della storia.

C’è un modello, una figura in particolare, o anche più d’una, a cui ti sei ispirato in questa tua ormai lunga avventura?
Sì, certo. Su tutti, chi mi ha in primis ispirato è una persona eccezionale che purtroppo non c’è più e che non aveva nulla a che vedere con lo sport: Philippe Daverio. Non ho perso una puntata una della sua splendida trasmissione Passepartout, durata fortunatamente per anni ed anni. Inutile qui soffermarsi sul suo stratosferico bagaglio culturale, quello è noto a chiunque abbia avuto un minimo di prossimità al suo lavoro. Di lui era inarrivabile il sincretismo, autentico fuoriclasse nel passare da un argomento all’altro attraverso collegamenti geniali nella loro mai banale immediatezza, che lui padroneggiava con impareggiabile maestria. Passava con disinvoltura dalla storia principale alle mille che la affiancavano, attraverso uno o due gradi di separazione al massimo, in un contesto di grandissima fluidità narrativa, tenendo sempre saldissimo il filo del contenuto narrato. Le infinite lateralizzazioni che produceva erano miracolosamente sempre funzionali ad arricchenti il tema portante del racconto, facendolo accrescere scongiurando qualsiasi rischio dispersivo. Un vero maestro in questo.

Costruire e montare un racconto per immagini e raccontare delle storie live, sul palcoscenico. Differenze e predilezioni.
Si tratta di due situazioni imparagonabili: la televisione è un medium assolutamente freddo, il teatro viceversa è rovente. Nel primo posso ripetere una scena infinite volte, cambiando la luce, il suono; sul palcoscenico posso rapportare il mio respiro a quello del pubblico, in un confronto aperto e pulsante, in una parola, totalizzante. A teatro può esserci una ‘reazione’ che la televisione non rende possibile: puoi rischiare e puoi divertirti molto di più.

La “ditta” Buffa-Tranquillo per il basket NBA ha rappresentato un po’ quello che la straordinaria coppia Clerici-Tommasi ha rappresentato per il tennis. Uno a tenere il ritmo richiesto dal media televisivo, snocciolando dati, statistiche, aggiornamenti, l’altro a ricamare “letterariamente” le gesta e i gesti consumatisi sui campi da gioco. Avevate la percezione di stare vivendo l’età aurea del basket televisivo? Hai ancora nostalgia di quegli anni?

Magari ci potessimo paragonare a loro! Fatte le debitissime proporzioni, era quello che speravamo, che sognavamo di fare. Esisteva in realtà il proposito, sì, che la seconda voce, ossia la mia, avesse molta libertà, lasciando alla prima, ossia a Flavio, quella di scandire a ritmo pulsante lo svolgersi del match. Lo schema era proprio quello dei magnifici due che hai indicato tu, non io eh!!, quali nostri inarrivabili predecessori.
Personalmente seguo molto di più l’NBA della Serie A. La proporzione è schiacciante in favore del basket, che spesso mi sorprendo a commentare nella mia testa quando guardo una partita. Quello che è cambiato rispetto ad allora è che all’epoca seguire le partite era un lavoro e dovevo fare attenzione a tutti i dettagli del caso, ora è diventato un primal enjoyment, vale a dire che me la godo e stragodo alla grande. O per dirla ancora meglio e sanguigna in spagnolo: me la godo…de puta madre!
the-last-dance-netflix-michael-jordan-chicago-bulls.jpg
Come la trovi cambiata l’NBA oggi rispetto ai leggendari anni ’80 e ’90, con la vetta astrale e irripetibile rappresentata da Michael Jeffrey Jordan? Quali gli elementi tecnico-tattici che hanno prodotto un eventuale scarto radicale nel gioco rispetto a quel clamoroso ventennio?
Se pensiamo che in un secolo il calcio è stato capace di introdurre appena due cambiamenti, come quello relativo al fuorigioco e al retropassaggio che il portiere non può più raccogliere con le mani, allora ci rendiamo conto di quanto il basket in termini di innovazione stia davvero su un altro pianeta, dimostrando una straordinaria capacità di metabolizzazione e “normalizzazione” di queste stesse innovazioni, qualità essenziale per non stravolgere le fondamenta di questo meraviglioso gioco, o meglio, come lo chiamiamo noi, il Gioco. La creatività e la visionarietà razionale, mi si passi l’apparente ossimoro, del basket non esistono in nessun altro sport; si tratta di un gioco che apre davvero la mente di chi lo pratica e di chi lo osserva.
Poi tatticamente, fisicamente, come soluzioni ricorrenti di gioco molto è cambiato, sicuramente. Come in tutti gli sport anche qui l’intensità fisica è spaventosamente cresciuta, le difese si sono fatte più asfissianti, in particolare nei play off, quando la posta conta davvero. Il pick and roll è diventato quasi un dogma, il tiro da tre pure, forse sin troppo. E poi i ruoli, su tutti l’evoluzione dei centri, dei pivot, un tempo i più statuari e fermi a governare le plance, ora bestioni di 2.15-2.20 con mani educatissime a sfornare assist a gogo e triple pure, vedi l’MPV 2021 Nikola Jokić. Insomma, i cambiamenti sono stati fortissimi, sia nel gioco che nelle regole: tra i grandi sport di squadra, ripeto, questo è il più vocato a ridefinirsi e a dare del tu al futuro.

Ormai i giocatori europei dominano anche in NBA. Come vedi questa nuova, anche se a ben vedere così nuova ormai proprio non lo è più, ondata che non può non avere anch’essa contribuito a rinnovare questa straordinaria Lega?
L’NBA è unica al mondo per diversi motivi, ma anche e soprattutto per essere riuscita più di ogni altro sport a farsi “Lega del mondo”, nel senso che tutti i più forti giocano immancabilmente lì. E’ un assioma da cui non si scappa. Cosa che non è riuscita al calcio, per esempio, con i più forti giocatori disseminati in 5 campionati diversi tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia e Spagna. E quando iniziano le Final Four di Eurolega, momento di spettacolo più alto del basket europeo, sembra quasi che l’NBA vada al supermercato, per decidere quali giocatori siano pronti per il grande salto oltreoceano.
La specificità del basket è che è l’unico dei grandi sport di squadra americani giocato in tutto il mondo e a livelli top. Baseball, Football, Hockey sono roba per loro e per pochi altri. Questo spiega perché il basket è la più grande macchina di sport e spettacolo del mondo: una lega globale come l’NBA il calcio se la sogna, perché gli Usa, nonostante un ennesimo, rinnovato tentativo di aprirsi allo sport più popolare del mondo, di fatto lo coprono come una pratica di serie B.
Parliamo quindi della lega globale per antonomasia. È significativo che per la prima volta nel miglior quintetto dell’NBA figurino uno sloveno (Dončić), un greco-nigeriano (Antetokounmpo) e un serbo (Jokić), tutti accomunati dal fatto di aver cominciato e di essere cresciuti cestisticamente in Europa. Questo dimostra la straordinaria capacità da parte di questo paese-continente di assorbire altre esperienze nate e formatesi in altri continenti. Questo è un dato che va ben oltre l’universo sportivo del resto. Le due grandi vittorie americane che hanno scandito il secolo scorso, vale a dire la bomba atomica e lo sbarco sulla Luna, non sarebbero state possibili senza il fondamentale ruolo degli europei. Senza gli scienziati del Vecchio Continente che lavorarono al progetto la bomba atomica non la avrebbero mai realizzata da soli gli americani. E senza Wernher von Braun sulla Luna non ci sarebbero forse mai arrivati.
nbaplayoff2021.jpg
Eppure resiste ancora granitico un embargo in Usa, quello che non permette di vedere seduto come capoallenatore sulla panchina di una franchigia NBA un coach europeo. A quando un Messina ai Celtics o un Obradovic ai Lakers?
Eh, qui la questione è assai più spinosa e richiederebbe una riflessione assai ampia ed articolata. Ne parlavo con Ettore Messina, il coach europeo che forse più di ogni altro è andato vicino a raggiungere l’obbiettivo, consulente prima ai Lakers e poi vice del grande Greg Popovich ai San Antonio Spurs. Bisogna però mettersi l’anima in pace: la NBA è una players league, un campionato in cui la gestione dei giocatori è tutto, dove tu coach vieni messo spalle al muro dai nomi che alleni. Giocatori che producono fatturati pari a medie e grandi industrie, la cui pressione è enorme in chi li deve guidare e governare. Certo, i Jackson, i Riley, i Popovich sono stati grandi strateghi e condottieri, sapientemente capaci di governare ego, individualità a dir poco ingombranti, ma quanti altri, ossia i più, hanno invece dovuto e devono ancora adeguarsi sostanzialmente alle specificità e alle esigenze dei singoli?
Quindi, ecco, sono sicuramente convinto che un Messina o un Obradović potrebbero fare grandi cose in NBA, ma dovrebbero essere investiti di un potere che lì gli allenatori normalmente non hanno.
Rimanendo alla recentissima cronaca, come si spiega il flop di Philadelphia, capace di perdere contro gli Hawks di Gallinari in maniera così disastrosa, quando avrebbe avuto i numeri per batterli nella serie con una media di venti punti di scarto a partita, o giù di lì? Evidentemente con il fatto che Doc Rivers, allenatore dei Sixers, non ha alcun tipo di presa sui propri giocatori.

Veniamo all’altro epicentro del basket mondiale, i Balcani. Il grande Sergio Tavcar nel suo imperdibile libro La Jugoslavia, il basket e un telecronista ha spiegato l’incredibile spirito vincente degli sportivi slavi, in particolare dei cestisti naturalmente, col fatto che per loro da sempre l’unica cosa da prendere maledettamente sul serio è il gioco. Cosa ne pensi di questi bizzarri, irresistibili personaggi?
Come non essere affascinati da un universo del genere? Sono l’unico Paese dell’est a non aderire al Patto di Varsavia, capiscono di trovarsi in una posizione strategica straordinaria riuscendo ad ottenere vantaggi da entrambi gli schieramenti in gioco, forti della minaccia di passare all’una o all’altra parte. Una volta ne parlavo proprio con Sergio di questo, uno che attraverso il racconto della storia di quella straordinaria cultura cestistica ha saputo raccontare in maniera illuminante l’antropologia di rara complessità di quell’ex Paese che riuniva in uno mille anime e abiti mentali, raccontandone il drammatico dissolvimento.
Grande, grandissimo basket il loro. Noi siamo tutti legati ai Ćosić, ai Dalipagić, ai Kićanović, ai Delibašić, e poi ai loro straordinari eredi degli anni ‘80-‘90, i Kukoč, i Radja, i Divac, su tutti il Mozart della palla a spicchi Dražen Petrović. Ma oggi sono da meno? Non direi proprio, a partire dal clamoroso fuoriclasse che è Jokić, molto più vicino al grande Krešimir Ćosić di quanto non si creda, vedi il modo di passare la palla, che si avvicina davvero a quello della leggenda di Zagabria. Ćosić, l’uomo che più di ogni altro in Europa, ma non solo, ha reso straordinariamente moderno questo gioco, proprio a partire dai movimenti e dai gesti dei lunghi, che prima di lui mai si eran visti pensare il gioco e passare la palla in quel modo.

Senti, non so come chiedertelo, perché è un po’ come chiedere per la trecentesima a, che so, Gianni Minà di raccontare cosa provò la prima volta che incontrò Muhammad Alì, tanto per rimanere nel nostro comune Pantheon. Insomma, che cosa ti è rimasto dentro, al di là dell’irripetibilità di quel clamoroso pezzo di storia sportiva, di quella serata a bordo campo a Salt Lake City quando MJ letteralmente a terra, distrutto da un’intossicazione alimentare, non si sa come decide di essere della partita ed annichilisce da par suo, ma da malato vero, gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton?

Un grande senso di gratitudine. Avevamo la netta percezione che a venti metri da noi si stesse scrivendo la storia non solo del basket, ma dello sport tutto. La notte prima di gara 5 delle Finals 1997 tra Utah Jazz e Chicago Bulls Jordan rimane vittima di una terribile intossicazione alimentare dovuta ad una pizza avariata. Lo vedevo lì, di fianco a Phil Jackson, che faticava a muoversi ed ero sicuro che non sarebbe stato della partita. Morto, con l’asciugamano a coprire la testa, con tutti intorno a scuotere il capo con espressioni vuote. Poi Jackson dà i nomi dei quintetti e…ma come, c’è, c’è! Il resto è noto, dominio irreale di His Airness, con il leggendario “The last shot”, lo stratosferico tiro da 3 a 5 secondi dalla fine. Non esistono parole. Non mi abituerò mai a quel momento: una fortuna sfacciata mi è capitata di essere lì, a due metri dalla Storia.
buffa_caronna_nidi_015.jpg
Il progetto utopico che davvero vorresti realizzare e i progetti futuri.
Ho una grande passione per la Vienna tra le due guerre, contesto in cui sono convinto che sia successo un po’ tutto quello che in una società potrebbe accadere, non solo a livello sportivo. Ecco, lavorare su quel periodo, su quel contesto nodale del continente europeo tra dissoluzione politica e creazione di sapere a livelli inarrivabili, è un mio sogno che spero prima o poi possa tradursi in qualche cosa di concreto.
Per quanto riguarda invece i prossimi progetti, assieme al mio regista Marco Caronna stiamo scrivendo lo spettacolo che debutterà a breve e che porteremo in tour l’anno prossimo dedicato all’incontro avvenuto a Genova il 14 settembre 1969 tra Fabrizio De Andrè e Gigi Riva.