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Punti di vista. Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin raccontano la Venezia Panoramica di Biasin
di Mariachiara Marzari   

In un periodo in cui Venezia appare in bilico tra oblio e rinascita, Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin ci offrono un magnifico viaggio al centro esatto della città. Venezia panoramica. La scoperta dell’orizzonte infinito, costruita ad hoc per gli spazi della Fondazione Querini Stampalia, è infatti una mostra perfetta per contenuto e forma, capace di raccontare un tema originale, sorprendentemente non così trattato, in modo lineare ma mai piatto, ricco di sfumature, particolari, curiosità, a volte sorprendenti, come l’evidenza che le immagini in movimento e la realtà immersiva erano cose già d’altri tempi. Fulcro della mostra è un’incredibile tempera su tela di 22 metri di lunghezza per un metro e settanta di altezza, una veduta di Venezia realizzata da Giovanni Biasin nel 1887.

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"Un’esperienza immersiva ante litteram tra gondole, battelli a vapore con i loro pennacchi di fumo, omnibus d’acqua, divise militari, veneziani a passeggio e il grande suggestivo verde dei Giardini...

 

Avete costruito un viaggio da fermi partendo da una veduta. Come è nata l’idea di questa mostra?
È nata circa dieci anni fa, quando il Panorama di Giovanni Biasin, conservato nelle collezioni dell’antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo, fu esposto a Torino, nelle Scuderie della Reggia di Venaria, nella mostra La Bella Italia organizzata nel 2011 in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Allora abbiamo “ri-scoperto” quest’opera e c’è venuto, per così dire, ‘appetito’. Sapendo che l’opera concepita per Venezia non era mai ritornata in città, abbiamo iniziato a pensare all’idea di sviluppare il tema attraverso la costruzione di una mostra, mettendo progressivamente a fuoco il progetto. Anche l’individuazione del luogo più adatto dove poter esporre un manufatto così particolare e dalle dimensioni così importanti è stato oggetto di ricerca. La disponibilità entusiastica della Fondazione Querini Stampalia nell’ospitare e supportare questo progetto espositivo ha permesso che in breve il tutto prendesse forma e sostanza, arrivando finalmente oggi, dopo qualche rinvio dovuto ai tempi che stiamo vivendo, alla sua apertura al pubblico. Pubblico che sta mostrando molto interesse, con una presenza settimana dopo settimana sempre più numerosa, e connotato da una forte componente di veneziani. Nel nostro costruire percorsi d’arte abbiamo sempre guardato alla città, ai suoi problemi e alle sue mille sfumature. Questa mostra restituisce un episodio artistico specifico, il Panorama Biasin e la sua unica esposizione a Venezia nel 1887, attorno al quale viene ricostruita una lunga storia, che parte dal 1400, e descritto un genere, che si è poi sviluppato nei secoli. L’opera di Biasin da scintilla iniziale diventa così il gran finale del percorso espositivo. La volontà di costruire un contesto, un passaggio introduttivo in mostra, ci ha spinto a procedere, come in un gioco, alla ricerca a tappeto di altri panorami, nel corso della quale siamo passati da un collezionista all’altro scoprendo, per esempio, il nodale passaggio dell’Ottocento, in cui il genere cambia punto di vista e modifica le rappresentazioni. La fortuna, anche alla luce del periodo fortemente condizionato dalle restrizioni anti-Covid, è di esserci imbattuti in due collezionisti, uno di Mestre e uno di Padova, non solo
estremamente disponibili e generosi, ma con collezioni altissime per qualità e quantità di opere, con degli esemplari unici e inediti, che si sono rivelati poi fondamentali per la mostra. Per quanto riguarda invece segnatamente Biasin, le nostre ricerche si sono concentrate a Rovigo per indagare sul suo lavoro, di cui non rimane praticamente nessuna testimonianza, solo un libro a lui dedicato di Antonello Nave, Giovanni Biasin (1835-1912). Un artista veneziano a Rovigo fra eclettismo e liberty, in cui però il Panorama non è trattato. Ci siamo trovati di villa in villa a ‘inseguire’ la sua figura, proprio come in un’indagine alla Sherlock Holmes. Nella soffitta di una villa ci siamo fortuitamente imbattuti in alcuni papier peints di Biasin e figlio.
Altro momento molto importante su cui le nostre ricerche si sono soffermate con attenzione, venendo poi ben restituite nel catalogo, è la sesta Esposizione Nazionale Artistica che si tiene a Venezia nel 1887, iniziativa della giovane Italia unita. Per la manifestazione, della durata di sei mesi, ‘madre’ della futura Biennale, che nasce di lì a poco nel 1895, il Comune mette a disposizione l’area dei Giardini Pubblici a condizione che il verde non venga toccato, impegnandosi contestualmente a costruire una grandiosa struttura temporanea per accogliere le centinaia di opere inviate da artisti e industrie artistiche da tutto il Paese. Ed è esattamente per questa occasione che Biasin realizza il grandioso Panorama di Venezia. Anche in questo caso le fonti che avevamo a disposizione erano ridotte a poche tracce mal conservate, vedi i progetti originali del padiglione dell’esposizione. Molto utile è stato ritrovare le fotografie di Giovanni Battista Brusa, che realizzò i servizi fotografici durante l’Esposizione Nazionale Artistica, documentando la fase di costruzione del padiglione stesso e tutte le opere che nel loro insieme componevano il percorso espositivo, anche se curiosamente del Panorama di Biasin non si trova alcuna traccia. Anche in questo caso abbiamo potuto elaborare e documentare materiale del tutto inedito. Tra le scoperte, certamente la più curiosa è stato il ritrovamento delle melodie che accompagnavano un’attrazione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, Mariorama. Attraverso due rulli posti uno a poppa e uno a prua di un finto ponte di una nave lungo 200 metri, veniva offerto un viaggo “virtuale”, ovverosia una crociera della durata di un’ora e mezza nel Mediterraneo. Con tanto di rollio, il pubblico salpava dalla Costa Azzurra per poi giungere a Tunisi, a Napoli con il Vesuvio in subbuglio, a Venezia sotto un tremendo temporale, sbarcando infine a Costantinopoli. Ad ogni tappa un’orchestrina intonava delle musiche composte appositamente per ciascuna delle diverse mete.
In un momento di totale chiusura quale è stato questo anno pandemico, insomma, noi ci siamo regalati un vero ed entusiasmante viaggio da fermi.

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Entriamo ora fisicamente in mostra. Quando nasce il genere della veduta panoramica e come si sviluppa nei secoli?
È necessario specificare subito che la mostra indaga non la cartografia a volo d’uccello, quella alla De Barberi per intenderci, bensì il “panorama” – definizione che nasce tra fine Settecento e primi dell’Ottocento –, ossia una veduta presa a terra che restituisce una visione allungata e frontale molto ampia, che tende a superare i 180 gradi, offrendo quello che oggi definiremmo lo skyline della città. Queste vedute vengono riprese dall’unico punto possibile da cui poter ottenere un simile risultato: il bacino di San Marco, nello specifico l’Isola di San Giorgio.
Il percorso parte dalla primissima raffigurazione di Venezia del 1486, la celeberrima xilografia di Erhard Reuwich, che precede di 14 anni la pianta del De Barberi. La prima veduta panoramica diventa di fatto un modello, un punto di riferimento per tutti coloro i quali da lì in poi si cimenteranno su questo genere di rappresentazione. La veduta di Venezia apre il libro Peregrinationes in Terram Sanctam di Bernard von Breydenbach, canonico tedesco, che qui descrive il suo pellegrinaggio da Magonza a Gerusalemme. Alla partenza da Venezia imbarca sulla nave un pittore a cui commissiona tutte le vedute dei porti e delle città attraversati da questo lungo viaggio, conclusosi per l’appunto a Gerusalemme, la cui veduta chiude il libro.
Rarissimo il volto di Venezia tracciato dallo stampatore Giovanni Merlo, di cui non si conosce l’autore, nella metà del Seicento: la veduta straordinaria per qualità e concezione va dalla punta di Santa Marta alla estrema punta di Castello. Di questa veduta si conosceva solo la versione conservata agli Uffizi, mentre quella in mostra, inedita, proviene da una collezione di Mestre.
Il passaggio al Settecento porta inevitabilmente l’introduzione di elementi nuovi, primi fra tutti l’influenza evidentissima del vedutismo e della cartografia nordica, soprattutto olandese. Venezia, qui restituita attraverso un curioso volto nordico, assume le sembianze di una città anseatica, tutta spinta verso la verticalità di campanili e palazzi. La cosa incredibile è stato scoprire che queste vedute erano già allora dei primi strumenti a “finalità turistica”, come testimoniano le indicazioni che arricchiscono questa stessa veduta.
Con l’Ottocento si entra nel secolo dei panorami in senso proprio. Il termine “panorama”, dal greco «pan = tutto» e «horama = visione», viene coniato nel 1792 dal pittore scozzese Robert Barker (1739–1806). Dalle colline di Edimburgo Barker si accorge che la visione sulla città si dilata, assumendo una sua nuova dimensione ad orizzonte allargato. Decide di farne una vera e propria attrazione popolare che chiama “panorama” e che consiste in un dipinto senza confini, montato su un grande cilindro circolare che riesce a riprodurre il punto di vista del pittore a 360 gradi. Il risultato è un’immagine che non può essere vista in un colpo solo, richiedendo un’osservazione scorrendo attorno al dipinto. Il “panorama” diventa di fatto una giostra, dove la gente entra attraverso una scala a chiocciola e si trova al centro della sala, avendo la sensazione di ‘affacciarsi’ su di un nuovo mondo, una nuova prospettiva, lontana. Un teatro tondo sulle cui pareti cilindriche Barker aveva dipinto un’immensa tela raffigurante Edimburgo. Il successo avuto con questa attrazione lo spinge ad andare a Londra a creare altri “panorami” con soggetti diversi: dai tetti di città leggendarie del mondo ai paesaggi alpini fino alle battaglie più famose commissionate da Napoleone, il quale col suo rapace intuito da subito capì le potenzialità di questo strumento di propaganda al fine di presentare al pubblico i suoi successi. Barker avrebbe dovuto fare 16 tamburi per Napoleone, ma riuscì a completarne solo 10. Vanno sottolineate le dimensioni di questi dipinti, che misuravano 30 metri di diametro e potevano arrivare fino a 200 metri di lunghezza e a 20 metri di altezza. Ebbero un successo enorme, con centinaia di migliaia di visitatori e una diffusione in tutte le grandi città d’Europa.
A Venezia, prima di Biasin, non vi sono testimonianze di panorami di tali dimensioni. Le vedute sono più piccole anche se progressivamente si allargano fino a coprire gli interi 360 gradi, come la Veduta circolare di Venezia disegnata nel luglio 1826 da Hauptmann Christian von Martens. Si tratta di lavori in cui vengono inseriti elementi di invenzione, in particolare serie di capricci alla Canaletto, in bilico tra testimonianza visiva moderna e apprezzamento romantico dell’inimitabile volto veneziano. Un filone assolutamente veneziano è quello dei “panorami immaginari”, dove alla città reale vengono aggiunti lampi di modernismo o nuove ipotesi di progetti urbani, come la Veduta panoramica di Venezia con la grande strada a rotaie di ferro che dall’isola di San Giorgio Maggiore mettesse a Milano, disegno e incisione di Giuseppe Bertoja del 1836-38 in cui si ipotizza l’edificazione della stazione ferroviaria a San Giorgio con binari che corrono nella parte retrostante della Giudecca.
Accanto a questi, l’Ottocento dei panorami incisi e poi litografati vede autori famosi come Ippolito Caffi, Marco Moro, Giovanni Pividor raggiungere altissima qualità nella resa del dettaglio e al contempo nell’allargamento dell’orizzonte visivo.
Giunti a questo punto del percorso in mostra incontriamo anche le “vedute particolari”: si alza il punto di vista, ascendendo campanili o salendo su palloni aerostatici, si fotografa la città dall’alto anche se in modo parziale e poi si restituiscono vedute dalle prospettive insolite, visioni singolari ma incredibilmente affascinanti. Un esempio su tutti la Veduta Panoramica dalla Dogana da Mare di Andrea Tosini e Antonio Lazzari del 1829.
Il genere col passare degli anni diventa sempre più turistico. Da una matrice unica, una veduta non colorata, i diversi commercianti veneziani riproducono le loro varianti personalizzate, colorate, con fondo diurno o notturno, da vendere ai viaggiatori. Inoltre iniziano a diffondersi piccole guide dedicate alla città in inglese o francese che accolgono diverse vedute.
La sequenza di panorami si conclude con le tavole a china, poi stampate, di Guido Albanello, che dal campanile di San Giorgio raccoglie nel 2004 la sfida dei provetti panoramisti dell’Ottocento. La mostra termina, dopo il Panorama Biasin, con 45 incredibili secondi di carrellata cinematografica sul Canal Grande: i fratelli Lumière stavano sperimentando l’utilizzo, per la prima volta, della macchina da presa in movimento per la realizzazione di una rivoluzionaria pellicola. La chiameranno, guarda caso, Panorama de Venise.

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Una mostra incredibile, originale e inedita che raggiunge naturalmente il suo clou con il Panorama di Giovanni Biasin. Perché quest’opera è da considerarsi un unicum?

Dopo la Rivoluzione francese e il progressivo evolversi della società, grazie alla sua repentina industrializzazione e modernizzazione, le città cambiano e con esse le case. La borghesia vuole case confortevoli e protettive, ma allo stesso tempo ricerca l’esotismo, la fantasia, i viaggi in terre lontane. I panorami entrano nelle case come decori delle pareti, prima come affresco e immediatamente dopo come papier peints. La borghesia non ha tradizioni famigliari e quindi non ha patrimoni di mobili o dipinti o altro arredo importante. Sono anni di frenetico aggiornamento degli ambienti domestici e di tecniche suggestive nel costruire paesaggi illusionistici e panoramiche. Le sale vengono decorate fino ad una certa altezza, con una balaustra in rilievo alla base dalla quale ci si affaccia su paesaggi, vedute, panorami dipinti. Giovanni Biasin, formatosi all’Accademia veneziana di Belle arti con Maestri quali Giuseppe Borsato e Giovanni Pividor, presto si trasferisce a Rovigo e diventa il decoratore principe di ville, palazzi, ritrovi pubblici, uffici. Realizza affreschi, stucchi, rilievi e assieme al figlio elabora e brevetta un tipo particolare di papiers peints che usa soprattutto per decorare pareti e soffitti in stile moderno. Fuori Rovigo, Villa Conti conserva intatta la sala da pranzo decorata ad affresco da Biasin con un meraviglioso panorama. Altra testimonianza della sua maestria si ritrova in alcune stanze interamente affrescate di un palazzo veneziano a Cannaregio, ora divenuto hotel.
Come già detto prima, nel 1887 Biasin realizza il suo Panorama di Venezia per il Padiglione dell’Esposizione Nazionale Artistica, presumibilmente decorando la sala 4 delle Arti Applicate e utilizzando un lungo rotolo di carta rinforzata con colori a tempera assai vivaci. Il padiglione di 300 metri aveva acceso forti polemiche perché impediva di fatto la passeggiata abituale dei veneziani nei Giardini Pubblici, corrispondenti a quelli attuali della Biennale, impedendo la visuale sul bacino San Marco. Biasin riproduce praticamente, quasi a 360 gradi, la veduta perduta. Il punto di ripresa, a livello dell’acqua, è approssimativamente il centro del bacino di San Marco, anche se l’artista introduce delle varianti e delle forzature prospettiche che gli consentono un più efficace ritratto della città. La veduta inizia dai Giardini di Castello e prosegue all’intorno, per poi tornare chiudendo il cerchio. Biasin anima la sua veduta inserendo piacevolissimi dettagli di monumenti, edifici, giardini, imbarcazioni e personaggi, dando all’insieme un tono leggero e narrativo.
Ancora oggi è possibile ritrovare esattamente le sue impressioni: basta montare il panorama su un grande tamburo attorno all’osservatore ed ecco una visione più che suggestiva della Venezia di fine Ottocento.
Ed è proprio quello che accade a chi visita la mostra. Un’esperienza immersiva ante litteram tra gondole, battelli a vapore con i loro pennacchi di fumo, omnibus d’acqua (i futuri vaporetti), divise militari, veneziani a passeggio e l’esteso, suggestivo verde dei Giardini Pubblici. La scena è vivacissima e punteggiata di figure e attimi di vita che restituiscono forse l’immagine pittorica più ricca e fedele della Venezia di fine Ottocento. Il Panorama di Biasin conserva racchiuso in sé tutto il fascino di un esperimento inedito, di un genere ibrido e a suo modo indefinibile.


Venezia panoramica. La scoperta dell’orizzonte infinito

Fino 12 settembre 2021

Fondazione Querini Stampalia, Castello 5252
www.querinistampalia.org