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INTERVISTA | Agitata da due venti. Incontro con Cecilia Bartoli
di Fabio Marzari   

Quando gli amici di Studio Systema ci hanno chiesto se volessimo intervistare la grandissima mezzosoprano Cecilia Bartoli, una delle voci più importanti nel panorama musicale a livello planetario, stentavamo a crederci. Bartoli vanta una tecnica vocale e una musicalità uniche che assieme alla sua carismatica presenza sul palcoscenico l’hanno resa il prototipo della cantante lirica moderna, con una capacità di combinare arte e pensiero, ricerca scientifica e passione. Sin dagli esordi ha saputo convincere ed emozionare pubblici assai diversi tra loro e la sua voce è una delle poche immediatamente riconoscibili all’ascolto, privilegio che spetta a un minuscolo e leggendario drappello di interpreti del “bel canto”.

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Con la sua voce splendida, scegliendo di interpretare un repertorio legato principalmente alla musica barocca, ha saputo riportare ai giusti fasti pagine immortali di musica che attendevano di poter rivivere grazie alle sue interpretazioni particolarmente significative per luminosità timbrica, compattezza dell’emissione, controllo della linea, nitidezza della coloratura, mentre ancora più rilevante è il profilo interpretativo costruito attraverso un fraseggio privo di manierismi. È complesso riassumere la carriera di Cecilia Bartoli. Esordisce giovanissima in una trasmissione televisiva di Pippo Baudo nel 1985, anche se in realtà il primo impatto col palcoscenico avvenne per lei a nove anni per cantare dietro le quinte il ruolo del Pastorello nella Tosca di Puccini al Teatro dell’Opera di Roma.

 

 

 

"La musica era qualcosa di normale, naturale, quotidiano, quindi non c’è stata nessuna forzatura nello scegliere la carriera di cantante

 

Ci sono alcuni passaggi epocali nella sua carriera che vanno su tutti fermati, come il ruolo di Despina in Così fan tutte di Mozart al Metropolitan di New York nel 1996, o come altrettanto la sua interpretazione nella Cenerentola di Rossini, in cui si evidenzia la sua vocalità funambolica, così come le sue interpretazioni sublimi di Vivaldi, una tra tutte all’Olimpico di Vicenza, pagina tra le più alte nella musica universale. È stata riconfermata fino al 2026 alla guida artistica del prestigioso Festival di Pentecoste a Salisburgo, precedentemente diretto da Riccardo Muti, e dal 2023 sarà alla guida del Teatro dell’Opera di Monte Carlo. Bartoli ha venduto oltre dieci milioni di dischi e di video, numerosi dei quali dedicati a Rossini. La sua visita a Venezia, ospite d’onore del concerto finale della prima edizione del Vivaldi Festival per ricevere il Premio Vivaldi d’Oro, ci ha dato la preziosa opportunità di poterla incontrare all’Hotel Danieli. La conversazione, purtroppo costretta nei tempi contingentati di un’agenda fitta di impegni, ha riportato la carica umana e la simpatia di una gentile signora dalla risata travolgente, anch’essa musicale e perfetta nell’intonazione, lontana dagli stereotipi della cantante lirica irraggiungibile e capricciosa.

 

L’essere figlia di artisti ha rappresentato per lei uno ‘scivolo’ naturale alla carriera di cantante?

In effetti ho avuto in famiglia mamma e papà cantanti d’opera e mia madre (Silvana Bazzoni n.d.r.) come insegnante soprattutto di tecnica vocale, ma ho studiato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Eravamo tre figli e i nostri genitori passarono dall’iniziale carriera solistica al coro del Teatro dell’Opera di Roma. Questo ci ha permesso di vivere una vita abbastanza allegra: non servivano baby-sitter, stavamo a teatro tutto il giorno, ovviamente giocavamo, ma allo stesso tempo potevamo assistere alle prove degli spettacoli, vederli crescere nella loro complessità. Se non eravamo in sala, stavamo dietro il palcoscenico a giocare. In estate c’era la Stagione alle Terme di Caracalla e passavamo i mesi di vacanza scolastica ad ascoltare opere e guardare i balletti. All’inizio è stato come un gioco, la possibilità di apprendere le cose divertendosi e penso sia stato proprio quello il segreto: la musica per noi era qualcosa di normale, naturale, quotidiano, quindi per quanto mi riguarda non vi è stata alcuna forzatura nello scegliere poi la carriera di cantante. È stata la prosecuzione naturale di quei momenti felici dell’infanzia.

 

Ogni sua interpretazione rappresenta un piccolo capolavoro, a partire dal suo debutto al Metropolitan. Che ricordi ha di quella Despina (Così fan tutte)? I giornali all’epoca non ebbero dubbi nel definirla “fantastica” nel ruolo.

Ricordo molto bene il debutto al Met e ricordo quando mi chiesero cosa volessi interpretare. Effettivamente trovarsi in un teatro enorme provoca una reazione di spaesamento; volli conoscere ogni angolo di quel teatro, godere in pieno dell’opportunità che mi veniva offerta. Dissi di voler entrare interpretando Despina, un personaggio che come la Colombina della Commedia dell’Arte accetta di buon grado qualsiasi scherzo, pronta a tutti gli intrighi e molto sagace, diventando la naturale alleata di don Alfonso. La sua condizione sociale le consente di trascurare le convenzioni e di dirlo con franchezza alle sue padrone, con un tono di ribellione molto più marcato, più radicale perfino di Leporello. Quel ruolo mi ha portato una grandissima fortuna negli Stati Uniti e poi ovviamente mi ha permesso di poter iniziare le tournée nei teatri più importanti del mondo.

 

Cecilia Bartoli non canta spesso in Italia. Perché?

Fondamentalmente la ragione credo sia legata alla scelta del repertorio. Ho iniziato molto giovane con i ruoli mozartiani, per poi dedicarmi alla musica barocca. Esiste un repertorio che venne eseguito per la prima volta solo venti anni fa, quando incisi con Giardino Armonico un disco di arie di Vivaldi ancora inedite, e stiamo parlando del più grande compositore del Settecento insieme a Händel, conosciuto e famoso, ma il cui repertorio è ritenuto meno adatto alla tipica locandina del cartellone d’opera. Il melodramma ha preso il sopravvento nei teatri italiani, spesso si sono scordate le radici di un mondo musicale e artistico straordinario. Quando si pensa a Rossini o a Bellini, serve pensare a Vivaldi, a Porpora. Una città come Napoli aveva quattro Conservatori, Porpora era un grande maestro compositore, ma anche insegnante di canto, di musica. Noi italiani veniamo da una tradizione incredibile che abbiamo però messo purtroppo un po’ da parte, per svariate ragioni che sono incomprensibili. Però è così. In un Paese dove la musica barocca e l’opera hanno visto la loro prima luce, dovremmo imparare tutti a essere più orgogliosi di tale primato: questa musica rappresenta un patrimonio italiano immenso, che necessita di essere riscoperto ed eseguito. E per riuscire in questo compito è necessario puntare, innanzitutto, al ricambio generazionale del pubblico.

 

Già, serve un pubblico nuovo...

Certamente, è indispensabile; bisogna partire dalle scuole, da un’educazione all’ascolto musicale. Ora come ora bisogna far tornare la gente a teatro, non aver paura, percepire i teatri effettivamente come luoghi sicuri e bisogna portarci anche i bambini. È un discorso pedagogico, tutto parte da lì. Io avevo quattro anni, o forse anche meno, quando ho visto Aida la prima volta: lo spettacolo visto attraverso lo sguardo di una bambina era bellissimo. L’unico segreto per costruire il pubblico del futuro è un impegno costante sui giovani.

 

A Venezia mancava un festival dedicato a Vivaldi.

A questo dovrebbe rispondere il signor Castiglione, ideatore del Vivaldi Festival. Io posso dire che serve avere coraggio, saper rischiare. Il pubblico, ascoltando la musica di Vivaldi, non può non amarla: contiene una forza e sprigiona un’energia che va dritta al cuore. Vivaldi merita di riconciliarsi nel modo migliore con la sua città, dopo aver fatto una fine tanto triste, morto a Vienna in povertà assoluta, come un mendicante. È una riconciliazione che gli spetta da tanti punti di vista, artistici e umani.

 

Rossini, altro autore da lei molto amato, cosa rappresenta per la sua lunga e fortunata carriera? Leggendaria è stata la sua interpretazione in Cenerentola: lei sa entrare nella musica!

Cenerentola-Angelina è stato un ruolo che mi ha portato tanta fortuna effettivamente. Rossini ha scritto un personaggio che necessita di vocalità straordinaria e presenta una grande difficoltà tecnica, specie nel rondò finale: lì non si scherza, o si è o non si è. Rossini la scrisse pensando al suo mondo, in cui c’erano i grandi virtuosi, soprani come Margherita Durastanti e i castrati, in grado di interpretare arie di grandissima difficoltà tecnica. Rossini, come Mozart, oltre a essere stato un altissimo genio, può essere considerato, e a giusto merito, anche un grande maestro della tecnica vocale. Cantare Rossini significa mantenere una voce sempre fresca, elastica, pari a uno strumento che deve dialogare con quelli che sono in orchestra, facendo musica insieme, condividendo. Questo è il segreto della longevità vocale. Io canto da 35 anni…con me ha funzionato!