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Life can be bright in America. Spielberg riporta in sala West Side Story
di Marisa Santin   
Considerata l’enorme attesa attorno all’uscita del film e la star quality che sempre circonda il suo regista e tutte le cose che fa, la première internazionale di West Side Story si annunciava non meno che sfavillante. Invece una nota dolente ha attraversato il tappeto rosso di New York. Davanti alla colossale scritta del titolo, Steven Spielberg ha mosso un doveroso omaggio a Stephen Sondheim a pochi giorni dalla sua scomparsa all’età di 91 anni.
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Compositore, drammaturgo e paroliere (anche se in questo caso suona più appropriato il termine inglese lyricist), Sondheim è, senza paura di esagerare, una leggenda e uno dei compositori più influenti del teatro musicale del XX secolo. Il suo contributo è considerato fondamentale per lo sviluppo del musical moderno. In altre parole, senza Sondheim non avremmo alcune delle più grandi realizzazioni del genere, come A Little Night Music/Gigi, Into the Woods, Sweeney Todd, né le colonne sonore di film come Reds e Dick Tracy. E forse, indirettamente, non avremmo nemmeno La La Land.

 

 

Prendere un capolavoro e rivisitarlo era piuttosto spaventoso. Ma sono convinto che le grandi storie debbano essere raccontate all’infinito, anche per rispecchiare prospettive e periodi storici differenti

Steven Spielberg

 

Ma la stampa in questi giorni lo ricorda soprattutto per aver composto le liriche originali di West Side Story su musiche dell’altro gigante di Broadway, Leonard Bernstein. Il contributo di Sondheim è continuato fino all’attuale remake per il cinema, al quale ha collaborato durante tutta la lavorazione: frequentando le sessioni di registrazione e le giornate di riprese, consigliando Spielberg e lavorando a stretto contatto con il drammaturgo Tony Kushner (già al fianco del regista sui set di Munich e Lincoln e Premio Pulitzer per l’opera teatrale Angels of America) per adattare il suo testo alla nuova sceneggiatura. Con la benedizione di Sondheim, Kushner si è impegnato in un’espansione significativa di West Side Story, sostenuta dal desiderio di Spielberg di onorare l’originale evitando un impulso modernista troppo invadente. Secondo quanto emerge dai primi commenti, il remake sviluppa la struttura del musical per ampliare il mondo degli Sharks (portoricani) e dei Jets (bianchi), le due bande rivali che si affrontano sulle strade dell’Upper West End, offrendo nuovi retroscena significativi ai personaggi e riorganizzando scene e canzoni per dare maggiore risalto allo scontro etnico e alla questione razziale della New York degli anni ’50. Una rielaborazione che sembra assecondare la necessità di presentare una storia più vera e onesta, o comunque più in linea con il comune sentire contemporaneo nei confronti di temi quali l’immigrazione e l’inclusione sociale.

 

Lo sforzo verso una rappresentazione più realistica si riflette anche nella composizione del cast. Tutti i personaggi della fazione degli Sharks sono interpretati da attori di origine latina, una sensibilità che nella versione originale non aveva interessato nemmeno il personaggio di Maria. Il ruolo della protagonista, esponente della fazione portoricana, fu infatti affidato a Natalie Wood, il cui vero nome era Natal’ja Nikolaevna Zacharenko: brava ma tutt’altro che latina. A interpretare la ‘nuova’ Maria è invece Rachel Zegler, giovane attrice di origini colombiane. Un altro passo verso il realismo è rappresentato dall’overture. La grandiosa panoramica su Manhattan di Robert Wise lascia il posto ad un paesaggio di macerie, con la telecamera che piomba su quella che sembra una zona di guerra e che in seguito si rivela essere il cantiere di costruzione del Lincoln Center. Al centro di tutto, a sublimare la tensione fisica, sociale ed emotiva tra le due bande di ragazzi rimane la storia d’amore impossibile tra Tony e Maria. «West Side Story è Romeo e Giulietta, ma – come ha sottolineato Spielberg – è anche un’allegoria molto attuale di ciò che sta accadendo ai confini del nostro paese, dei sistemi americani che respingono chiunque non sia bianco. Parla delle esperienze che stiamo vivendo oggi nel nostro paese: un tragico periodo di divisione e sfiducia, e lo spreco della vita umana attraverso il razzismo, la violenza e la xenofobia». Questioni che, evidentemente, né l’America né il resto del mondo possono ritenere superate. Ed è proprio questa la vera attualità dell’opera.

 

Endless story

Liberamente tratta da Romeo e Giulietta di Shakespeare, nelle intenzioni degli autori la vicenda dei due amanti osteggiati dalle rispettive famiglie doveva inizialmente rappresentare una storia di antisemitismo, con una protagonista, Maria, appena emigrata in America dopo essere sopravvissuta alla Shoah. Ma East Side Story, questo il titolo del primo libretto, fu accantonato perché troppo simile ad altre opere teatrali in scena a Broadway. Apparve invece più convincente trasferire l’ambientazione nell’Upper West Side newyorkese, l’area sulla quale venne in seguito edificato il Lincoln Center, e sviluppare la rivalità fra le due bande di ragazzi di strada attorno ad una comunità di immigrati portoricani. Su libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, musiche di Leonard Bernstein, West Side Story calcò per la prima volta le scene di Broadway il 26 settembre 1957 rimanendo in scena al Winter Garden Theatre per 732 repliche.

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Dopo un entusiasmante tour statunitense e due Tony Award (Miglior coreografia a Jerome Robbins e Migliori costumi a Irene Sharaff) l’opera si trasferì a Londra, segnando il cartellone del West End per ben 1039 repliche. L’enorme risonanza della trasposizione cinematografica diretta da Robert Wise e Jerome Robbins nel 1961 non farà che decretarne il definitivo successo. Il film esprime tutta la propria modernità fin dall’ouverture, con il profilo fisso di Manhattan colpito da flash di colori ad anticipare la violenza che avrà luogo. E poi le trascinanti coreografie urbane, la musica, il ritmo. Dieci Oscar ad un film che ha convinto generazioni di spettatori fino a essere oggi considerato uno dei migliori musical di tutti i tempi. Seguendo le orme dell’epoca d’oro di Broadway, dominata dalle opere di Rodgers e Hammerstein (Oklahoma!, Carousel, The King and I, The Sound of Music), West Side Story introduceva per la prima volta la potenza della denuncia sociale segnando un punto di svolta nella concezione dei musical. E, a distanza di più di 60 anni, ruggisce ancora con la forza di un manifesto contro il razzismo.

 

 

West Side Story
Dal 23 dicembre