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Essere, donna. Lady Gaga padrona di House of Gucci
di Riccardo Triolo   

Abitiamo identità temporanee. In un lampo possiamo essere assimilati e digeriti da un complesso calcolo ubiquo e riaffiorare altrove sotto tutt’altre sembianze. Nello spazio-tempo simultaneo e pervasivo della rete, l’infosfera madre del metaverso prossimo venturo, le informazioni si generano autonomamente, traggono linfa dal nostro essere comportamentale, decidono la nostra identità. In una piattaforma siamo in un modo, in un’altra siamo altro.

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Per la rete, habitat privilegiato dell’individuo globale - nell’era pandemica che ha fatto di tutto ciò che è corporeo una minaccia - siamo identità da assemblare, ricomporre, scandagliare, profilare, attraversate da tensioni indecidibili. Schiavi di un’esperienza sensibile artificiale, scambiamo l’essenza con la parvenza, obliterando il nostro corpo, liquefacendo il nostro stesso essere. Basta fermarsi un attimo a considerare il complesso della nostra esperienza quotidiana per comprenderlo: le azioni modulate secondo i trend diffusi dai social, l’interazione inautentica a distanza, l’imporsi di nuovi confinamenti fisici, la guerra strumentale, nichilistica, al limite umano. Siamo noi. O forse, semplicemente, non siamo più.

 

 

Mi piace pensare che se a chiudere l’anno 2021 è un film come House of Gucci di Ridley Scott, vero e proprio dramma della parvenza, un qualche significato ci sarà. Perché una storia che nasce nel seno della celebrazione dell’homo aestheticus non può che essere tragica, non può che aspirare al melodramma attraverso la parodia. Al melodramma perché ogni storia di corrispondenze mancate - amorose, d’intenti, di progetti - è in sé un melodramma. E la storia della famiglia Gucci, le cui polarità opposte e complementari sono il lusso - l’apparire oltre l’essere - e la morte, è melodrammatica per antonomasia. Un melò parodistico, inevitabilmente: perché ogni esasperazione linguistica anela alla parodia.

 

E come può non esserci esasperazione nella rappresentazione a posteriori di vicende umane eccessive, eccedenti i loro stessi ruoli e limiti? Come può questa storia non accendersi di barocchismi postmoderni, di giocosità linguistica iperbolica, quando è affidata al regista di Blade Runner, Alien e Il Gladiatore, tutte messe in scena estremizzate, portate a livello di saturazione? E chi, in questo melodramma degli eccessi, poteva interpretare il ruolo di femme fatale meglio del monstrum Lady Gaga? Un corpo - e una voce, che nel melodramma è tutto, sia esso cantato o meno - attraversato da tutte le tensioni della cultura pop di questo ventennio così decisivo per l’umanità. Dalla collaborazione con Jeff Koons, al richiamo - un po’ paraculo - a Marina Abramovic, Lady Gaga ha cercato di bucare lo schermo, l’info/meta-sfera di cui sopra, con ogni mezzo necessario. Una pulsione anti-iconica (l’icona è statica, Lady Gaga vorrebbe non esserlo) che sembra aver animato tutte le scelte di quest’ultimo prodotto del pop tardocapitalistico: i suoi travestimenti, così lontani dal vitalismo trasformista di Madonna, permeati invece di nichilismo, inteso come danza tragica di sembianti slegati, disarticolati, disorganici, sono tra le espressioni più significative della cultura mainstream contemporanea. Il suo canto, quello vero, straordinario, e il suo sembiante, voce/essere e parvenza, si rincorrono, si inseguono, si integrano e si disintegrano. E forse, grazie al cinema, vero monumento del secolo scorso, sapranno regalarci ancora un brivido di autenticità, colta nel compiersi della sua sconfitta. O del suo superamento.

House of Gucci
Dal 16 dicembre