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Visioni potenziate. Incontro con Jacopo Veneziani
di Fabio Marzari   

Nel panorama desolante della televisione generalista ci sono remote isole popolate di rarissimi panda albini, che sanno affrontare i temi dell’attualità e dell’approfondimento culturale in maniera piacevole e non banale, attraverso interventi misurati, senza urla e strepiti dall’accento forzatamente trash. Da qualche anno Jacopo Veneziani, un giovane storico dell’arte piacentino, nato nel 1994, formatosi alla Sorbona di Parigi, è ospite fisso della trasmissione di Rai Tre del sabato sera Le parole della settimana di Massimo Gramellini, in cui racconta di capolavori più o meno famosi, in maniera brillante e originale, discettando di essi con dotta e coinvolgente semplicità, senza tralasciare mai l’ambito storico e culturale in cui poter contestualizzare l’opera, privo di ogni saccenza e con la forza della padronanza anche del mezzo televisivo. Jacopo Veneziani si racconta nella lunga intervista che segue, frutto di un incontro a casa di un comune amico. Le sue parole ci restituiscono un ragazzo perfettamente a suo agio con il presente, capace di mettere insieme grandi passioni e tanta solida concretezza, tipica della sua terra natale, senza nascondere qualche influsso pop.

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La prima domanda è inevitabile: quando è nata in lei la folgorazione per l’arte?
Credo ci siano state essenzialmente due scintille che hanno acceso in me il fuoco di questa passione. La prima riguardava più la divulgazione che l’arte in sé: nei primi anni 2000 guardavo i documentari di Piero e Alberto Angela e pensavo tra me e me quanto sarebbe stato bello fare della propria passione un lavoro, molto semplicisticamente «essere pagato per andare in vacanza», senza percepire del tutto l’ovvio studio che stava dietro a ogni inquadratura, a ogni momento di quelle trasmissioni televisive così affascinanti.
La BBC lo faceva già da anni, ma gli Angela sono stati i primi in Italia a fare un uso tanto massiccio della realtà aumentata, permettendo ad esempio passeggiate tra i Fori Imperiali come i romani li avrebbero potuti vedere all’epoca, con queste architetture meravigliose che dal loro stato di rovine ritrovavano il proprio antico splendore. Guardando queste immagini a 6-7 anni mi chiedevo come sarebbe stato bello poter scoprire tutte queste meraviglie con un sistema integrato negli occhi, essere in un luogo e percepire distintamente tutte le stratificazioni temporali che lo hanno portato a essere come noi lo vediamo adesso.
La seconda scintilla è scattata durante gli anni del Liceo Europeo che ho frequentato a Piacenza. Ad accenderla è stata una professoressa di Storia dell’arte che ci ha fatto concentrare sul patrimonio artistico proprio della città in cui vivevamo e l’evoluzione di quello architettonico. Ecco che allora, uscendo dall’aula e rientrando a casa dopo la lezione, potevo osservare dal vivo quello che avevamo studiato, immergermi in una realtà che in classe era stata descritta e che ora potevo vedere con i miei occhi. Davanti a Palazzo Farnese a Piacenza potevo quindi fare esperienza diretta di quegli effetti speciali di realtà aumentata che vedevo in televisione: avevamo parlato di questo Palazzo collocandolo nel Cinquecento e adesso potevo capire come mai mezza facciata fosse rimasta incompiuta, come mai ci fossero finestre dagli stili diversi affiancate tra loro, e così via.
Insomma, è al Liceo che ho deciso di dedicarmi allo studio della storia dell’arte per cercare di ottenere questa capacità di “visione potenziata”.
Ho avuto poi la fortuna di essere assecondato in questa predilezione dai miei genitori, per una scelta che si poteva considerare piuttosto idealista e non proprio caratterizzata dalle grandi prospettive di carriera: mi sono iscritto all’Università in Francia perché, avendo frequentato il Liceo Europeo, avevo dato l’esame di maturità sia in italiano che in francese. Arrivato a Parigi mi sono reso conto che il mercato dell’arte poteva essere un modo per coniugare gli studi che mi interessavano alla possibilità di avere una remunerazione che mi permettesse di affrontare la vita di tutti i giorni. Si stava facendo strada nella mia mente l’idea di diventare battitore d’asta, ma dopo essermi reso conto di come questo mestiere non fosse romanzato come me lo ero immaginato ho rivolto la mia attenzione verso il mondo accademico. Avevo da sempre questo sogno, ma non lo avevo sbandierato eccessivamente, quasi a volerlo proteggere dalle ‘intemperie’: quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare rispondevo sempre che mi sarebbe piaciuto insegnare all’Università. Mi sembrava una risposta decorosa e ambiziosa insieme, che tuttavia mi permetteva di non dovermi sbilanciare troppo.
Credo che il non essere stato vincolato a strette necessità di guadagno immediato abbia rappresentato la mia vera fortuna, in assenza della quale non avrei certo potuto permettermi di scegliere lo studio della Storia dell’arte! Al contempo però spero anche di poter sfuggire il più a lungo possibile al giogo dell’eccessiva ambizione: a volte addentrarsi troppo nei meandri del passato rischia di far dimenticare il presente, le questioni più legate alle impellenze del quotidiano, sul piano professionale e non solo. Quando ho ricevuto la telefonata dalla Rizzoli in cui mi proponevano di pubblicare un libro mi trovavo in biblioteca e ho subito riferito agli altri dottorandi della proposta appena ricevuta. Quasi tutti mi consigliarono di accettare solo dopo aver terminato il percorso di studi, ricontattandoli così dopo due anni. Avrei secondo loro dovuto rispondere alla Rizzoli: «Grazie, vi farò sapere!». Io ero naturalmente dell’idea di accettare subito, anche se per gli altri colleghi quel libro appariva come un potenziale ostacolo al completamento della tesi. Penso che il rischio di aderire troppo rigorosamente alle nostre passioni ci possa portare a vivere in una bolla in cui la percezione del reale rischia seriamente di venire meno.

tiziano_san_cristoforo.jpgÈ stato un pioniere di notevole successo nell’utilizzo dei canali della comunicazione social per diffondere la conoscenza dell’arte, replicando il gradimento da parte del pubblico anche in trasmissioni televisive. Ritiene che attraverso i nuovi linguaggi si possano avvicinare alla cultura e alla bellezza un sempre maggior numero di persone, che poi in fondo non è altro che un modo potenzialmente incisivo per aumentare la percezione e il rispetto diffusi per la nostra storia passata?
Credo che in realtà quando si parla di social non ci si riferisca per forza a dei pubblici tanto difformi, ma piuttosto a un gruppo più o meno vasto di persone che bazzicano diversi ambienti, consumatori di arte, sotto certi aspetti i social sono utili per concentrarci sul linguaggio, rappresentano per certi aspetti l’habitat più strutturalmente adatto al concetto di divulgazione per come la intendeva Beniamino Placido, capace cioè di “affamare, non saziare”. Il fruitore dei social è spesso distratto da altre cose e viene catturato da frammenti di notizie che considera interessanti e che lo spingeranno poi ad approfondire un argomento o che viceversa lo indurranno a farsele scivolare via unendosi in questo alle tantissime altre con cui entra in contatto curiosando nelle varie piattaforme.
Niente come il linguaggio social permette infatti di stimolare la curiosità, o almeno di provare a farlo, dicendo un tot senza giocarsi in poche righe di testo tutte le carte che si hanno in mano. Lo stesso Angela è maestro in questo: non propina al pubblico un interminabile elenco di nozioni, lascia dei margini di silenzio, di non detto, innescando nello spettatore la molla della curiosità che lo spingerà ad approfondire l’argomento in autonomia. Questa narrazione “per frammenti” rappresenta secondo me la vera radice di una divulgazione che al giorno d’oggi ci costringe spesso a veri e propri esercizi di stile, vedi i 280 caratteri che Twitter concede, peraltro raddoppiati rispetto ai 140 con cui la piattaforma si fece conoscere al mondo.
Credo che per dare il giusto peso a quello che si afferma si debba fare attenzione a non diventare eccessivamente “personaggi”, proprio per non correre il rischio di levare spazio e potenza ai concetti di cui si vuole parlare al pubblico. È necessario fuggire dall’autoreferenzialità il più possibile, cercare di non creare delle interferenze tra il ruolo di divulgatore e i concetti che si vogliono comunicare. L’utilizzo di un linguaggio semplice e accessibile fa il resto, come insegna lo stesso Piero Angela: «dalla parte della scienza per i contenuti, dalla parte delle persone comuni per il linguaggio». Passatemi il paragone poco elegante, ma credo che il linguaggio complesso sia come il profumo utilizzato da chi si lava poco, spesso nasconde una mancanza che prima o poi viene fuori…

Lei ha una formazione accademica d’Oltralpe con studi alla prestigiosa Scuola della Sorbona. Come a tutti è ben noto la Francia in termini di rispetto e valorizzazione dei beni culturali non è seconda a nessuno. Come giudica il modo di affrontare la cultura nel nostro Paese?
In Francia percepisco una maggiore malleabilità sul tema del patrimonio artistico e culturale del passato. Questo può costituire un vantaggio e uno svantaggio allo stesso tempo, perché ha permesso degli scempi che molto volentieri si potevano evitare, guidati lì da questa tendenza di portare sempre e comunque il passato verso il presente, rendendo la cultura un prodotto da consumare subito, in fretta.
In Italia esiste di base il movimento inverso: tendiamo a fermare nel passato un’opera anche quando dobbiamo restaurarla, restando ancorati religiosamente al modo in cui quest’opera è arrivata a noi. Rispetto ai francesi abbiamo forse una maggiore consapevolezza della fragilità del patrimonio artistico e culturale arrivato fino ai nostri giorni, al quale guardiamo non tanto in termini di tutela, quanto innanzitutto di salvaguardia. Da noi il rapporto con il patrimonio culturale è per certi aspetti più ansiogeno, si ha la percezione costante che possa sfuggirci di mano. Sappiamo di avere alle nostre spalle un’eredità che volenti o nolenti dovremo trasmettere alle generazioni successive e cerchiamo di farlo al meglio. Nel nostro Paese la narrazione di questo patrimonio non può essere troppo dissacrante, sentiamo di non poterci prendere troppe confidenze, cosa che in Francia si sente meno. La malleabilità transalpina a cui facevo riferimento prima si esprime in questo senso, in un rapporto più leggero con le proprie radici artistiche e culturali. Il versante italiano è più monolitico da questo punto di vista.

gentile-bellini.jpgVenezia è un capitolo fondamentale nella Storia dell’arte. Se lei dovesse tracciare un breve percorso di conoscenza della Serenissima attraverso sei capolavori a quali penserebbe di primo acchito?

Per tracciare un ritratto di Venezia partirei da un ritratto assai sintomatico, precisamente dal Ritratto del sultano Mehmet II di Gentile Bellini, attualmente conservato alla National Gallery di Londra, piuttosto significativo di come Venezia possa rappresentare l’ambasciata lussuosa di un’entità che sta altrove. Gentile arrivò in contatto con il sultano su espressa richiesta del sovrano stesso, un po’ come quando Pinault ai giorni nostri invita a Punta della Dogana un grosso nome dell’arte contemporanea.
Ciò che è a Venezia non riguarda mai solo Venezia; quando si lascia la città lagunare si ha sempre la sensazione di aver perso un passaggio, di non aver colto del tutto la grandezza di ciò che si è visto. Forse i veneziani che vivono in città hanno una diversa consapevolezza da questo punto di vista.
Penso poi all’affresco San Cristoforo di Tiziano a Palazzo Ducale, questo gigante dal tratto michelangiolesco, abbastanza body builder. Un’opera in cui risulta molto importante l’orizzonte, che seppur in basso, all’altezza delle caviglie di questo titano, mostra un campanile di San Marco assolutamente inconfondibile: potrebbe sembrare un esercizio di umiltà ed invece è proprio il simbolo dell’avanzare di Venezia verso la propria gloria.
Altro capolavoro cruciale Le nozze di Cana del Veronese al Louvre di Parigi (fac-simile in scala 1:1 nella sua sede originaria alla Fondazione Cini), per il loro esser “parco giochi dello sguardo”, straripanti di particolari come per esempio la raffigurazione del primo stuzzicadenti e di tanti altri oggetti che mi piace definire “curiosità da grigliata”. Inoltre, ancora una volta approfittando di un tema religioso, viene celebrata l’indipendenza di Venezia da Roma e dal Papa. Riusciamo a capire quanto sia pretestuoso l’avvenimento in sé anche in ragione del fatto che gli sposi vengano collocati nell’angolo estremo di sinistra, quasi confusi tra la folla se non fosse per gli abiti sfarzosi.
Altra opera che mi ha sempre molto colpito e che funziona molto anche sui social è Prospettiva con portico del Canaletto, conservato alle Gallerie dell’Accademia: non fa parte delle classiche grandi vedute del pittore veneziano, che aveva 68 anni quando la dipinse ed è infatti simbolo della perdita di splendore della città lagunare stessa. Un ritratto cittadino che non è cartolina, ma bilancio esistenziale di un pittore e di una città che in parte inizia a richiudersi su sé stessa.
Mi ha sempre colpito poi, per la caratteristica di avere i propri protagonisti ritratti di spalle, Mondo novo di Giandomenico Tiepolo, affresco che impreziosisce Ca’ Rezzonico in cui noi non possiamo vedere ciò che attira l’attenzione dei protagonisti dell’opera, vale a dire uno scatolone di legno che potrebbe essere una sorta di antenato del cinema. Di questo affresco ho anche parlato nel mio primo libro in quanto opera capace di rappresentare una Venezia impaurita di essere spazzata via dal vento rivoluzionario che in quegli anni, il dipinto è del 1791, soffiava forte dalla Francia. Beffardo se pensiamo che, in una città sempre rivolta al mare, Napoleone arrivò dalla terraferma quando Venezia era simbolicamente girata di spalle, quindi un po’ come se i protagonisti del dipinto fossero i veneziani stessi impegnati a guardare dal lato sbagliato della Storia.
Per non tralasciare il Novecento, infine, potremmo pensare al lavoro di Peggy Guggenheim al Padiglione greco della Biennale Arte del 1948, un evento davvero epocale: la prima esposizione di un’esauriente collezione di Arte Moderna europea e americana in Italia dopo due decenni di regime dittatoriale. Peggy aveva chiuso la galleria Art of This Century (1942-47) a New York decidendo di trasferirsi a Venezia.

Venezia è la capitale mondiale dell’arte contemporanea. Come studioso che rivolge la sua attenzione verso le ‘simmetrie’, come il titolo del suo recente libro per i tipi di Rizzoli, quali confronti inediti si possono aprire per favorire nuovi punti di vista sull’arte di ieri e di oggi?
Non credo sia un caso che Venezia sia una città assolutamente propizia per l’arte contemporanea: per fare in modo che l’arte contemporanea si avvicini al grande pubblico è necessario accostarla ai propri antenati ideologici perché più immediati dal punto di vista visivo, essendo l’arte contemporanea per definizione non necessariamente figurativa o riconoscibile.
Parlando per esempio di Pollock, contestualizzarlo a Venezia lo colloca a contatto con tutti i suoi antenati cromatici, artisti che prima di lui hanno affrontato il tema del colore e del gesto pittorico. Ecco che in un solo soggiorno a Venezia è possibile avere quindi un excursus storico sull’aspetto cromatico dell’arte.
Creare simmetrie tra opere che apparentemente non hanno niente in comune, ma che in realtà ci stanno dicendo la stessa cosa con un linguaggio diverso, è secondo me un modo per rendere digeribile anche l’arte più complicata, meglio assimilabile, per sbloccare anche punti di vista spiazzanti capaci di arricchire il confronto, il dialogo. Ecco allora che la Trinità di Masaccio che troviamo a Santa Maria Novella non è poi tanto diversa da I tagli di Lucio Fontana, opere accomunate dall’intento di portare lo spettatore fuori dalla bidimensionalità del supporto pittorico, dalla parete della Basilica con Masaccio e dalla tela con Fontana. Ovviamente, una volta superato questo confine, quello che viene raccontato nello spazio cambia radicalmente! Collocare poi il lavoro di Fontana in un contesto tematico a lungo termine può inoltre evitare l’odioso gioco del “lo potevo fare anche io”, come tappa cruciale di una lunga riflessione che ha investito l’arte da tempo immemore.

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Esiste tra tutti un artista preferito da Jacopo Veneziani?
L’artista che mi ha fatto avvicinare allo studio della Storia dell’arte è di sicuro Michelangelo Buonarroti, che mi ha fatto capire come gli artisti non fossero creature catapultate sulla terra da un’altra dimensione, ma persone in carne e ossa, portatori di emozioni altissime e molto terrene, capaci di realizzare gli affreschi della Cappella Sistina e avere poi a casa la lista della spesa per il domestico o dei poemi per amanti e innamoramenti vari. Grazie a Michelangelo ho capito come un artista sia essenzialmente un essere umano che cerca di dire qualcosa ad altri esseri umani. In tema di simmetrie e parallelismi che potrebbero sembrare dissacranti, mi sento di sottoscrivere le parole di Marco Mengoni: «Credo negli esseri umani che hanno coraggio, il coraggio di essere umani».